C’è una frase che, più delle altre, restituisce il clima della vicenda. Una conversazione che sembra uscita dalla sceneggiatura di una spy story e che invece è stata rievocata in un’aula del Tribunale di Torino. «Vikingo mi ha detto che il nostro uomo ha lo stesso vizio di… e che lo hanno già beccato varie volte». Il nome citato nella chat è quello del figlio di un politico di primo piano e non viene reso pubblico. Il “vizio”, ha spiegato davanti ai giudici uno dei carabinieri che parteciparono alle indagini, sarebbe stato quello di incontrare escort.
È uno dei passaggi emersi all’apertura del processo nato da una vasta indagine sul presunto spionaggio ai danni di dipendenti e dirigenti della Kerakoll, il colosso di Sassuolo attivo nel settore dei materiali per l’edilizia. Un procedimento nel quale compaiono investigatori privati, nomi in codice, accessi informatici contestati, raccolte di informazioni sulla vita privata e persino l’ipotesi di organizzare all’estero una situazione compromettente per un manager.
Sul banco degli imputati ci sono sei persone, chiamate a rispondere, a vario titolo, di accuse che comprendono associazione per delinquere, interferenze illecite, accesso abusivo a sistema informatico e falsificazione di comunicazioni. Accuse che naturalmente dovranno essere provate nel corso del dibattimento e rispetto alle quali vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Il nome che più colpisce è quello di Riccardo Ravera. Ex carabiniere, oggi 63enne, negli anni Novanta aveva un nome in codice: “Arciere”. Non era un soprannome qualsiasi. Ravera faceva parte della squadra del capitano Sergio De Caprio, “Ultimo”, il gruppo dei carabinieri che il 15 gennaio 1993 mise fine alla latitanza di Salvatore “Totò” Riina, il capo di Cosa Nostra ricercato da oltre vent’anni.
Più di trent’anni dopo, il suo nome compare in una storia completamente diversa. Secondo la ricostruzione dell’accusa, sostenuta dal pubblico ministero Giovanni Caspani, Ravera sarebbe stato l’amministratore di fatto di un’agenzia di investigazioni private, pur non essendo abilitato allo svolgimento di quella professione. Proprio attraverso quella struttura sarebbero stati effettuati alcuni servizi riguardanti persone legate a Kerakoll.
Il processo torinese rappresenta però soltanto ciò che resta di un’inchiesta originariamente molto più ampia. Durante l’udienza preliminare diverse posizioni sono state infatti separate e trasmesse alla magistratura di Modena per competenza territoriale. Altre sono uscite dal procedimento. Nel marzo 2025, al termine di quella fase, erano stati disposti dieci proscioglimenti e sei rinvii a giudizio.
Tra le vicende finite sotto la lente degli investigatori c’è anche quella di Andrea Remotti, ex amministratore delegato di Kerakoll, che aveva chiesto e ottenuto la messa alla prova.
Ma è soprattutto la testimonianza resa nell’aula torinese da uno dei carabinieri che lavorarono all’indagine ad aver riportato alla luce il contenuto di alcune conversazioni. Chat nelle quali, secondo l’accusa, si parlava di persone da controllare, abitudini personali da conoscere e possibili punti deboli da sfruttare.
Ed è qui che la storia assume i contorni più inquietanti.
Uno degli episodi citati durante l’udienza riguarda un dirigente Kerakoll che nel 2019 sarebbe stato in corsa per diventare direttore generale. Quel manager, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe finito al centro di un progetto destinato a screditarlo.

La sede Kerakoll di Sassuolo
Lo scenario individuato sarebbe stato la Polonia, dove Kerakoll possiede una propria filiale.
In una chat attribuita a Ravera compare un passaggio molto preciso: «Possiamo farlo». Subito dopo il riferimento a Lodz, città polacca nella quale sarebbe stata individuata un’agenzia in grado di fornire «due persone per accompagnare i nostri».
Che cosa avrebbe dovuto accadere esattamente resta uno degli aspetti più delicati della vicenda. L’ipotesi investigativa è quella della preparazione di una situazione compromettente, potenzialmente utilizzabile per danneggiare l’immagine del dirigente.
Ma proprio su questo punto la testimonianza resa in aula introduce un limite decisivo.
«Non sappiamo se questo servizio sia poi stato fatto», ha precisato il carabiniere.
Non esiste quindi, allo stato di quanto emerso in questa udienza, la prova che il presunto piano polacco sia stato effettivamente portato a termine. E quell’episodio, inoltre, non figura tra le contestazioni formali su cui i giudici dovranno pronunciare una sentenza. È stato richiamato dall’accusa per descrivere il contesto nel quale sarebbero maturati i fatti oggetto del processo.
Resta però un altro messaggio.
Qualche mese più tardi quel dirigente lasciò effettivamente Kerakoll. Nelle conversazioni acquisite dagli investigatori apparve allora un commento lapidario: «Si è tolto dai piedi».
È proprio l’intreccio tra il linguaggio delle chat e le attività investigative contestate a rappresentare uno dei terreni sui quali si svilupperà il dibattimento. Anche perché la storia processuale dell’inchiesta è già stata particolarmente complessa.
Durante l’udienza preliminare, infatti, la giudice Manuela Accurso Tagano aveva dichiarato inutilizzabile una parte delle chat e delle email raccolte durante le indagini, una decisione che aveva inciso pesantemente sulle posizioni di diversi indagati e contribuito ai successivi proscioglimenti.
Ciò che resta oggi davanti ai giudici di Torino è dunque un fascicolo molto più circoscritto rispetto all’inchiesta iniziale. Ma dentro quel fascicolo continua a emergere uno scenario fatto di investigazioni private, informazioni personali, sistemi informatici e rapporti aziendali.
E sullo sfondo resta la figura di “Arciere”
L’uomo che nel gennaio del 1993 faceva parte della squadra impegnata in una delle operazioni più celebri della storia investigativa italiana oggi è imputato in un processo che dovrà stabilire quale fosse realmente il suo ruolo nelle attività finite sotto la lente della Procura.
Da Totò Riina alle stanze di una grande azienda italiana, passando per Sassuolo, Torino e un possibile scenario costruito a migliaia di chilometri di distanza, in Polonia.
Per il momento ci sono le accuse, le testimonianze e quelle chat rilette davanti ai giudici. Ora saranno le prossime udienze a stabilire che cosa, di quella che appare come una spy story aziendale, possa essere dimostrato in tribunale.



