di
    Alessandra Muglia

    L’inchiesta del «Washington Post» sugli artifici messi in atto dal Pentagono per diminuire la percezione dell’impatto della guerra contro l’Iran. Il 62% degli americani disapprova la guerra

    Nelle stanze del Pentagono un database ha aggiornato in sordina il bilancio di un conflitto sempre più impopolare. Questa settimana, il contatore digitale del Defense casualty analysis system (Dcas) ha fatto uno scatto in avanti con 37 nuovi feriti: 29 marinai e otto Marines. Nessun comunicato stampa, nessuna dichiarazione. Solo un aggiornamento silenzioso che porta il totale dei soldati americani colpiti nella guerra in Iran a 861.

    Il numero si ottiene sommando i feriti di «Epic Fury» (418) con quelli delle «Operazioni all’estero» (443). Dietro a questa ripartizione si nasconde la nebbia di una guerra che la politica fatica a chiamare con il suo nome. Da quando il cessate il fuoco di luglio è svanito, l’amministrazione Trump ha cambiato le parole. Le ferite non appartengono più a «Operation Epic Fury», il nome in codice dato al conflitto al suo esplodere, lo scorso febbraio. Ora vengono archiviate sotto la generica voce di «operazioni all’estero».



















































    Un espediente con cui Trump cerca di evitare il passaggio al Congresso per il via libera e che permette al suo vice JD Vance di ripetere davanti ai microfoni dei giornalisti: «Non la definirei una guerra, in questo momento non ci sono scontri a fuoco in corso».

    Eppure, i corpi dei soldati raccontano un’altra storia. I portavoce del Pentagono restano in silenzio, il Comando centrale in Medio Oriente si barrica dietro a un no comment, ma il Washington Post continua a scavare tra i dettagli di una contabilità parziale. I funzionari si giustificano parlando di ritardi tecnici, di traumi cranici e commozioni cerebrali i cui sintomi emergono solo dopo giorni. Ma il sospetto che si tratti di una precisa strategia di contenimento politico è forte.

    Mancano poche settimane alle elezioni di metà mandato di novembre. I sondaggi parlano chiaro: il 62% degli americani disapprova la gestione della crisi iraniana. Mostrare il costo umano di un conflitto da 43,6 miliardi di dollari — di cui 28 spesi soltanto in munizioni — è qualcosa che la Casa Bianca non può permettersi.

    La discrepanza non riguarda solo i feriti, ma tocca anche i morti. Le storie del sergente Devin Seibel, deceduto in Iraq durante un addestramento, e del maggiore Sorffly Davius, stroncato da un’emergenza medica in Kuwait, rimangono sospese in un limbo. Le loro vite si sono spezzate nella regione, ma i loro nomi sono stati esclusi o catalogati altrove, lontani dal conteggio ufficiale della guerra contro Teheran.

    Il ministro della Guerra Pete Hegseth ha definito queste inchieste «disgustose», ma fonti interne hanno confermato al Washington Post che i morti reali in Medio Oriente sono almeno 22 o 23, contro i 19 registrati nel database pubblico.

    26 settembre 2026

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