Vanno ascoltati con attenzione gli argomenti usati, per perorare la loro causa, sia dai tanti filorussi in circolazione sia da coloro che, pur non avendo particolari simpatie per la Russia, ritengono che il realismo ci imponga di piegarci ai diktat del Cremlino. Gli argomenti sono tre. Il primo, continuamente usato fin dai primi giorni dell’invasione dell’Ucraina, è che l’aggressore apparente sia in realtà l’aggredito. La Russia sarebbe una vittima. Ha solo reagito per difendersi dall’arroganza e dalla volontà di dominio degli Stati Uniti. È una tesi che ha sempre fatto presa sugli affetti da antiamericanismo ed è inutile perdere tempo a replicare ancora. Lo si è già fatto tante volte.

    Più interessanti, anche perché più subdoli, meno scopertamente ideologici, sono gli altri due argomenti. Possiamo definirli «negazione plausibile» e «attenti, se tiriamo la corda ci aspetta l’Armageddon nucleare». La negazione plausibile dipende dalle caratteristiche della guerra ibrida che la Russia ha scatenato contro l’Europa. È una guerra di cui sono consapevoli quasi esclusivamente gli addetti ai lavori e i pochi davvero attenti a quanto sta accadendo. Per sua natura la guerra ibrida è, tutt’ora, invisibile, non riconosciuta come tale dalle opinioni pubbliche europee. Con l’eccezione di baltici, polacchi, finlandesi e di tutti coloro che, per vicinanza geografica, sentono sul collo il fiato della Russia, il grosso della popolazione europea nulla sa della guerra ibrida, non è consapevole del fatto che ne siamo vittime.
    Diventa quindi plausibile, alle orecchie dei più, la negazione, da parte dei filorussi, che tale guerra sia in corso. Ciò rende anche plausibile quel salto logico in virtù del quale chiunque si attenga ai fatti e li denunci possa essere accusato di essere un «guerrafondaio».



















































    Il secondo argomento consiste nell’evocare la minaccia nucleare. Dicono quelli che insistono su questo punto: «Vogliamo davvero difendere a tutti i costi l’Ucraina? E domani, magari, gli Stati baltici o la Polonia? Ma siamo matti? Se lo faremo la Russia ci distruggerà a colpi di bombe nucleari». Essi in sostanza dicono: non possiamo fare altro, noi europei, che chinare la testa.
    Si consideri quello che appare uno scenario che è ritenuto assai plausibile, negli ambienti militari occidentali, sulle prossime mosse del Cremlino. Al fine di saggiare la reazione della Nato la Russia sceglie di fare avanzare le sue truppe per qualche decina di chilometri, poniamo, nel territorio dell’Estonia. L’Estonia, Paese membro della Nato, si rivolge allora agli alleati per chiedere aiuto. Ed ecco che scattano sia il ricatto nucleare russo sia la richiesta ai governi europei di filorussi (e associati) di prendere sul serio la minaccia e di cedere al ricatto. Risultato: inazione degli europei, la Russia si mangia l’Estonia. Mentre l’America di Trump pensa ad altro. La Nato a quel punto è disgregata, finita. La Russia può procedere a riprendersi manu militari anche gli altri Paesi baltici. I passi successivi, poiché l’appetito vien mangiando, saranno volti a riconquistare gran parte dell’Europa ex sovietica.

    C’è la minaccia nucleare incombente e quindi non resta — ci dicono i filorussi (e associati) — che chinare la testa. Naturalmente, l’idea che sia automatico il ricorso all’arma nucleare da parte dei russi nel caso gli europei non siano disposti ad ingoiare il rospo non è così verosimile come alcuni ci vogliono far credere. Che se ne farebbe la Russia di un’Europa ridotta a un cumulo di rovine radioattive? E, ancora, i cinesi che, da uno sconvolgimento simile, e dal suo impatto, sull’intero sistema internazionale, avrebbero tanto da perdere, accetterebbero il ricorso da parte del loro junior partner alle armi nucleari? Per una grande potenza il valore delle armi nucleari sta nei vantaggi politici che offre, non l’uso di quelle armi, ma la possibilità di minacciarne l’uso. Resta che l’argomento del ricatto nucleare può fare presa su ampi settori dell’opinione pubblica. Può fare leva sulla paura. E condannarci così a subire i diktat di chi possiede le armi nucleari.

    Il filorusso, spesso, è molto furbo, sa vendere bene la sua merce. Dice: non penserete che la Russia sia davvero intenzionata a scatenare contro di noi (italiani, spagnoli, eccetera) una guerra convenzionale o che voglia conquistarci militarmente? Ha ragione, ovviamente. Il punto però è che egli finge di non capire quale sia la vera posta in gioco. La Russia (o meglio, la sua attuale classe dirigente) ha due obiettivi: riprendersi con le armi i territori perduti al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica («la più grande catastrofe del secolo», Putin dixit) e modificare l’equilibrio europeo in modo da esercitare un’influenza predominante sul resto dell’Europa. Da un lato, la ricostituzione dell’impero (nei territori dell’ex Unione Sovietica), dall’altro, una volta messa fuori gioco la Nato, l’imposizione di se stessa come potenza politicamente egemone in Europa. È inutile dirlo a chi non crede che il passato pesi sul presente e lo condizioni, ma questa spinta russa ad espandersi verso occidente risale ai tempi dello zar Pietro il Grande (inizio del XVIII secolo) e, tranne nel breve periodo in cui fu al potere Gorbaciov, non si è mai placata. Nel Settecento e nell’Ottocento gli Stati europei, forti e vitali, erano in grado di contrastare quella spinta. Insomma, possedevano gli anticorpi. Dopo la Seconda guerra mondiale, tali Stati, ormai molto più deboli di un tempo, hanno dovuto fare affidamento, contro l’imperialismo sovietico, sulla protezione americana. Oggi, la protezione americana non è più scontata. Si tratta di capire se gli europei, cooperando fra loro, riusciranno a ricostituire gli anticorpi perduti.

    1 ottobre 2026

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