Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, è presidente di Med Or Italian Foundation. Definito dal New York Times «lord of the spies», oggi affronta la destabilizzazione della Russia a ridosso dalle elezioni in Italia, Francia, Spagna e Polonia.

    Presidente, c’è il rischio che la Russia condizioni le elezioni?

    «È evidente che dei rischi ci siano, dobbiamo tenere la guardia alta. Possiamo subire un’influenza. La guerra ibrida ha lo scopo di intimidire, orientare pezzi dell’opinione pubblica di quei Paesi che vengono considerati avversari o nemici. L’obiettivo della Russia è l’Europa. Putin sa che l’anno che si sta per aprire è decisivo per le democrazie Ue. Si vota dappertutto. Poi c’è l’Ucraina: Putin, come ha scritto il NyTimes ieri, vuole lasciarla al gelo in vista dell’inverno».

    Perché l’Europa non molla.

    «L’Ue, con l’Ucraina, ha compiuto una scelta decisiva. Lo ha fatto pure in momenti complessi. Dopo l’incidente tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca, quest’ultimo ha incontrato i leader Ue, consentendo al suo Paese di restare nel sistema delle alleanze. L’Ucraina, con una resistenza storica, ha difeso i confini e la libertà dei popoli europei».

    Putin prepara una guerra contro la Nato?

    «Non penso che Putin stia preparando una guerra aperta, né con l’Ue tantomeno con la Nato. Ha un’altra finalità, che è duplice: saggiare le capacità di reazione dei sistemi difensivi e creare un clima di minaccia imminente. Il secondo elemento gli serve a orientare l’opinione pubblica. La Russia vuole creare la paura per destabilizzare le democrazie Ue».

    Si intravede il dna dell’Urss?

    «Una delle parole chiave è influenza: un punto di congiunzione tra la storia dell’Urss e la quella della Russia odierna. Il traghettatore è stato il Kgb. Nei servizi segreti russi, persistono interventi che non puntano a risultati immediati. Vengono arruolate persone giovanissime, nelle università, e dopo molti anni gli viene richiesto di passare dal “sonno” allo spionaggio. Come nel caso dei Cambridge Five: inglesissimi, arruolati mentre studiavano. I rapporti vennero ripresi solo anni dopo. Uno di questi, Kim Philby, era diventato il capo della sezione del controspionaggio contro l’Urss nell’MI6. Chapeau. Soltanto quando tornò a Mosca, rivelò il suo ruolo. Putin gli ha dedicato una strada. Per la Russia, i primi risultati possono arrivare tra 10 anni».

    E l’influenza passa dai social?

    «Una parte dell’opinione pubblica si forma sui social, dove si svolgono azioni invasive, adesso anche con l’Ia, con immagini e costruzioni a tavolino. Un’influenza che si innesta attraverso triangolazioni con Paesi terzi: non è neppure possibile comprendere da dove sia partita. E vale anche per le campagne elettorali».

    C’è anche l’Africa.

    «Anche le crisi umanitarie sono un elemento di pressione e di destabilizzazione delle democrazie. In quel continente è in corso una partita strategica: dalla guerra civile in Sudan alla presenza dell’Islamic State e di Jinim, Al Queida, nel Sahel, che oggi è un incubatore di terrorismo internazionale con l’Afghanistan. In quei Paesi, la Russia ha una presenza consolidata, anche se oggi è in difficoltà. Il Piano Mattei è una giusta intuizione. Ora deve diventare un piano comune dell’Ue».

    Intravede una soluzione diplomatica per la guerra tra Russia e Ucraina?

    «No, spero di sbagliarmi, ma no. Putin sta giocando una partita politica. Mantiene forte la pressione militare sull’Ucraina ma, nel frattempo, aumenta la pressione asimmetrica sull’Europa. Sta aspettando l’esito delle elezioni nelle democrazie europee. Se può, cerca anche di condizionarle. Ha a disposizione una democrazia fortemente controllata. E scommette sull’instabilità delle altre democrazie».

    Il terrorismo può riaccendersi?

    «Sì, e quelle in corso sono tre, comprese anche quella con l’Iran e il fronte israelo-palestinese. Esistono strutture infiltrate prima dei conflitti e rimaste in sonno? Poi c’è un altro livello, la bassa manovalanza, arruolata facilmente. Va verificato con attenzione quello che è avvenuto a Lipsia e a Fairford. Per il caso britannico, è stato arrestato un cittadino anglo-iraniano. E ancora, la radicalizzazione, dove l’elemento religioso è primario. La presenza di lupi solitari va sempre tenuta in considerazione. Come, sembra, nel caso del copilota originario dell’Oman dell’Fz1073».

    Come affrontare la complessità dell’islam?

    «Le questioni relative al credo religioso vanno maneggiate con cura. Prima di un provvedimento, bisogna assicurarsi il consenso di chi rappresenta quelle religioni. Con l’islam non è facile fare concordati: basti pensare alla divaricazione tra sciiti e sunniti. In guerra, però, può venire meno. Gli Houthi collaborano con i sunniti e trasferiscono materiale di armamento ad al-Shabaab. Nel 2017, il ministero dell’Interno ha sottoscritto il Patto nazionale per un islam italiano: il riconoscimento dell’identità italiana con il riconoscimento di quella religiosa. Si prevedeva che i sermoni fossero tradotti in italiano. Una strada che non abbandonerei».

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