Un fiume di soldi in armi: questo è quanto si sta riversando sui Balcani, Grecia inclusa. A trent’anni dalle guerre che hanno drammaticamente accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia, i Balcani conoscono una fase di rilancio militare senza precedenti nella storia recente.
Complice il contesto internazionale sempre più instabile, la guerra in Ucraina, la crescente competizione tra Occidente, Russia e Cina e, non ultimo, il rallentamento del processo di integrazione europeo, l’intera regione sembra attraversata da nuove tensioni e da un rinnovato impulso al riarmo: gli eserciti vengono modernizzati, i bilanci della difesa crescono, nuove cooperazioni militari ridisegnano gli equilibri e le vecchie fratture politiche riaffiorano.
Non sono ovviamente estranee a questo fenomeno le reiterate minacce del presidente statunitense Donald Trump circa un proprio disimpegno dalla NATO nel caso in cui gli stati membri non si allineino alla sua richiesta di portare al 5% del PIL le spese militari. Tanti soldi, dunque, soldi a palate.
La Serbia
Il paese più attivo è stato sicuramente la Serbia, che negli ultimi anni è riuscita ad acquisire una posizione decisamente dominante nell’intera regione, avendo acquistato — tra il 2020 e il 2024 — armi per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme.
Nel suo piano “Serbia 2030”, l’ormai ex presidente Aleksandar Vučić promette forze armate “tra le più forti d’Europa” e rivendica una spesa per difesa e sicurezza intorno al 2,5% del PIL, oltre alla reintroduzione del servizio di leva sospeso da vent’anni.
La Serbia compra sistemi d’arma da fornitori differenti: dalla Russia, dalla Cina (che rappresenta oltre la metà delle sue importazioni di grandi sistemi d’arma), da Israele e da svariati partner europei, in primis la Francia, con la quale ha stipulato un accordo da tre miliardi di euro per dodici caccia Rafale.
Una pluralità che è la dimostrazione plastica dell’abilità di Vučić e dei suoi governi nel trovare il difficilissimo equilibrio tra la necessità di mantenere rapporti con Mosca e Pechino, senza interrompere il dialogo con l’Unione Europea e la NATO. Un’ambiguità che fa perno sull’irrisolta divisione tra i paesi Ue circa l’approccio da tenere verso Belgrado, tra realpolitik e questioni di principio, tra ciò che è giusto e ciò che conviene.
La triplice alleanza in salsa balcanica
Ciò cui si assiste è un processo di azione e reazione, dove non è chiaro chi tra i contendenti abbia fatto la prima mossa e chi ha invece risposto. Con Vučić che, da par suo, ha pubblicamente evocato la sindrome d’accerchiamento (secondo un copione arcinoto e già visto anche altrove) e i suoi “vicini” che fanno altrettanto, paventando la necessità di mettersi al riparo da questo rinnovato bellicismo serbo.
È così che l’accordo del 2025, con cui Croazia, Albania e Kosovo hanno rafforzato la propria cooperazione nel settore della difesa per coordinare addestramento, interoperabilità e l’industria militare, è stato presentato da Zagabria, Tirana e Pristina come una misura difensiva e preventiva, mentre lo stesso viene indicato da Belgrado proprio come la causa della sua proattività in campo militare.
In Croazia, il governo guidato da Andrej Plenković ha avviato negli ultimi mesi una profonda ristrutturazione della propria difesa nazionale, combinando investimenti multimilionari per nuove tecnologie belliche e il ripristino di misure strutturali come la leva obbligatoria. Solo per citare il più recente, a settembre di quest’anno Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli.
Investimento che si affianca a quelli già in essere — specie con Stati Uniti e Francia — per sistemi missilistici, aerei, elicotteri, carri armati e sistemi anti-drone. Un piano ambiziosissimo che si avvale del supporto dell’Unione europea, con la quale la Croazia ha stretto un accordo per un finanziamento da 1,7 miliardi nell’ambito del programma SAFE.
In Albania il rilancio degli investimenti bellici non ha conosciuto sosta negli ultimi anni: il bilancio della difesa è passato dai 270 milioni di euro del 2020 ai quasi 600 milioni del 2025, con un ulteriore crescita di 110 milioni di euro quest’anno, equivalenti al 2,6% del PIL. Il primo ministro Edi Rama ha inoltre annunciato un piano strategico affinché, entro il 2028, le Forze Armate albanesi possano disporre di mezzi e sistemi di difesa prodotti direttamente all’interno del Paese, riducendo la totale dipendenza dalle importazioni.
Uno sforzo finanziario considerevole, in parte sostenuto del Dipartimento di Stato americano tramite il programma Foreign Military Financing (FMF). Così facendo, Tirana punta a integrarsi sempre più profondamente nell’Alleanza Atlantica, presentandosi come un partner credibile, utile per il controllo del suo fianco sud-orientale e per il contenimento delle instabilità dell’intera regione: è in quest’ottica che va letta — tra l’altro — la messa a disposizione della base aerea NATO di Kuçovë, trasformata in un hub tattico moderno per le operazioni dell’Alleanza nei Balcani.
In Kosovo, il progressivo (previsto) disimpegno della missione NATO KFOR, nata per garantire l’ordine e la sicurezza alla fine della guerra, si accompagna al processo strategico pluriennale volto a trasformare la Kosovo Security Force (KSF) in un vero e proprio esercito regolare (le Kosovo Armed Forces). Ma non è tutto: Pristina ha annunciato la produzione interna di droni “made in Kosovo” e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia, oltre che missili da Regno Unito e Stati Uniti.
La necessità della ripresa del dialogo
Azione e reazione, si diceva: ogni iniziativa presentata come difensiva viene percepita dall’altra parte come una minaccia, producendo nuove misure di compensazione e irrigidendo le rispettive posizioni. E anzi, allontanando qualunque ipotesi di “pacificazione”, alimentando di converso le reciproche narrazioni nazionali.
Deterrenza sembra la nuova parola d’ordine. Non c’è nessuna guerra dietro l’angolo, per il momento; almeno, si spera. Ma risulta evidente che, senza un’accelerazione credibile dell’integrazione europea e, soprattutto, senza una vera ripresa del dialogo politico tra Belgrado e Pristina (che rappresenta il vero nodo cruciale e che è, allo stato, al palo ormai da troppi anni), il rafforzamento degli eserciti rischia di sostituire la diplomazia.
Foto: aviation-report.com
La seconda parte del focus sara’ disponibile a questo link
