
Quando si tratta di guerre, è quasi sempre molto difficile avere informazioni esatte e obiettive sulla situazione al fronte e nelle retrovie, sulle quali basare analisi credibili. Il conflitto russo-ucraino non fa eccezione: per la parte ucraina, la Russia è sempre sull’orlo di cedere, o per lo meno di ritirarsi; per i russi o i “filorussi” (che spesso sono solo persone che non accettano senza discutere la presentazione ucraina e europea della guerra e delle sue cause), salvo poche eccezioni, il Paese di Putin è destinato comunque a vincere. I media italiani riflettono perfettamente questo quadro: la stragrande maggioranza scommette a favore dell’Ucraina (specialmente se riuscirà a costruirsi da sola i missili intercettori), mentre pochi, ma con grande convinzione (in particolare “Il Fatto quotidiano”), puntano tutti i loro gettoni sulla Russia.
Più che una previsione realistica, entrambe le parti sembrano manifestare quello che in inglese si chiamerebbe un wishful thinking. Se si vuole ragionare in base alle poche informazioni realmente attendibili che abbiamo a disposizione, la situazione è e continua a restare molto incerta. Che le informazioni manchino a proposito della Russia non stupisce: la maggior parte delle notizie che si leggono sui media occidentali consiste nel riportare le dichiarazioni dei vari Peskov, Lavrov, ecc., e a volte dello stesso Putin (in genere accompagnandole con severe critiche). Poco si sa sull’atteggiamento della popolazione. Pare comunque accertato che le difficoltà di approvvigionamento di carburante causate dagli attacchi ucraini sulle raffinerie russe, e, in generale, le difficoltà economiche prodotte dal protrarsi del conflitto abbiano indotto una certa sfiducia e stanchezza. Tuttavia, questo non sembra generare, almeno nella grande maggioranza dei russi, il desiderio di concludere la guerra con un accordo. Come scrive un articolo di “Foreign Affairs” del 24 settembre (vedi qui), “vale anche la pena notare che gli stessi sondaggi che mostrano come i russi siano meno soddisfatti dell’operazione militare speciale rispetto a prima, indicano anche che un numero maggiore di loro preferisce intensificare gli attacchi piuttosto che fare concessioni per raggiungere la pace”.
Al contrario di quello che accade in Russia, dove gli inviati dei media occidentali sono pochi e “strettamente sorvegliati”, l’Ucraina è piena di giornalisti europei e americani. In generale, il loro resoconto è piuttosto monocorde: il popolo ucraino intende combattere fino all’ultimo sangue per sconfiggere la Russia. Il corollario che sempre si aggiunge è che un cedimento dell’Ucraina, anche su base negoziale, aprirebbe la strada di un attacco russo prima ai Paesi confinanti (la Polonia e i Paesi baltici), poi ad altri dell’Europa. In carenza di informazioni attendibili, può essere interessante riferirsi a due testimonianze, entrambe di fonte ucraina, pubblicate una sul “New York Times” del 2 ottobre (vedi qui), l’altra su “Foreign Affairs” del 30 settembre (vedi qui). La prima è dovuta a una scrittrice ucraina, precisamente di Odessa, Alyona Synenko; la seconda all’ex ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Cominciamo da quest’ultima.
In realtà, l’articolo di Kuleba non è tanto una testimonianza, quanto un’analisi della situazione. L’uomo politico ucraino ammette, senza peli sulla lingua, che l’intensificarsi degli attacchi russi sulle città del suo Paese (in primo luogo Kiev) sta causando gravi difficoltà alla popolazione civile, che quindi tende ad essere sempre più pessimista. Lo scopo di questi attacchi, prosegue Kuleba, è appunto quello di indurre negli ucraini sfiducia nella capacità del loro governo di proteggerli, minando così la coesione finora sempre dimostrata nell’opporsi all’aggressione russa. Non è detto che questo piano possa avere successo, “ma l’economia del Paese è in gravi difficoltà e il governo si trova ad affrontare deficit di bilancio che necessitano di aiuti esterni per essere colmati. Mosca scommette che tali aiuti non arriveranno presto”. È quindi necessario che Europa e Stati Uniti continuino a sostenere l’Ucraina, continuando a fornirle armi e sostegno finanziario. “La realtà è che la diplomazia non sarà in grado di fermare il conflitto. Anche se Kiev accettasse di cedere il territorio del Donbass che ancora controlla, come richiesto dalla Russia, il Cremlino resterebbe insoddisfatto”. Non solo: difendendo l’Ucraina, l’Occidente difende se stesso. “Per vent’anni, la propaganda russa ha dipinto Washington e tutta l’Europa come nemici del Paese. Le bozze di trattati che ha presentato agli Stati Uniti nel dicembre 2021, mentre i funzionari americani cercavano di scongiurare la guerra, chiedevano che la Nato ritirasse la sua presenza ai confini dell’alleanza del 1997”. In queste settimane, Putin sta provocando i Paesi europei, per esempio con attacchi di droni, e questo sta finalmente convincendo la maggior parte dei loro governi della pericolosità della Russia. “Attualmente l’esercito ucraino è l’unico vero contrappeso alla potenza militare russa nel continente, che si rivolgerebbe poi contro l’Europa stessa”.
Kuleba non cade nella contraddizione tipica dei media e dei politici occidentali: infatti non sostiene, da un lato, che la Russia sta perdendo la guerra e contemporaneamente è pronta ad attaccare l’Europa in caso di cedimento dell’Ucraina. Però la sua argomentazione contiene ugualmente un salto logico: passa dalla constatazione di un dato di fatto alla formulazione di un’ipotesi. Il dato di fatto è la richiesta russa che la Nato ritorni ai suoi confini del 1997, cioè che ne escano la Polonia, i Paesi baltici e gli altri dell’ex blocco sovietico. Tale richiesta russa non è del tutto immotivata: è noto che, quando si prospettava la riunificazione della Germania, ci fu un accordo verbale tra Bush senior e Gorbacëv, in base al quale l’allora Urss non si sarebbe opposta, e, in cambio, la Nato non avrebbe allargato i propri confini a est. Certo, l’accordo non fu mai messo per iscritto e Clinton (successore di Bush e responsabile dell’allargamento della Nato) probabilmente non lo condivideva, ma le richieste della Russia di Putin non sembrano dettate solo da desideri imperialistici: si tratterebbe di tornare alla situazione di trent’anni fa. E perché un’eventuale revisione dei limiti orientali della Nato non potrebbe essere oggetto di trattative?
A questo punto, diamo un’occhiata alla testimonianza di Alyna Synenko. L’autrice prende lo spunto dalla vicenda di un amico, che cerca a tutti i costi di evitare di essere mandato a combattere nell’esercito ucraino, e scrive: “Lo accusereste di essere un codardo? Io no. Perché il coraggio si è trasformato in un cliché che maschera le profonde ingiustizie sociali ed economiche di questa guerra”. “Il coraggio è il nostro marchio di fabbrica, ha detto il presidente Zelensky nella primavera del 2022” e “all’inizio di quest’anno, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, gli ha fatto eco”, scrive ancora Synenko, che prosegue ricordando come, negli Usa, gli oppositori alla guerra in Vietnam sostenevano che i veri vigliacchi non erano quelli che si rifiutavano di andare a combattere, ma coloro che ci andavano. “Naturalmente, non metto sullo stesso piano le due parti di questa guerra”, ma “ciò che mi spaventa e spaventa la maggior parte delle persone che conosco è la palese assenza di prospettive realistiche di pace. Temiamo di vedere il nostro Paese dissanguare le sue persone migliori e il suo futuro”.
Alla conclusione del suo articolo, Synenko cita una frase di Samuel Johnson (“la codardia reciproca ci mantiene in pace”), e dichiara senza mezzi termini: “Sarei felice di vivere nell’utopia di Johnson, popolata da codardi che danno valore alla propria vita e a quella degli altri. E la preferirei a questo mondo, dove i leader che dovrebbero proteggerci attraverso la diplomazia e il dialogo si abbandonano invece a discorsi militaristici superficiali e autoreferenziali”.
Queste parole di una donna ucraina si accordano molto bene con quelle recentemente pronunciate da Virginia Libero, responsabile dei giovani del Pd (“nessuno imbracci le armi per la pace”), parole che le sono costate severe reprimende da parte dei nostri maggiori editorialisti e dai vari Soloni sempre pronti a sputare sentenze (primo fra tutti, Romano Prodi). In attesa che qualcuno di questi personaggi ci dica che la propaganda putiniana si è infilata ormai anche nelle colonne del “New York Times” (che ha comunque pubblicato lo scritto di Alyona Sinenko nella rubrica “Opinioni”), potrebbe essere utile a tutti meditare sulle parole di queste due donne.
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