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Quando sei mesi fa l’ex premier magiaro Viktor Orbán è stato sconfitto alle elezioni dallo sfidante Péter Magyar, molti in Unione Europea hanno tirato un sospiro di sollievo. Non tanto e non solo perché il fautore della «democrazia illiberale», troppo vicino a Vladimir Putin per godere di buoni uffici a Bruxelles, aveva lasciato il potere in Ungheria, ma perché con la sua caduta la Cina aveva perso il suo cavallo di Troia per indebolire l’Europa.
Ma la sensazione di scampato pericolo è durata poco, perché nelle stesse ore in cui Magyar festeggiava la vittoria, il Partito comunista cinese stendeva il tappeto rosso a un nuovo leader europeo, pronto a prendere il posto di Orbán e dell’Ungheria nelle gerarchie di Pechino: il premier spagnolo Pedro Sánchez, che a metà aprile si muoveva nella Grande sala del popolo in Piazza Tiananmen come nel salotto di casa sua, trattandosi della quarta visita nella capitale cinese negli ultimi quattro anni.
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