Centouno rimpatri, una struttura operativa e una missione che valorizza la Polizia Penitenziaria. Il Governo ha dato concretezza a una scelta difficile. Ora servono continuità, regole certe e risultati misurabili.

     

    Centouno rimpatri effettivamente eseguiti. Nel dibattito su Gjadër questo numero viene presentato quasi esclusivamente come la prova di un fallimento.
    Noi crediamo, invece, che siano centouno provvedimenti che hanno trovato esecuzione attraverso un dispositivo nuovo, costruito fuori dai confini nazionali e reso operativo nonostante un percorso politico, organizzativo e giudiziario particolarmente accidentato.
    Non bastano a certificare il successo definitivo dell’operazione, ma nemmeno possono essere considerati il risultato di un fallimento.

    In una interrogazione del deputato di Azione Fabrizio Benzoni i dati, attribuiti al Viminale e aggiornati al 14 luglio 2026, indicano 685 persone trasferite e 101 rimpatriate, pari al 14,7 per cento. È un risultato ancora limitato rispetto alle ambizioni iniziali.
    È però un risultato concreto, sul quale lavorare per migliorare l’efficacia del sistema.
    La domanda che andrebbe fatta, a nostro giudizio, è come farlo funzionare meglio, valorizzando ciò che è stato realizzato.

    Al Governo guidato da Giorgia Meloni riconosciamo il merito di avere assunto una decisione impegnativa, averla difesa e aver portato all’operatività una struttura che oggi esiste e svolge attività.
    L’accordo sottoscritto con Edi Rama il 6 novembre 2023 ha trasformato la cooperazione con l’Albania in un progetto concreto, con sedi, personale e responsabilità italiane.
    Le successive modifiche hanno orientato Gjadër anche al trattenimento di persone provenienti dai CPR italiani in attesa di rimpatrio.
    Il progetto è cambiato lungo il percorso e la sua capacità di adattamento merita una valutazione politica che non si esaurisca nella parola “retromarcia”.

    Il calcolo strumentale dei costi

    Il dato che colpisce maggiormente è quello dei circa 495 mila euro per rimpatrio, ottenuto dividendo i circa 50 milioni di spese di gestione del 2025 per i 101 rimpatri registrati al luglio 2026. Lo stesso Benzoni precisa che questa cifra non rappresenta il costo effettivo del singolo rimpatrio.

    La precisazione cambia il senso del confronto. Si accostano periodi differenti e si concentra su un solo risultato l’intera spesa di funzionamento delle strutture. Il quoziente segnala certamente un problema di utilizzo e di sostenibilità da approfondire, ma non consente, da solo, di stabilire quanto costi eseguire un rimpatrio né quale sarà il costo di un sistema impiegato con maggiore continuità.

    Un centro richiede sicurezza, assistenza, manutenzione e personale anche quando le presenze sono ridotte. Ciò non rende automaticamente conveniente ogni investimento, ma impone una contabilità seria su spese iniziali, costi fissi, costi variabili, giornate di effettivo utilizzo e risultati riferiti allo stesso periodo. Altrimenti la calcolatrice rischia di diventare un megafono.

    Anche il confronto tra il 14,7 per cento di Gjadër e il 41,8 per cento indicato per i CPR italiani nel 2024 richiede prudenza. Il divario esiste e va affrontato. Per misurarlo correttamente, però, occorrono periodi omogenei, informazioni sulle persone trasferite e distinzione tra procedimenti conclusi e ancora aperti. Un confronto utile deve aiutare a correggere le procedure.

    Oltre l’Adriatico c’è anche la professionalità del Corpo

    Come SAPPe abbiamo visitato il nostro centro di detenzione di Gjadër, per conoscere da vicino la struttura e le condizioni di lavoro dei colleghi.

    Sulla nostra Rivista abbiamo descritto un complesso sorto su un’ex base militare albanese, articolato in strutture con funzioni differenti. Nella configurazione illustrata figuravano un’area per richiedenti asilo da 880 posti, un CPR da 144 e un penitenziario da 20. Capienze e destinazioni vanno riferite a quella configurazione, senza confonderle con le presenze effettive o con gli impieghi successivi. Il carcere costituisce dunque una componente specifica del complesso.

    La distinzione è essenziale. Il trattenimento amministrativo nel CPR e la detenzione in carcere hanno presupposti diversi. Il reparto penitenziario è stato previsto per persone destinatarie di un titolo custodiale, anche in relazione a reati commessi nelle strutture. La Polizia Penitenziaria porta in questa missione competenze precise, maturate nella gestione della sicurezza e della detenzione.

    Il piano iniziale prevedeva un contingente di 45 appartenenti al Corpo. Nel confronto al DAP del luglio 2024 erano stati illustrati il coordinamento con le altre forze di polizia, l’autonomia del contingente e la dipendenza amministrativa da Regina Coeli. Un’organizzazione che restituisce la complessità del servizio e il valore dell’esperienza professionale richiesta.

    Abbiamo contestato fin dall’inizio l’insufficiente chiarezza dei criteri di selezione del personale. Manteniamo quella posizione: sostenere una missione significa pretendere che funzioni anche per chi la rende possibile. Avvicendamenti trasparenti, dotazioni adeguate, sicurezza operativa e pagamenti puntuali sono condizioni della sua riuscita.

    L’Europa si muove nella stessa direzione

    Il fatto nuovo più significativo arriva dalle istituzioni europee. Il 1° giugno 2026 Consiglio e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sul nuovo sistema comune dei rimpatri che contempla la possibilità di istituire centri nei Paesi terzi. La Commissione ha accolto favorevolmente l’intesa, indicando questa possibilità tra gli strumenti per rendere più efficace l’esecuzione dei provvedimenti.

    Non è una promozione automatica del modello italiano perché strumenti e condizioni giuridiche devono essere distinti. È però un’evoluzione politica rilevante. La cooperazione con Paesi esterni all’Unione per organizzare i rimpatri è ormai parte delle soluzioni discusse e negoziate a Bruxelles. Possiamo quindi riconoscere all’Italia di avere sperimentato sul campo una direzione che ha acquisito un interesse europeo più ampio.

    La Commissione ricorda inoltre che nel 2025 il tasso europeo di rimpatrio era del 28 per cento.
    È un indicatore diverso da quello degli ingressi e delle uscite di un singolo CPR, ma chiarisce quanto il problema sia generale. Rendere effettivi i rimpatri richiede accordi di riammissione, identificazioni e collaborazione dei Paesi di destinazione: nessuna recinzione, da sola, risolve questi passaggi.

    Anche le conclusioni presentate l’11 giugno 2026 dall’avvocata generale Laila Medina contengono un elemento significativo: la localizzazione di centri di trattenimento fuori dall’Unione non è, in sé, esclusa dal diritto europeo. Restano le sue rilevanti obiezioni sulle garanzie e sulla disciplina applicabile.
    E, tuttavia, quelle conclusioni non sono una sentenza e non equivalgono a un via libera al Protocollo. Indicano comunque che il nodo va affrontato sul terreno delle regole e della loro applicazione, senza trasformare la geografia in una condanna preventiva.

    È su questo terreno che sosteniamo il consolidamento dell’operazione. Le decisioni giudiziarie vanno rispettate, le criticità sanitarie affrontate e le garanzie rese effettive. Regole chiare proteggono anche gli operatori, che non possono essere lasciati a gestire in prima linea le incertezze del sistema.

    Al Governo riconosciamo dunque il merito di avere aperto una strada difficile e costruito uno strumento operativo. Ora chiediamo di rafforzarlo.

    Gjadër merita di essere giudicato sui risultati e sulla capacità di migliorarli.
    Noi sosteniamo questa possibilità. E chiediamo che la determinazione politica dimostrata finora diventi continuità amministrativa, certezza delle procedure e piena valorizzazione dei colleghi che rappresentano lo Stato italiano oltre l’Adriatico.

    Giovanni Battista de Blasis

     

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