Il 3 ottobre la Lettonia ha rinnovato il suo parlamento con un risultato storico: Kulbergs vince con il 35%, record assoluto dal 1991. Ma tra minacce russe, Rail Baltica fuori controllo e populisti in ascesa, governare sarà tutt’altro che semplice. Ma a chi importa delle elezioni lettoni? A tutti, ma nessuno lo sa ancora.
di Mattia Zanelli
Un risultato così c’era da aspettarselo.
Il primo ministro Andris Kulbergs, con l’ampia coalizione “Lista Unita” (formata da Verdi Lettoni, l’Alleanza delle Regioni e Liepaja), ha conquistato il 35% dei voti, che gli permetterà di controllare circa 42 dei 100 seggi della Saeima – il parlamento lettone.
Nonostante non ci si aspettasse un risultato così alto, i pronostici davano già Kulbergs come favorito. La sua conferma alla guida del paese e l’exploit della sua lista sono il risultato di una convergenza di fattori: la guerra russo-ucraina, così come le crescenti provocazioni russe, hanno rafforzato l’idea degli stati baltici come la prima linea del fronte orientale della NATO. Una dinamica che ha consolidato un sentimento europeista, più per mera convenienza che per convinzione, registrando uno spostamento degli elettori verso stabilità e continuità.
L’elettorato fantasma
Un risultato così importante non è solo da ricercare nell’abilità della coalizione di attrarre elettori nel proprio bacino, bensì anche nel crollo del maggior partito concorrente – Armonia. Considerato uno dei mostri sacri della politica lettone, Armonia ha guidato i sondaggi per diverse tornate elettorali senza però formare mai un governo: dal 2022 invece rimane sempre sotto la soglia di sbarramento, complice la frammentazione dell’elettorato russofono dovuta all’invasione russa.
Il partito è passato dal 20% nel 2018 a un misero 0,82% il 3 ottobre, creando un esodo elettorale di cui alcuni partiti di estrema destra come Prima la Lettonia e Potere Sovrano hanno beneficiato. Proprio la coalizione “Potere Sovrano – Alleanza dei giovani lettoni” è stata la seconda sorpresa di queste elezioni: avendo ottenuto il 3,8% alle politiche del 2022, ha raggiunto circa il 12% conquistando 15 seggi nella Saeima. A raccontare questa disaffezione è anche l’affluenza: il 51% degli aventi diritto si è recato alle urne: minimo storico dal 1991, quando alle prime elezioni post-sovietiche aveva votato il 90% dei lettoni.
Problemi economici e vicini ingombranti
Avendo già guidato il governo traghettatore da maggio 2026 fino ad ora, Kulbergs si trova nella posizione di dover affrontare una serie di sfide che iniziano ancora prima di insediarsi ufficialmente: con 42 seggi, Lista Unita non ha la maggioranza e deve trovare alleati. A questo si aggiungono sfide strutturali più profonde: prezzi elevati, salari bassi ed economia stagnante. Particolarmente sentita e criticata è la costruzione del corridoio ferroviario “Rail Baltica”: il progetto infrastrutturale più grande mai gestito dai Baltici. Dopo un costo iniziale stimato in circa 5 miliardi di euro, una pianificazione finanziaria rivelatasi inadeguata e prezzi lievitati con la guerra in Ucraina, il totale potrebbe ammontare a 24 miliardi. La Lettonia è il paese più in ritardo dei tre – la nuova stazione centrale di Riga, quasi completata, non aprirà ai passeggeri prima del 2028.
Ma se i confini interni sono già impegnativi, quelli esterni saranno uno stress test – e per un paese che confina con Russia e Bielorussia, la parola “stress” non è una metafora.
La Lettonia ha portato la propria spesa per la difesa al 4,91% del PIL nel 2026, tra le più alte della NATO, e Kulbergs ha promesso di mantenerla al 5%. Una scelta giustificata dal fatto che il paese negli ultimi anni ha visto i propri cieli violati da droni – russi e non – con frequenza crescente: fu proprio una controversia su droni ucraini entrati nello spazio aereo lettone a far cadere il governo precedente di Evika Siliņa, aprendo la strada a Kulbergs.
A complicare il quadro c’è poi la variabile americana. Con Trump che ha più volte minacciato di ridimensionare l’impegno NATO, i Baltici si trovano in una posizione scomoda: dipendenti dalla protezione americana, ma sempre meno certi della sua continuità. La risposta lettone è stata accelerare il riarmo e la costruzione di infrastrutture difensive – ma il tempo stringe, e i soldi scarseggiano già con Rail Baltica.
Quindi, a chi importa delle elezioni lettoni? A chi capisce che la frontiera orientale dell’Europa non è un disegno su carta: è un paese di due milioni di persone che sta cercando di tenere insieme economia, difesa e identità in un momento in cui tutte e tre scricchiolano.
Kulbergs ha vinto. Ora viene la parte difficile.
