di Andrea Gianni

    Un altro no dei giudici alla Grecia, basato sulle condizioni delle carceri, dopo che nel giugno scorso la Corte d’Appello di Milano aveva respinto la richiesta di estradizione di un 36enne italo-albanese fuggito in Italia per evitare l’arresto per due violente rapine a mano armata, rimettendolo in libertà perché la detenzione in Grecia lo “esporrebbe a un rischio reale di violazione dei diritti umani”. Una sentenza milanese che ha fatto giurisprudenza, tanto che è tra gli elementi alla base di una decisione presa nei giorni scorsi dalla Corte d’Appello di Ancona su una vicenda analoga.

    In questo caso la destinataria del mandato d’arresto europeo è una albanese di 43 anni, titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo rilasciato dalla Questura di Milano, che ha vissuto a lungo a Melzo prima di trasferirsi nelle Marche. Ha una figlia minorenne, si è costruita una nuova vita ma a un certo punto la giustizia greca ha presentato il conto. Sulle sue spalle, infatti, gravava una condanna definitiva a 13 anni e 3 mesi di reclusione emessa a Salonicco per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È finita al centro di un processo a carico di una banda di passeur che, prima del 2018, si sarebbe fatta pagare da migranti in cambio di passaggi in auto per varcare la frontiera fra la Turchia e la Grecia e proseguire così il viaggio della speranza lungo la rotta balcanica. Passaggi che costavano circa duemila euro a testa.

    Nel luglio scorso la donna era finita in carcere nelle Marche, in esecuzione del mandato d’arresto europeo, ottenendo poi i domiciliari chiesti dal suo difensore, l’avvocato Massimo Monaldi. Nel frattempo è andato avanti il procedimento sull’estradizione, ora sfociato nella bocciatura della richiesta avanzata dalla Grecia. “La Corte di Appello di Ancona, accogliendo le nostre osservazioni – spiega l’avvocato Monaldi – ha negato l’estradizione perché le condizioni delle carceri greche esporrebbero la condannata a un rischio di trattamenti inumani e degradanti e la esporrebbero a un rischio di violazione dei diritti umani”.

    Le stesse criticità sul sistema delle carceri che, per inciso, hanno portato alle plurime condanne dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra i documenti prodotti dalla difesa anche quella sentenza milanese che scarcerò il presunto rapinatore, citata dai giudici di Ancona. Secondo i giudici la 43enne albanese (ora rimessa in libertà) può scontare la sua pena in Italia, anche perché qui “risulta vivere in un contesto familiare stabile, occupandosi della figlia minore regolarmente inserita nel circuito scolastico”. Elementi che dimostrano il suo “radicamento solido con il territorio italiano da ben oltre cinque anni”. D’altra parte dalla Grecia non sono arrivate sufficienti garanzie sulle condizioni delle carceri femminili, anche sul “mantenimento dei rapporti affettivi” con la figlia “a tutela delle esigenze psico-evolutive della minore”.

    Share.
    Leave A Reply