Nel luogo mariano visitato da Papa Leone XIV, le esperienze di due scrittori molto diversi, Flannery O’Connor e Lorenzo Amurri. Lei credente e malata, lui non credente e in sedia a ruote, arrivarono a Lourdes con scetticismo e diffidenza. Ne tornarono entrambi segnati dalla forza di un’umanità fragile, dalla fede degli altri e dalla scoperta di un miracolo che può assumere forme inattese

    Giulia Galeotti – Città del Vaticano

    “Non fatevi illusioni; credete moderatamente nei medici; se credete in qualche Dio, tenetevelo stretto; (…) spazzate via i ricordi rallegrandovi per i piccoli privilegi concessi ai malati; non portate rancore (…); sopportate l’infermiera che vi dà del tu, trattandovi come una vecchietta rimbambita; abbiate pazienza con gli altri che soffrono della vostra stessa condizione (…); non andate a Lourdes”. Eppure, nonostante i suggerimenti di Cesarina Vighy (contenuti ne L’ultima estate, Fazi 2009), milioni di persone — malate e non, fragili e non, credenti e non — ogni anno si recano al santuario mariano sui Pirenei. Lo fanno per fede, per speranza, per disperazione, per curiosità.

    Perché Lourdes è tante cose assieme, molte di più di quelle che di solito vengono ricordate. Non siamo in presenza di un’unica storia: quello che ci si spalanca davanti è piuttosto il pellegrinaggio di un’umanità estremamente composita. Malati e guariti, persone con disabilità, individui sofferenti senza confini o stanchi della vita, amici, soldati, bambini, gitani, detenuti, prostitute e transessuali (come emerge, tra gli altri, dal documentario Lourdes di Thierry Demaizière e Alban Teurlai), molti dei quali arrivano alla Grotta come quegli ultimi tra gli ultimi a cui si rivolgeva Gesù. E da cui Gesù era circondato. Dolore, violenze e umiliazioni, ma anche delicatezza, amore, empatia, lampi di speranza. Lourdes è l’immagine silenziosa di una spiritualità profonda, ma anche un interessante spaccato sociologico, un pezzo di storia della Chiesa, l’emblema della commercializzazione estrema, della ricerca del miracolo ma anche, insieme, della gioia profonda al di là di esso. Per questo Lourdes non è facile da raccontare: si rischia il sentimentalismo, la banalità, l’isteria, la pietistica; o si rischia di diventare aggressivi perché non si comprende, o perché si è obnubilati dal disincanto.

    Due voci, lo stesso scetticismo

    Tra tutte le penne alle prese con Lourdes, ci tornano in mente due voci molto diverse tra loro — una donna e un uomo, una credente e un non credente, un’americana e un europeo, una malata e una persona con disabilità fisica, una partita in pieno Novecento e una negli anni Dieci del XXI secolo. Due voci che non volevano partire, anche perché accomunate da un iniziale scetticismo che però poi, tornando a casa, si è trasformato in altro.

    Flannery O’Connor (1925-1964), tra le voci più originali della narrativa americana del Novecento, in un ritratto d’epoca

    Flannery O’Connor (1925-1964), tra le voci più originali della narrativa americana del Novecento, in un ritratto d’epoca

    La prima voce è quella di una donna del Sud degli Stati Uniti: “Sono molto scettica sul pellegrinaggio. Almeno come atto di devozione. E sono contraria a queste credenze sul miracolo del bagnarsi nell’acqua”.

    Così appunta la scrittrice Flannery O’Connor (1925-1964), alla quale, venticinquenne, viene diagnosticato il lupus eritematoso disseminato (la stessa malattia che decenni prima aveva ucciso suo padre). Anche per questo, da allora fino alla morte vivrà confinata nella fattoria di famiglia in Georgia, a parte qualche rapida uscita per tenere conferenze in giro e andare a Lourdes, accettando il regalo di una ricca cugina. Prima di allora non si era mai mossa dagli Usa “perché è più istruttiva la malattia di un viaggio in Europa”.

    Katie Semmes le dona il viaggio nella speranza che la cugina possa guarire dal lupus, ma recarsi a Lourdes — per la 33enne che si sposta con le stampelle e inorridisce all’idea di lavarsi in pubblico — significa sottoporsi a spostamenti lunghi e spossanti, sopportare grandi folle, avere pazienza: la prima risposta all’invito a partecipare, con la madre, al pellegrinaggio diocesano in terra francese, è negativa. Sono — scrive O’Connor — una persona capace di “morire per la propria religione più facilmente che farci il bagno”.

    La cugina non demorde, figlia e madre non vogliono offenderla e così viene trovato un compromesso. Nella prima versione, il viaggio sarebbe dovuto andare dal 22 aprile al 7 maggio 1958 ma i medici sono contrari (troppo lungo, troppa fatica): si decide che il soggiorno sarà più breve (nelle lettere lo immagina come un “incubo comico”, un viaggio di pellegrini “dai piedi massicci” trascinati in massa e fino allo stremo delle forze da un luogo sacro all’altro).

    I racconti dei sedici giorni di viaggio in Europa (le tappe saranno Milano, Lourdes, Parigi e Roma) sono in perfetto stile o’connoriano: oltre a “io e la mamma”, ci sono quattro signore anziane che si perdono continuamente, quattro sacerdoti, due ragazzini di 12 e 14 anni, due segretarie. E cioè una ventiseienne dai capelli rossi originaria di Albany, in Georgia, che indossa tacchi alti tre pollici ed è interessata soprattutto allo shopping (quando le propongono di visitare una cattedrale a Barcellona, sbuffa: “Vista una, viste tutte”). L’altra, proveniente da Savannah e terrorizzata dall’aereo, porta sempre con sé una lattina d’acqua di Lourdes (“perdendo continuamente quella, se stessa e tutto il resto”) ed è costantemente tormentata dai ragazzini che, a ogni una turbolenza, le chiedono: “Sei pronta a schiantarti?”.

    A Lourdes, O’Connor prova sentimenti contrastanti. Se la colpiscono i tanti pellegrini desiderosi di immergersi nelle vasche e visitare il santuario, è però disgustata dai negozi di souvenir disseminati in ogni angolo, che riducono la cittadina a un grande baraccone; è infastidita dai venditori che pubblicizzano a gran voce articoli religiosi di cattivo gusto, deturpando tutto. “Questo luogo è butterato di negozietti, di cianfrusaglie religiose che mi mettono lo stomaco sottosopra”, afferma. “Questi osceni baracchini arrivano fino alla fonte. Insomma, se non compri ora, comprerai. Bisognerebbe dare tutto alle fiamme. Sono perfettamente d’accordo su ciò che da qualche parte, non ricordo nemmeno dove, ha scritto Mauriac: ‘Tutto questo è la risposta del diavolo alla Vergine Maria’”.

    All’amica Catherine Anne Porter scrive una cartolina, spedita in busta chiusa: “La vista di tutta questa gente malata, della loro afflizione unita alla fede, lo devo ammettere, è davvero impressionante”. La particolarità di Lourdes, come dirà a padre Youree Watson, “è che non ti viene affatto voglia di pregare per te stesso, vedendo così tante persone che stanno peggio”.

    Flannery e quel bagno inatteso

    È partita da casa certa che non avrebbe mai fatto “il bagno”. E invece entrerà in quell’acqua (dirà poi di averlo fatto perché convinta che la fede si debba tradurre in azioni concrete). Vi si reca all’alba, sperando di evitare la folla: effettivamente davanti a lei trova solo una quarantina di pellegrini. In fila in attesa del suo turno — racconterà a Elizabeth Bishop —, nota che le persone si passano “un thermos di acqua di Lourdes”, bevendo tutti direttamente dal tappo. “Avevo un brutto raffreddore, quindi immagino di aver lasciato più germi di quanti ne abbia portati via”. Non solo: prima di immergersi nudi, i pellegrini indossano un sacco per pudore; con orrore però Flannery nota che si tratta dello stesso sacco che ha usato la persona precedente (condividerà così la battuta sentita a Parigi: “Il miracolo di Lourdes è che non ci siano epidemie”).

    Fatto sta che, chiusi gli occhi, si rivolge a Dio: “Delle mie ossa poco o nulla mi importa. Quindi non ti chiedo niente, facciano come vogliono. Ti chiedo invece di aiutarmi nel mio secondo romanzo [The Violent Bear It Away, ‘Il cielo è dei violenti’] che sto facendo molta fatica a scrivere”. Insomma, più che preoccuparsi del lupus che la devasta, prega per la sua creatività, che al momento le pare smarrita.

    A Roma (ultima tappa del viaggio), partecipa all’udienza generale con Pio XII, che le impartisce una benedizione speciale proprio in virtù delle stampelle. Il Pontefice lascia il segno (“Qualunque sia quella speciale vitalità suprema propria della santità, in lui è evidentissima”). Il volo di ritorno la vede esausta e dolorante, anche se non mancherà qualche intermezzo ironico (quando un passeggero si addormenta a bocca spalancata, Flannery vede un bambino che finge di inserirvi una moneta).

    “Una grande notizia per me — scriverà a Caroline Gordon, poco tempo dopo il rientro —. Il medico dice che l’osso dell’anca si sta ricalcificando. Mi permette di camminare per la stanza e per brevi tratti senza stampelle. Se il miglioramento prosegue, potrei abbandonarle nel giro di un anno o poco più. Forse questa è Lourdes”. Effettivamente i medici notano dei passi avanti: il merito è di Lourdes? O delle preghiere dei tanti che le vogliono bene? In ogni caso, O’Connor è profondamente grata a Dio. Nel frattempo la cugina Katie si ammala gravemente: prima di morire, a novembre, avrà almeno la gioia di sapere che il viaggio ha giovato alla salute di Flannery. E non si tratta solo dell’anca: qualche mese dopo il rientro, O’Connor si accorge che le difficoltà incontrate nella scrittura sono svanite. È la riprova di come le sue preghiere siano state ascoltate.

    Amurri, il non credente sul treno bianco

    La seconda voce di Lourdes che vogliamo ricordare è quella di Lorenzo Amurri (1971-2016), scrittore romano in sedia a ruote, non credente, che — per sfida, dopo l’invito di una donna sconosciuta ai familiari di portarlo là per cercare il miracolo — sale sul treno bianco dell’Unitalsi. Racconterà poi la sua esperienza in Perché non lo portate a Lourdes? (Fandango Libri 2014), un libro ironico, sincero, spietato e profondo insieme.

    La copertina di “Perché non lo portate a Lourdes?”, il volume di Lorenzo Amurri pubblicato da Fandango Libri

    La copertina di “Perché non lo portate a Lourdes?”, il volume di Lorenzo Amurri pubblicato da Fandango Libri

    Anche lui parte di malavoglia (“Sono sospeso nel nulla, sono l’ultimo uomo sulla terra, sono a Lourdes”). Parte con il pregiudizio un po’ intellettuale di chi guarda una religiosità che suona come superstizione: tornerà con il rispetto silenzioso e commosso di chi ha sentito la potenza di un luogo che resta sì un mistero, ma delicato e rassicurante. Nel suo racconto corale — perché sono le voci e le storie di chi incontra a dare il passo alla narrazione — Amurri si mantiene in equilibrio: non vuole rinnegare il suo ateismo, ma non vuole nemmeno correre il rischio di “inquinare la fede di chi viene qui per devozione”, di “sporcare un luogo immacolato mancando di rispetto a loro e a quello in cui credono”.

    Denunciando con ironia ma senza remore un’organizzazione mai a misura di persone fragili, Amurri racconta però del “pregio che si estende a tutto il popolo del Santuario. Non ho mai avuto la sensazione di sentirmi diverso, mai uno sguardo pietoso o imbarazzato, né una falsa e ipocrita gentilezza. Una normalità nuova, fresca, schietta e priva di pregiudizi. Se esiste un luogo dove la diversità si integra alla perfezione con il mondo che la circonda, senza forzature culturali e doveri etici imposti, l’ho trovato”.

    L’equilibrio tra spinte contrastanti domina soggiorno e narrazione, tra (ad esempio) sincerità dell’anelito spirituale e bassezza della mercificazione. Se infatti Amurri è spietato con chi specula per guadagno sulla fede o sul pietismo di tanti uomini di Chiesa (“Dove finiscono i discorsi di solidarietà e misericordia tanto declamati, quando l’immagine viene prima della salute e del rispetto per le persone che a quei discorsi credono con fermezza?”), è però sincero nel raccontare come, al momento del ritorno, gli sia apparsa all’improvviso “l’immagine della grotta. La fastidiosa sensazione si trasforma in una soffice e calda onda che si propaga in tutto il corpo. Non posso credere a un richiamo così potente da presentarsi come malessere, ma è evidente che il desiderio ha trovato la forma che lo soddisfa”. È la forza che sprigiona la grotta: non il luogo in sé, ma la forza di chi quel luogo lo vive.

    “Accanto a me, inginocchiata, c’è una giovane monaca. Ha un viso luminoso di rara bellezza, rivolto verso la statua di Maria, in totale e commossa adorazione. Chiude gli occhi e resta così, immobile. Mi giro di nuovo verso la roccia e li chiudo anch’io. D’un tratto tutto intorno a noi sparisce. Niente piscine, niente cattedrale con le sue basiliche, niente ponti, niente chiese, niente Notre-Dame, niente candelieri, niente panche e niente contaminazione umana. Solo l’energia che sgorga da questo luogo, che è impossibile non percepire, che attrae e spoglia di senso tutto quello che le hanno costruito intorno. Una sola differenza ci divide: lei ha deciso di spiegarla dandole un nome”.

    Il miracolo dell’amore

    C’è la sensazione — così forte a Lourdes — del tempo sospeso. Ma c’è, soprattutto, la scoperta del vero miracolo, che passa per l’incontro con un anziano che accompagna sua moglie. “L’ho visto accudirla con dedizione: asciugarle teneramente il sudore, lavarla sul letto con batuffoli d’ovatta, portarla al bagno, aiutarla a mangiare, assicurarsi che i volontari la muovessero con i gesti corretti. Un amore incondizionato, speciale, commovente. Chissà se anche lui speri in un aiuto ultraterreno, quando invece ne è la rappresentazione più reale e terrena”. Perché poi, il miracolo qual è? Muoversi con libertà nuovamente, certo (Amurri è in carrozzina per un incidente sugli sci a 25 anni), ma anche e soprattutto scacciare “via per sempre questa solitudine interiore, unica e vera compagna di vita”.

    Flannery O’Connor e Lorenzo Amurri, due voci partite per Lourdes con scetticismo e tornate arricchite, lasciandoci testimonianze ricche, ironiche e sfaccettate. Che acuiscono il mistero, e seminano scintille.

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