L’intestino lavora, il rene filtra: sulla carta sono mansioni distinte. Eppure, quando la funzione renale si riduce, i due organi sembrano parlarsi più del previsto. Da questo dialogo — il cosiddetto asse intestino-rene — parte un trial randomizzato dell’Assiut University, in Egitto, pubblicato il 25 settembre sul World Journal of Nephrology. La domanda è seducente: un probiotico può alleggerire il carico di sostanze di scarto nei pazienti con malattia renale cronica? Vediamo che cosa dicono i numeri, prima di affidare loro una promessa troppo grande.

    Lo studio ha coinvolto 150 adulti, fra i 18 e i 60 anni, con malattia renale cronica negli stadi 3-5, non ancora in dialisi e con stitichezza. Tre gruppi da 50, assegnati casualmente: al primo Lactobacillus acidophilus due volte al giorno; al secondo lattulosio, un lassativo osmotico che può anche modificare l’ambiente intestinale; al terzo nessuno dei due trattamenti. Il confronto, insomma, non è soltanto fra una capsula e il nulla: mette accanto due modi diversi di intervenire su quell’ecosistema che la malattia renale può alterare.

    Dopo tre mesi, a spiccare è la creatinina. Nel gruppo del probiotico la sua concentrazione è scesa in media del 20%, contro il 7,3% con lattulosio e il 6,6% nei controlli. Anche l’urea mostra uno scarto: circa 12,5 mg/dL in meno con il probiotico, 5 con lattulosio, meno di 2 nel terzo gruppo. Cifre capaci di attirare l’occhio, senza dubbio. Ma il dato che ci impedisce di trasformarle in un verdetto è un altro: né il rapporto albumina/creatinina nelle urine né, soprattutto, l’eGFR — la stima della capacità dei reni di filtrare il sangue — sono migliorati in modo statisticamente significativo rispetto agli altri gruppi. Il segnale riguarda alcuni marcatori, non il decorso della malattia.

    Perché guardare proprio all’intestino? Quando i reni funzionano meno, le sostanze di scarto si accumulano e può mutare la comunità dei microbi intestinali; alcuni batteri, a loro volta, partecipano alla formazione di composti come indossil solfato e p-cresil solfato, che tendono ad accumularsi nell’organismo. Modificare il microbiota potrebbe incidere su una parte di questo circuito. È una pista biologica plausibile, non ancora una scorciatoia terapeutica. Una meta-analisi del 2024 su 21 studi randomizzati e 869 pazienti ha rilevato modeste riduzioni dell’azoto ureico e della proteina C-reattiva con probiotici o simbiotici, ma nessun miglioramento statisticamente significativo della creatinina o dell’eGFR. Il nuovo risultato, quindi, spicca rispetto a una letteratura finora tutt’altro che univoca. La porta resta aperta; non si può ancora chiamarla una cura consolidata.

    E poi c’è il rovescio dei numeri. Questo trial si è svolto in un solo centro, con un campione relativamente piccolo, per appena tre mesi e senza cieco: pazienti e ricercatori conoscevano il trattamento assegnato. Non sono state misurate direttamente le principali tossine intestinali chiamate in causa per spiegare l’effetto. Né lo studio può dirci se il probiotico riduca la perdita progressiva di funzione renale, la necessità di dialisi, i ricoveri o il rischio di morte. La creatinina stessa può variare per ragioni diverse dalla filtrazione, fra cui alimentazione e massa muscolare. Quel 20%, dunque, non equivale a reni che «funzionano il 20% meglio»: sarebbe una traduzione brillante per una réclame, non per una cartella clinica.

    Gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse rilevanti. Servono ora studi multicentrici, più lunghi e capaci di misurare esiti clinici, non soltanto valori di laboratorio. Fino ad allora, niente probiotici presi di propria iniziativa come terapia renale: l’intestino ha forse una parte nella vicenda, ma non sappiamo ancora quanto possa cambiare il finale.

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    Mubarak AS, Elshazly A, Mokhtar A, Gadelkareem RA, Azoz NM. “Lactulose vs Lactobacillus acidophilus for patients with chronic kidney disease: A randomized controlled trial”. World Journal of Nephrology. 2026;15(3):120870. doi: 10.5527/wjn.120870.

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