Sentenza d’appello per Maja T. in Ungheria e decisione sull’estradizione di Gino in Francia. Intanto la polizia tedesca ferma un autobus della solidarietà diretto a Budapest. Il “Budapest Complex” è ormai un caso politico europeo: difendere gli imputati significa difendere garanzie, solidarietà internazionale e la legittimità dell’antifascismo.
Oggi, 30 settembre, due tribunali distanti più di mille chilometri decideranno sul destino di due antifascisti coinvolti nel cosiddetto “Budapest Complex”. A Budapest è attesa la decisione d’appello nei confronti di Maja T., condannata in primo grado a otto anni di carcere; a Parigi la Corte di Cassazione dovrà pronunciarsi sul ricorso contro l’estradizione in Germania di Rexhino Abazaj, Gino. Due procedimenti formalmente distinti che compongono ormai un’unica vicenda politica europea: la repressione transnazionale dell’antifascismo nata dopo le giornate del febbraio 2023, quando militanti neonazisti provenienti da diversi paesi raggiunsero la capitale ungherese per il cosiddetto “Giorno dell’Onore”, commemorazione delle SS e delle truppe collaborazioniste ungheresi che nel 1945 tentarono di rompere l’assedio sovietico di Budapest.
La giornata è cominciata, significativamente, prima ancora dell’apertura delle aule giudiziarie. Un autobus partito dalla Germania per portare sostenitori di Maja a Budapest è stato fermato durante la notte dalla polizia tedesca al confine con la Repubblica Ceca. Secondo quanto riferito dagli organizzatori della mobilitazione e dalla cronaca in diretta di nd, i passeggeri sono stati sottoposti a lunghi controlli di identità e a tre persone sarebbe stato impedito di lasciare la Germania sulla base della previsione che la loro presenza potesse danneggiare la reputazione della Repubblica federale all’estero. Il ritardo accumulato mette a rischio l’arrivo del pullman a Budapest in tempo per l’inizio dell’udienza.
Non è un dettaglio laterale rispetto a ciò che sta accadendo nei tribunali. È parte dello stesso problema politico. La solidarietà internazionale verso gli imputati viene trattata come un possibile problema di sicurezza e sottoposta a strumenti preventivi di controllo della mobilità. La possibilità di raggiungere un altro paese europeo per assistere a un processo e manifestare solidarietà diventa essa stessa oggetto dell’intervento di polizia. La Germania mantiene tuttora controlli temporanei alle proprie frontiere terrestri interne allo spazio Schengen, compresa quella con la Repubblica Ceca.
Il caso di Maja resta quello che più chiaramente mostra fino a dove si sia spinta questa vicenda. Arrestata in Germania nel dicembre 2023, Maja venne consegnata all’Ungheria il 28 giugno 2024 con una procedura rapidissima. La difesa aveva presentato un ricorso urgente alla Corte costituzionale federale tedesca, che ordinò di sospendere la consegna, ma quando la decisione arrivò Maja era già stata trasferita alle autorità austriache e quindi a quelle ungheresi. La Corte costituzionale contestò il mancato approfondimento delle garanzie sulle condizioni di detenzione in Ungheria.
Da allora Maja è detenuta in Ungheria. Nel febbraio scorso è arrivata la condanna in primo grado a otto anni. L’accusa ha impugnato la sentenza chiedendo una pena molto più pesante, fino a 24 anni, mentre la difesa chiede l’assoluzione. Maja sostiene che non esistano prove concrete sufficienti per attribuirle le aggressioni contestate. L’udienza d’appello si è aperta il 18 settembre e oggi è prevista la decisione definitiva del secondo grado insieme a quelle riguardanti Anna M. e l’italiano Gabriele M.
Non occorre trasformare questa solidarietà nella negazione preventiva dei fatti contestati. Stabilire responsabilità individuali per le aggressioni avvenute a Budapest è compito dei tribunali, sulla base delle prove e nel rispetto delle garanzie processuali. Proprio per questo il caso Maja è così importante. Essere antifascisti non attribuisce immunità penale, ma essere antifascisti non può neppure significare essere consegnati a un sistema giudiziario sul quale sono state sollevate serie questioni riguardanti indipendenza, proporzionalità della pena e condizioni di detenzione. Difendere Maja significa innanzitutto pretendere che quei principi valgano anche quando l’imputato è stato trasformato politicamente in un nemico.
Nelle stesse ore la partita si gioca a Parigi. La Corte di Cassazione francese deve pronunciarsi sul ricorso di Gino contro la decisione della Corte d’appello che lo scorso 19 agosto ha autorizzato la sua consegna alla Germania. La Francia aveva precedentemente rifiutato di estradarlo direttamente in Ungheria. Ora la richiesta arriva da Berlino e proprio questo alimenta il timore della difesa e dei comitati di solidarietà: che la Germania possa trasformarsi nella tappa intermedia di un successivo trasferimento a Budapest.
Intorno alle 14 è attesa la decisione. Dalle 10, alla Bourse du Travail di Parigi, il Comité Solidarité Budapest ha organizzato una giornata di mobilitazione con una trasmissione radiofonica, momenti di incontro, scrittura collettiva di lettere ai detenuti e preparazione di striscioni. Alle 18.30 è previsto un meeting antifascista contro l’estradizione. In questi giorni personalità della cultura, della politica e dell’università di diversi paesi europei hanno sottoscritto un appello contro la consegna di Gino. La questione posta dai promotori supera esplicitamente la sua vicenda personale: riguarda la possibilità che l’antifascismo venga progressivamente criminalizzato attraverso una cooperazione repressiva tra diversi Stati europei.
Anche in Italia sono previste iniziative. A Milano è stato convocato alle 18 un presidio davanti al consolato ungherese che dovrebbe successivamente muoversi verso quello francese; a Napoli è previsto un corteo da piazza del Gesù e a Bologna un appuntamento al Vag61. Non è una solidarietà accessoria al procedimento giudiziario. È la risposta politica a un processo repressivo che, proprio perché attraversa le frontiere, richiede una solidarietà capace di attraversarle nella direzione opposta.
Questo è il punto che oggi non può essere eluso. Il “Budapest Complex” non riguarda soltanto ciò che accadde nelle strade della capitale ungherese nel febbraio 2023. Riguarda ciò che l’Europa è diventata nel frattempo. L’estrema destra non è un residuo storico. Governa paesi, condiziona maggioranze, cresce elettoralmente e ha riportato dentro il dibattito pubblico concetti come remigrazione, supremazia nazionale, chiusura etnica delle frontiere e discriminazione dei migranti. Le commemorazioni neonaziste continuano a svolgersi e reti dell’estrema destra attraversano liberamente le frontiere europee. È dentro questo continente, non dentro un’immagine del Novecento, che va collocata la necessità dell’antifascismo.
Per questo sarebbe un errore ridurre tutto alla domanda se si condividano o meno le forme dell’antifascismo militante. È una scorciatoia che permette di evitare il problema principale. L’antifascismo è necessario non perché ogni azione compiuta in suo nome sia automaticamente giusta, ma perché sono ancora presenti le condizioni politiche e sociali che rendono necessaria un’opposizione organizzata all’estrema destra. La discussione sui mezzi non può essere utilizzata per cancellare la legittimità del fine, così come la solidarietà con gli imputati non significa rinunciare a distinguere responsabilità individuali, prove e fatti.
È precisamente questa distinzione che oggi rischia di essere cancellata. Il militante antifascista viene trasformato in una categoria di pericolosità; la cooperazione giudiziaria europea consente che procedimenti, mandati di arresto ed estradizioni attraversino rapidamente le frontiere; la solidarietà viene monitorata preventivamente e persino il viaggio verso un’udienza può incontrare ostacoli di polizia. La repressione diventa transnazionale mentre agli antifascisti viene chiesto di restare confinati dentro i rispettivi Stati.
La risposta non può che essere opposta: internazionalizzare la solidarietà. Non per costruire miti attorno agli imputati, non per sostituire l’analisi politica alla verifica dei fatti e neppure per rivendicare zone di impunità. Ma per impedire che una persona venga lasciata sola davanti a un apparato giudiziario e carcerario semplicemente perché la sua vicenda è politicamente scomoda. La solidarietà serve precisamente a rompere quell’isolamento, a rendere visibili i procedimenti, a controllare le condizioni di detenzione, a sostenere le difese, a pretendere proporzionalità delle pene e rispetto delle garanzie.
Lo ha ricordato anche Maja nel corso del procedimento, rivendicando i propri valori antifascisti, antiautoritari e umanisti e manifestando solidarietà a Gino e Zaid. Intorno alla sua vicenda si è sviluppata negli ultimi anni una mobilitazione europea che non si è arrestata davanti alle frontiere né dopo le sconfitte giudiziarie. Secondo il comitato di solidarietà, oltre centomila persone hanno sottoscritto la petizione per il suo trasferimento in Germania.
È questo che rende il 30 settembre una giornata che riguarda molto più di Maja e Gino. A Budapest si decide una pena; a Parigi si decide un’estradizione. Ma politicamente si misura anche quale spazio l’Europa intenda lasciare all’antifascismo mentre l’estrema destra diventa sempre più forte.
Non servono dichiarazioni solenni sull’antifascismo come valore fondativo se, quando gli antifascisti vengono processati, incarcerati o sottoposti a procedure di estradizione, prevalgono silenzio e indifferenza. La solidarietà non implica assoluzioni preventive, ma pretende che nessun imputato venga sottratto alle garanzie, che nessuna appartenenza politica diventi un’aggravante informale e che nessuno Stato possa utilizzare la cooperazione europea per aggirare le tutele che un altro ordinamento ha ritenuto necessarie.
Oggi essere a Budapest, Parigi, Milano, Napoli, Bologna, Berlino o altrove significa soprattutto questo: affermare che l’antifascismo non è un reperto commemorativo da celebrare il 25 aprile. È una necessità politica del presente. E proprio perché l’estrema destra si organizza ormai su scala europea, anche la solidarietà antifascista deve essere internazionale, concreta e capace di non lasciare solo nessuno di fronte alla repressione.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
