Nella cittadina francese che Leone visiterà sabato 26 e domenica 27 settembre la coppia gestisce una casa famiglia e la struttura di accoglienza “En casa” con il sostegno della Comunità Papa Giovanni XXIII. Ai media vaticani raccontano di una solidarietà che integra le persone con varie difficoltà all’interno del contesto sociale ordinario, evitando una localizzazione eccessiva negli istituti

    Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

    Un sogno incarnato, rispettoso. Il “trampolino” verso una vita che riparte e il nido a cui si può sempre fare ritorno. È questo il senso dell’opera che il 51enne Palmino Paolucci e sua moglie Lucia portano avanti da ormai sedici anni a Lourdes, grazie all’incontro e al sostegno della Comunità Papa Giovanni XXIII. Un impegno che, mentre la coppia si prepara a celebrare 25 anni di matrimonio, si sviluppa lungo due direttrici: una casa famiglia e una struttura di accoglienza per adulti chiamata En Casa, “A casa”. Intervistato dai media vaticani, Palmino ripercorre le tappe del cammino che lo ha portato nella cittadina francese: la prima apertura, insieme a Lucia, di una casa famiglia sui Colli Euganei, vicino a Padova, dove la coppia è rimasta per sei anni; poi il trasferimento a Lourdes, seguendo l’incoraggiamento del fondatore della Comunità, don Oreste Benzi. Un viaggio maturato anche nel clima dell’esortazione di quegli anni di Benedetto XVI a “riscoprire le radici cristiane dell’Europa e di una nuova evangelizzazione del continente”. Una storia che risuona, anche in questo caso in maniera duplice, con il viaggio apostolico che Papa Leone XIV compie in Francia: da una parte la visita a Lourdes, prevista per sabato 26 e domenica 27 settembre, dall’altra la tappa successiva a Metz, il 28 settembre, dove il Pontefice prenderà parte a diverse iniziative dedicate anche alla valorizzazione dei valori cristiani che hanno contribuito alla storia e alla fondazione delle istituzioni continentali.

    Ascolta l’intervista a Palmino Poluccio

    “Fare famiglia”

    Al centro della vocazione di Palmino e Lucia, ma più in generale della stessa Comunità Papa Giovanni XXIII, c’è la scelta di “riproporre qualcosa che un tempo era normale e che nel tempo si è progressivamente perso: la famiglia accogliente, capace di allargarsi e di accogliere chi si trova in difficoltà”. A Lourdes questo principio si dipana nella vita ordinaria che cerca di testimoniare la “bellezza e ricchezza” di un nucleo capace di accogliere e accompagnare, per un tratto di strada, persone che hanno bisogno di ricostruirsi. L’inserimento di Palmino nella realtà francese è passato inizialmente attraverso diversi impieghi: lavapiatti, addetto alle camere, responsabile di sala, portiere notturno. Poi, la richiesta di dare una mano nella liturgia del Santuario di Lourdes, esperienza che gli ha aperto una nuova prospettiva professionale: oggi Palmino ne è cerimoniere.

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    Integrazione che non separa

    Anche l’integrazione culturale si è sviluppata nel vivere quotidiano, attraverso la scelta di presentarsi come cattolici vivendo da “famiglia tra le famiglie” e nel rispetto del principio di laicità dello Stato. La cultura europea è certamente comune, riconosce Palmino, ma nel campo dell’assistenza sociale esistono differenze significative tra Italia e Francia. Quest’ultima, spiega, “mette in campo grandi risorse economiche e professionali ed è, sotto questo aspetto, un sistema molto strutturato”. Il rischio, però, è che l’aiuto rimanga concentrato negli istituti, con la conseguenza che “la persona con disabilità rischia quindi di essere separata dal contesto sociale ordinario”. Nel tempo, nota tuttavia Palmino, è migliorato soprattutto l’inserimento delle persone con disabilità nel contesto scolastico. “Quando siamo arrivati nel Paese, per alcune delle nostre figlie adottive che avevano un ritardo era molto difficile trovare un percorso scolastico adeguato. Nel tempo la situazione è migliorata molto”.

    Un mercatino per raccogliere fondi destinati alla casa famiglia

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    Il riconoscimento dell’opera

    I primi quattro figli della coppia sono infatti cresciuti a Lourdes insieme a Daniela, una donna con disabilità accolta dalla famiglia e morta nel 2018. Proprio in quel periodo, racconta Palmino, “l’ente francese che si occupa della disabilità ci ha chiesto di ottenere un riconoscimento ufficiale”. È così iniziato il percorso di avviamento della casa famiglia, che ha portato all’accoglienza della prima persona francese, Pascal, ancora oggi parte della famiglia. A lui si è aggiunto anche un bambino con una grave disabilità, la miopatia di Duchenne, una forma di distrofia muscolare progressiva. “Anche il settore minori ci ha chiesto di ottenere il riconoscimento. Oggi siamo quindi riconosciuti dallo Stato francese come casa famiglia sia per l’accoglienza degli adulti sia per quella di bambini e minori”. Attualmente la casa famiglia è composta da nove figli biologici e tre adottati, oltre alle quattro persone accolte. Tra loro c’è anche una ragazza di sedici anni, arrivata dopo aver vissuto una situazione familiare molto difficile e violenze domestiche.

    “A casa”

    All’esperienza della casa famiglia si è affiancata, vista l’efficacia del progetto, una nuova struttura di accoglienza per adulti. L’esigenza era stata individuata già nel 2017 dal vescovo di Lourdes. “Tra il 2018 e il 2019 sono iniziati i lavori di strutturazione e nel 2021 è nata l’associazione di diritto francese che gestisce il progetto. L’opera nasce dal recupero di un ex albergo, completamente ristrutturato e messo a norma. Al suo interno ci sono undici appartamenti e oggi vivono circa 35 persone, sostenute da una trentina di volontari. Il nome scelto è En Casa, espressione occitana che significa “a casa”. Un richiamo anche alla storia e all’identità del territorio: Lourdes si trova infatti in una terra occitana e Bernadette stessa, ricorda Palmino, non parlava francese ma l’idioma locale. Il modello di riferimento è quello della “Capanna di Betlemme” della Comunità Papa Giovanni XXIII: raccogliere le persone e invitarle a casa. Ma a Lourdes la risposta è stata adattata alle esigenze del territorio. Qui lo Stato sociale garantisce già un posto letto a chi vive per strada. Il bisogno più forte riguarda allora il momento precedente o successivo: chi, per difficoltà economiche o psicologiche, rischia di finire in strada, oppure chi vuole uscire da una situazione di fragilità e ricominciare.

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    “Trampolino” verso la vita rinnovata

    La convivenza, che oggi contempla famiglie provenienti da diversi Paesi tra cui Colombia, Bangladesh e dal continente africano, non è affidata soltanto alla disponibilità individuale, ma prevede degli atelier di socializzazione, pensati come uno spazio intermedio tra la società esterna e la vita interna della casa. Sono quattro: un laboratorio di cucito, uno di aiuto compiti per i bambini, uno creativo e uno dedicato ai giochi da tavolo. Attività semplici, ma che permettono di incontrare altre persone, uscire dall’isolamento e costruire relazioni, soprattutto per chi è straniero o vive una condizione di particolare fragilità. È proprio per questa funzione che En Casa può essere definita una “casa trampolino”. “L’idea è che sia una casa per un periodo di tempo, un luogo dal quale ripartire”, sintetizza Palmino. Anche avere un contratto di affitto può fare la differenza nel percorso verso l’autonomia, perché rende più semplice trovare un lavoro. E Lourdes, città di pellegrinaggi con un numero molto elevato di alberghi, offre un mercato del lavoro stagionale particolarmente ampio nel settore alberghiero.

    Ricominciare dalle cose semplici

    Nel cammino verso una nuova autonomia rientrano anche gesti apparentemente ordinari. “Quando una persona ricomincia a vivere, non basta trovarle un lavoro. Bisogna aiutarla a ricostruire anche le abitudini quotidiane”. Palmino racconta infine anche l’esperienza legata al cibo. Chi vive una situazione di grande fragilità può avere abitudini molto semplici e poco curate: “un hamburger surgelato nel microonde e via”. A En Casa si è cercato quindi di riscoprire il valore della preparazione dei pasti, anche grazie alla collaborazione con una persona che coltiva un orto biologico e dalla quale vengono acquistati prodotti a chilometro zero. È questa, in fondo, la logica di della struttura: non sostituirsi alle persone, ma offrire un luogo, relazioni e strumenti perché possano tornare progressivamente a costruire il proprio futuro.

    Una giornata di sensibilizzazione organizzata da En Casa

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