È arrivata poco fa la decisione della Corte d’Appello di Budapest: i due attivisti Maja T. e Gabriele Marchesi sono stati condannati rispettivamente a 7 e 6 anni di carcere. Per entrambi si tratta di una riduzione di un anno rispetto alle pene stabilite in primo grado. I due erano accusati di aver aggredito un gruppo di neonazisti nel febbraio 2023 a Budapest, durante la “Giornata dell’Onore”, un raduno annuale dell’estrema destra europea.

    Nella stessa vicenda era stata coinvolta anche Ilaria Salis, arrestata con l’accusa di aver partecipato agli attacchi e detenuta per mesi in un carcere ungherese in condizioni che avevano suscitato forti critiche. Nel maggio 2024 le erano stati concessi gli arresti domiciliari su cauzione, per essere poi liberata a seguito dell’elezione come eurodeputata con Alleanza Verdi e Sinistra, che le ha garantito l’immunità parlamentare.

    Subito dopo il nuovo verdetto, Salis ha commentato la sentenza definendo le pene inflitte a Maja T. e Gabriele Marchesi: “assolutamente sproporzionate rispetto ai fatti contestati”. Secondo l’eurodeputata, il procedimento sarebbe stato caratterizzato da: “gravissime criticità sul piano delle garanzie processuali e della valutazione delle prove”.

    L’eurodeputata ha inoltre sostenuto che sul procedimento continui a pesare: “il forte condizionamento politico esercitato dal regime di Orban”, ricordando poi che il Parlamento europeo, pronunciandosi sulla richiesta di revoca della sua immunità, aveva riconosciuto l’esistenza di un fumus persecutionis, ovvero una “parvenza o sospetto di persecuzione”.

    Nel suo intervento Salis ha poi chiesto che Maja T. non rimanga a Budapest: “Ha già trascorso due anni nelle carceri ungheresi in condizioni durissime e non c’è alcuna ragione per cui debba continuare a scontare la sua pena lì”. Quanto a Marchesi, ha ricordato che la giustizia italiana ha già negato la sua consegna all’Ungheria proprio sulla base dei rischi legati alle condizioni delle carceri del Paese: “Gabriele deve restare in Italia”.

    La vicenda giudiziaria si intreccia nelle stesse ore con quella di un quarto militante antifascista coinvolto negli scontri di Budapest: Rexhino Abazaj, alias “Gino”, cittadino albanese. A Parigi, infatti, la Corte di Cassazione francese si è pronunciata sul ricorso presentato dall’uomo contro la decisione della Corte d’Appello di Parigi che, lo scorso 19 agosto, aveva disposto la sua consegna alla Germania, dopo la richiesta di estradizione avanzata da Berlino. La Francia, però, al stesso tempo si era rifiutata di consegnare l’uomo direttamente all’Ungheria, temendo una violazione dei suoi diritti fondamentali nelle carceri ungheresi.

    Il ricorso è stato respinto dalla Cassazione, confermando così la consegna dell’attivista alla giustizia tedesca. Il trentenne, che finora ha vissuto a Parigi sotto controllo giudiziario, teme però che la Germania possa a sua volta consegnarlo all’Ungheria. A Budapest rischierebbe, secondo l’accusa, fino a 24 anni di carcere, mentre in Germania la pena prevista sarebbe di 10 anni.

    I suoi avvocati, Laurent Pasquet-Marinacce e Youri Krassoulia, hanno contestato duramente la decisione, dichiarando che: “La Corte di Cassazione ha avallato ciecamente le richieste tedesche, il cui carattere abusivo è lampante, senza alcuna considerazione per la sicurezza personale di Gino Abazaj: è deplorevole”. Pasquet-Marinacce ha poi messo in dubbio che la situazione per i cittadini sottoposti a procedimenti giudiziari possa essere cambiata in Ungheria dopo l’uscita di scena del nazionalista Viktor Orbán. Secondo l’avvocato, Budapest potrebbe aver già condannato Abazaj in contumacia e puntare ora a ottenerne l’estradizione dalla Germania.

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