Insolito visitare una mostra di un artista italiano a Daugavpils, nella città lettone che ha visto i natali di Mark Rothko e all’interno del museo a lui dedicato. Le pitture e sculture di Umberto Mastroianni, sono visibili al pubblico fino al 29 novembre 2026.
    Grande sperimentatore di forme e delle tecniche pittoriche. Sceglieva superfici diverse per lavorare, dimostrando la sua abilità tecnica e creando con le varie materie una forte tensione. La sua attività artistica ha ricevuto, e riceve, molti riconoscimenti internazionali. Abbiamo rivolto alcune domande a Māris Čačka, Direttore del Rothko Museum.

    Come è nata l’idea di dedicare una mostra a Umberto Mastroianni proprio al Rothko
    Museum di Daugavpils?

    “Per il Rothko Museum è importante presentare l’arte del XX secolo non come una sequenza di figure isolate o di scuole nazionali, ma come un campo di incontri, parallelismi e approcci differenti ad alcune delle questioni fondamentali dell’arte moderna. Umberto Mastroianni ci è sembrato particolarmente interessante perché il suo percorso artistico offre una prospettiva insolita sull’astrazione attraverso la scultura, la materia, il colore, il movimento e lo spazio. La mostra ha inoltre un interessante contesto storico. Nel 1958, sia Mastroianni sia Mark Rothko parteciparono alla XXIX Biennale di Venezia. Le opere di Mastroianni furono esposte nella Sala 22 del Padiglione Centrale, in uno spazio progettato da Carlo Scarpa, e in quella Biennale l’artista ricevette il Gran Premio Internazionale per la Scultura. Rothko, invece, era rappresentato nel Padiglione degli Stati Uniti. Non ci sono elementi che permettano di affermare che i due artisti si siano incontrati personalmente, ma le loro opere erano presenti nello stesso evento artistico internazionale. Sessantotto anni dopo, la loro arte si incontra a Daugavpils. Trovo che sia un bellissimo arco storico”.

    Mastroianni è conosciuto soprattutto come scultore, ma la mostra mette in evidenza anche il suo lavoro con cartone, carta, tessuti e arazzi. Quanto è stato importante, nella selezione delle opere, restituire la complessità e la natura multidisciplinare della sua ricerca artistica?

    “Questo è stato uno degli obiettivi fondamentali della mostra. L’esposizione riunisce quaranta opere che coprono il periodo dal 1934 al 1992: dieci prime sculture figurative in bronzo, bronzi astratti realizzati successivamente, venticinque opere su cartone e cinque arazzi monumentali. Nel loro insieme, permettono di seguire lo sviluppo del linguaggio artistico di Mastroianni e di vedere con quanta libertà abbia lavorato attraverso materiali differenti. Trovo particolarmente interessanti le opere su cartone. Qui il cartone non è semplicemente una superficie sulla quale viene applicato il colore. Viene tagliato, piegato, strappato e stratificato, e il risultato si avvicina al rilievo. Un materiale bidimensionale acquista una presenza spaziale e una tensione fisica. È molto evidente che il pensiero scultoreo di Mastroianni non scompare quando l’artista non lavora più con il bronzo”.

    Mastroianni ha lavorato per gran parte del XX secolo senza mai smettere di sperimentare. Quale aspetto della sua ricerca ha trovato particolarmente attuale e capace di parlare al pubblico contemporaneo?

    “Ciò che mi interessa maggiormente è il suo rapporto con lo spazio e con il movimento. Nell’opera di Mastroianni, lo spazio vuoto, gli intervalli tra le forme, la direzione, la luce e la posizione dello spettatore diventano tutti parte dell’opera. Soprattutto nel periodo astratto, la forma sembra essere in movimento costante: si espande, si scontra, si ramifica, talvolta quasi esplode. La materia è pesante, eppure visivamente può creare una fortissima sensazione di movimento. Questa tensione tra il peso fisico della materia e l’energia del movimento è, a mio avviso, una delle grandi qualità della sua arte. È qualcosa che funziona ancora oggi perché lo spettatore non ha bisogno di conoscenze specialistiche per percepire questa tensione. L’opera agisce prima di tutto su di noi sul piano fisico e visivo; l’analisi viene dopo”.

    Rothko è associato soprattutto alla superficie pittorica, alla luce, al silenzio e alla
    contemplazione, mentre Mastroianni è associato alla materia, al gesto, alla tensione e al movimento. Che cosa accade quando queste due sensibilità vengono accostate all’interno dello stesso museo?

    “Rothko e Mastroianni hanno sviluppato linguaggi artistici molto diversi, ed è proprio questo a rendere interessante la loro presenza nello stesso museo. Rothko lavora sulle relazioni cromatiche nello spazio pittorico. Mastroianni costruisce lo spazio attraverso la materia, il volume, il vuoto e il movimento. Nel primo caso, l’esperienza dello spettatore è determinata dal campo cromatico e dalla durata dello sguardo; nel secondo, dalla presenza fisica dell’oggetto e dal nostro rapporto con esso nello spazio. Eppure, in entrambi i casi, il significato dell’opera non può essere ridotto a ciò che essa rappresenta. L’esperienza dello spettatore nasce dall’incontro stesso con l’opera”.

    Quanto è importante per il Rothko Museum, attraverso le sue mostre temporanee, creare dialoghi con artisti che non appartengono direttamente all’universo artistico di Rothko?

    “È molto importante. Mark Rothko e il suo legame con Daugavpils sono fondamentali per l’identità del museo, ma allo stesso tempo ci offrono l’opportunità di sviluppare un programma internazionale molto più ampio. Non abbiamo bisogno di trovare un collegamento obbligatorio con Rothko per ogni artista. A volte è proprio la differenza a essere più interessante. Un museo può essere un luogo in cui esperienze artistiche differenti coesistono e nel quale sono gli stessi visitatori a scoprire corrispondenze, contrasti o interrogativi che emergono dal loro confronto”.

    Mastroianni è una figura importante dell’arte italiana del XX secolo, eppure forse meno conosciuta dal pubblico internazionale rispetto ad altri artisti italiani. Che cosa significa presentare oggi la sua opera a Daugavpils e al pubblico lettone?

    “Per il pubblico lettone, le occasioni di incontrare direttamente l’opera di artisti italiani del XX secolo di questa importanza non sono frequenti. La riproduzione può naturalmente fornire informazioni su un’opera, ma nel caso di Mastroianni è particolarmente importante vedere direttamente la materia, la scala, la superficie e il modo in cui l’opera agisce nello spazio. Per me è importante anche che una mostra di questo tipo si svolga a Daugavpils. L’arte di rilevanza internazionale non dovrebbe essere concentrata esclusivamente nei più grandi centri culturali d’Europa. Il nostro compito è creare la possibilità di incontrarla anche qui”.

    Pensa che ci sia qualcosa nella ricerca artistica di Mastroianni che possa essere percepito o interpretato in modo particolarmente diverso dal pubblico dell’Europa settentrionale e orientale?

    “Non vorrei definire un unico modo nordico o dell’Europa orientale di guardare all’arte. Ogni spettatore porta con sé un’esperienza individuale. La memoria storica, tuttavia, può influenzare la percezione. Nella biografia di Mastroianni, l’esperienza della Seconda guerra mondiale e il suo coinvolgimento nella Resistenza italiana furono significativi. Nel dopoguerra, anche il suo linguaggio artistico cambiò sostanzialmente, allontanandosi progressivamente dalle prime opere figurative. In questo contesto, Giulio Carlo Argan parlò di una “poetica della Resistenza” in relazione all’opera di Mastroianni. Nell’Europa orientale le fratture storiche del XX secolo sono ancora molto presenti nella memoria collettiva, e questo può aggiungere un ulteriore livello alla ricezione della sua opera. È importante, tuttavia, che Mastroianni non rappresenti la guerra. L’esperienza storica viene trasformata in tensione, forma frammentata, movimento ed energia. Questo permette all’opera di rimanere aperta anche a spettatori la cui esperienza è completamente diversa”.

    Mastroianni appartiene a una generazione per la quale l’astrazione non significava
    necessariamente abbandonare la realtà, ma cercare un’altra realtà attraverso la materia, il gesto e la forma. Pensa che oggi abbiamo ancora bisogno di questa idea di astrazione?

    “Sì. Credo sia importante che, nel caso di Mastroianni, il passaggio verso l’astrazione non significhi semplicemente la scomparsa della figura. La figura viene progressivamente frammentata, geometrizzata e trasformata, mentre il rapporto tra la forma e lo spazio circostante diventa sempre più importante. L’astrazione non è il contrario della realtà. La materia, il colore, il peso, l’equilibrio, la tensione e il movimento sono elementi molto concreti. L’artista semplicemente li libera dalla necessità di rappresentare un oggetto riconoscibile. Per me, come artista, questo è importante. L’astrazione offre allo spettatore una certa libertà. L’opera non propone una storia unica e già pronta; ci chiede di guardare, percepire e stabilire un nostro rapporto con ciò che vediamo. Rothko e Mastroianni provengono da percorsi artistici molto diversi, eppure entrambi sembrano cercare qualcosa che va oltre la forma visibile”.

    È proprio questo “oltre” ciò che il Rothko Museum desidera offrire al visitatore attraverso questa mostra?

    “Io intendo questo “oltre” soprattutto come l’esperienza che nasce tra l’opera e lo spettatore. Non tutto nell’arte deve essere tradotto in parole o in un messaggio chiaramente definito. Non penso che il compito di un museo sia dire in anticipo allo spettatore che cosa dovrebbe provare. Possiamo offrire un contesto storico, mostrare lo sviluppo dell’artista e creare uno spazio di qualità nel quale l’opera possa essere realmente vista. Ciò che accade dopo avviene tra lo spettatore e l’arte”.

    Umberto Mastroianni (1910–1998) è stato uno scultore, pittore, poeta, incisore e docente italiano. Nato a Fontana Liri, visse e lavorò principalmente a Torino, dove perfezionò la sua pratica scultorea nello studio di Michele Guerrisi. Nel 1930 ricevette il primo riconoscimento ufficiale con il “Premio del Turismo”, conferito dal Ministero della Pubblica Istruzione, dando così inizio a una straordinaria carriera artistica. Nel 1958, alla XXIX Biennale di Venezia, gli fu assegnato il Gran Premio Internazionale per la Scultura per l’opera in bronzo Battaglia (1957), un riconoscimento che lo portò successivamente a esporre a livello internazionale, anche negli Stati Uniti. La sua ricerca si sviluppò attraverso una continua esplorazione dell’astrazione, unendo scultura, pittura, incisione e
    arazzo. Le sue opere sono caratterizzate da un rapporto dinamico tra forma, materia e movimento, espresso attraverso materiali quali bronzo, cartone, carta e acciaio. Parallelamente alla sua attività artistica, insegnò nelle Accademie di Belle Arti di Bologna, Napoli e Roma. Tra le sue opere pubbliche più significative figurano il Monumento alla Resistenza italiana a Cuneo (1964), il Monumento alla Pace a Cassino (1987) e San Francesco presso il Tunnel del Monte Bianco (1997). Nel 1989 ricevette a Tokyo il primo Praemium Imperiale per la Scultura. La sua eredità artistica è oggi custodita dalla Fondazione Umberto Mastroianni di Arpino, dal Museo Umberto Mastroianni di Roma e dal Centro Studi Opere Umberto Mastroianni.

    La mostra di Umberto Mastroianni al Museo Rothko è curata da Victoria Noel-Johnson e Farida Zaletilo. È organizzata da Il Cigno GG Edizioni in collaborazione con Pio Sodalizio dei Piceni con la partecipazione dell’Ambasciata della Repubblica Italiana in Lettonia.

    La foto è di Santa Suhanova.

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