Messaggio di Leone XIV al parroco della Sacra Famiglia in seguito all’ennesimo raid israeliano che ha provocato morti e feriti, tra cui due donne della comunità cristiana. Intanto in vista della tragica ricorrenza che ha scatenato la guerra tra israeliani e palestinesi, il sacerdote traccia un bilancio della situazione umanitaria: “E’ un disastro, la gente è allo stremo delle forze ma noi non ci fermiano, dobbiamo andare avanti. Il 7 ottobre pregheremo il Rosario per la fine della guerra”

    Cecilia Seppia – Città del Vaticano

    Il filo che unisce la Santa Sede a Gaza è fatto di solidarietà, preghiera, vicinanza concreta e spesso forte apprensione e dolore. Un legame spirituale e umano che si rafforza nei momenti più bui, come quello seguito al sanguinoso raid aereo israeliano che ha colpito un edificio residenziale nel quartiere di Rimal, nella parte occidentale di Gaza City. L’attacco, avvenuto nelle prime ore di sabato 3 ottobre, ha causato la morte di 5 civili e il ferimento di numerose persone, riaccendendo i riflettori sulla drammatica condizione della popolazione e della piccola e stremata comunità cristiana locale che, nonostante tutto, continua a restare unita e a lavorare per la pace. Tra le vittime dell’ennesimo bombardamento ci sono Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar. Le due donne, di origine greco-ortodossa, appartenenti alla comunità cristiana di Gaza, avevano da pochissimo trovato un nuovo rifugio e stavano provando a ricominciare in una terra dove si fatica anche solo a pensare la speranza tra cumuli di macerie, rifiuti e bambini che vanno in giro mutilati.

    Fino a quando, Signore?

    Le parole di Papa Leone XIV inviate direttamente a padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, sono state un balsamo. “Il Santo Padre mi ha scritto un breve messaggio su WhatsApp in cui dice: ‘Buongiorno, padre Gabriel. Da quando ho appreso la dolorosa notizia della morte di Maysa e Mary, prego Dio per loro, per le loro famiglie e per l’intera comunità di Gaza. Fino a quando, Signore? Grazie per l’accompagnamento alla parrocchia e a tante persone che desiderano vivere in pace. Benedizioni, un abbraccio affettuoso’.

    Ascolta l’intervista a padre Gabriel Romanelli

    “E’ davvero una consolazione che il Papa abbia pensato a noi, che preghi per noi e per tutti quelli che lavorano per la pace”, afferma il missionario argentino ai media vaticani. “Ci ha colpito come sempre la vicinanza del Santo Padre e poi pure la sua sensibilità pastorale di pregare per loro, per le vittime, di nominarle, pregare per le famiglie, per tutta la comunità. Siamo scioccati da quello che è successo con la morte di Maysa, di Mary e poi delle altre persone, erano tutti dei civili che stavano dormendo nella loro casa – prosegue padre Gabriel -.  E’ stato pure un colpo forte per tutta la comunità cristiana, oltre che per la società civile di Gaza, perché non dimentichiamoci che pure la comunità cristiana ha perso tantissime persone. 62 cristiani sono morti durante la guerra, 25 dei quali sono stati uccisi dai bombardamenti e quindi questo attacco ci ricorda i momenti peggiori della guerra, lacera il cuore, nonostante il cessato il fuoco sia in vigore da un anno. Le persone sono sfinite – e anche il Papa lo dice nel suo messaggio: fino a quando, Signore!”.

    Gaza è ‘tritata’, la situazione peggiora

    Un grido, un appello universale affinché si fermi la scia di distruzione che da anni devasta la Striscia. Alle parole del Santo Padre si sono unite quelle del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme. A nome del clero e di tutta la diocesi, il porporato ha espresso le più sentite condoglianze, condannando la tragica perdita di vite innocenti. Anche il metropolita Alexios, vicario patriarcale greco-ortodosso, ha voluto ricordare Maysa e Mary durante i funerali solenni celebrati sabato stesso a poche ore dalla strage, nella chiesa di San Porfirio a Gaza City, avamposto di una comunità millenaria ormai ridotta allo stremo.  La situazione sul campo resta intanto drammatica. Le ultime notizie di cronaca descrivono una Gaza City stremata, dove i raid aerei continuano a colpire aree densamente popolate. Secondo fonti mediche dell’ospedale Al Shifa, i feriti del bombardamento di sabato versano in gravi condizioni. Mentre la diplomazia internazionale fatica a trovare una quadra la Chiesa locale, guidata sul campo da padre Romanelli e dalle Missionarie della Carità, continua a rappresentare l’ultimo baluardo di speranza e assistenza umanitaria per centinaia di sfollati che non hanno più un luogo sicuro in cui andare: “Noi non ci fermiamo, questa guerra terribile ha portato via tante persone, tante vite, Gaza è a pezzi, ‘tritata’, come se ci fosse stato un grande tsunami che ha spazzato via tutto. Ma, afferma il sacerdote, se noi da parrocchia, da oasi spirituale e umana per chi soffre quale siamo, ci fermiamo, e non contribuiamo alla pace, alla giustizia, è davvero finita! Quindi bisogna andare avanti con la preghiera, con l’attività spirituale, ma pure con l’apostolato, con le altre attività della parrocchia, non solo quelle assistenziali, nonostante giornate piene di dolore come quella di sabato”.

    7 ottobre, la preghiera del Rosario

    Intanto è alle porte la fatidica e drammatica ricorrenza del 7 ottobre 2023 e padre Gabriel conferma che entrambe le popolazioni, israeliani e palestinesi, sono ancora dentro quel trauma: “Ogni giorno di più di guerra è un giorno buio e peggiora la situazione. È vero che da ottobre 2025 si sono fermati i bombardamenti a tappeto ma non vuol dire che la situazione sia buona. La situazione è gravissima, pure le ong che distribuiscono cibo dicono che devono fermarsi perché non ne hanno abbastanza; l’aiuto umanitario adesso entra ma è assolutamente insufficiente. E poi le persone non soltanto hanno bisogno dell’acqua, del cibo e dei medicinali, quello è il necessario, certo. Hanno bisogno di libertà, di pace, che smettano le bombe, che possano vedere un orizzonte. Ci auguriamo che questo terribile ricordo sia invece un nuovo inizio per noi che celebreremo la festa della Beata Maria Vergine del Rosario, della Signora della Pace. Faremo una giornata di preghiera del Rosario, finendo con la Santa Messa, e una processione simbolica per chiedere la fine di questa guerra, la giustizia, la pace tra Palestina e Israele”.

    Preoccupazione per l’inverno

    Con l’arrivo imminente della stagione fredda, le preoccupazioni si concentrano sulla sopravvivenza logistica dei civili: “Le piogge per tutti quelli che vivono nelle tende saranno un problema enorme – prosegue il parroco di Gaza – . La maggior parte della popolazione, 2 milioni e 300 mila persone, abita sotto al nulla, anche la parola ‘tenda’ è inappropriata, fa pensare più a un campo scuola, invece qui ci sono teli improvvisati messi sulla terra sabbiosa, mescolata con l’acqua delle fogne. E’ un disastro! E’ necessario il cibo certamente sì ma pure materiale per la ricostruzione, per la riparazione. Questo inverno sarà peggiore degli altri per il fatto che quando c’è un’emergenza, se tu non rispondi subito, ogni giorno sarà peggiore del precedente. Quindi ci auguriamo che la società internazionale e tutti i capi delle nazioni possano convincere i responsabili che si facciano passi concreti per finire questa guerra”.

    Le elezioni politiche

    Un possibile elemento di svolta o di verifica per il futuro politico dell’intera area geografica potrebbe arrivare a breve, dal momento che sia gli israeliani sia i palestinesi sono chiamati alle urne da qui a fine novembre. Interpellato su questo cruciale snodo politico, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme ha espresso cautela ma ne ha sottolineato il valore simbolico: “Non so se da questi voti potremo davvero capire dove stiamo andando. Ma certo saranno un momento importante di verifica su dove le attuali leadership hanno portato i loro popoli”.

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