Dalla Adria Port Zrt, società controllata dallo Stato ungherese e responsabile del progetto del terminal nell’area dell’ex raffineria Aquila a Trieste, bocche quasi cucite. L’ad Péter Garai conferma al momento solo il passaggio di competenze tra ministeri. 

    Dal ministero degli Esteri e del Commercio estero al ministero dei Trasporti e degli Investimenti. Lo sviluppo del terminal è affidato alla controllata Aquila srl. Ed è proprio l’evoluzione dell’investimento della quota di Budapest una delle questioni chiave. Manca l’autorizzazione ambientale per far continuare l’opera sui 32 ettari. 

    Questione in carico da molto tempo al Ministero dell’Ambiente italiano. Bonifica e tombamento sono in attesa. Per il presidente degli spedizionieri triestini Stefano Visintin, il progetto resta prioritario anche per l’Ungheria, ma non sono accettabili tempi di realizzazione così lunghi e aggiunge la speranza che il terminal accolga anche merci varie, macchinari e materie prime, spazi per i quali il porto ha bisogno. 

    Tra rivalutazioni governative, quelle ungheresi, e lungaggini burocratiche, le italiane, il dato interessante, che non dovrebbe far naufragare il progetto sono i numeri del commercio tra i due paesi. Secondo i dati dell’Osservatorio economico della Farnesina gli scambi Italia–Ungheria sono cresciuti del 9,8 per cento nel primo trimestre del 2026. Sempre nel 2026 il Friuli Venezia Giulia ha esportato in Ungheria merci per 356 milioni di euro. Budapest è l’ottavo mercato di destinazione, con il 3,7 per cento dell’export regionale.

     

     

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