«Come si può costruire un futuro quando non c’è più niente?». Se lo chiede ogni notte Jana, nella tenda di fortuna nel Sud della Striscia di Gaza, dove vive con i suoi tre fratelli da quando è rimasta sfollata. Partecipava a un programma Stem sostenuto dall’Unicef, poi la guerra ha distrutto tutto. Ha 17 anni, dovrebbe sostenere il Tawjihi, la maturità degli studenti palestinesi, e fa quello che può per continuare a studiare. «Non c’è entusiasmo, non ci sono energie. Niente scuola, niente elettricità. Di notte c’è solo la luce del mio telefono». Così accende la torcia e prova con tutta se stessa a restare aggrappata ai suoi sogni, nonostante tutto.
Jana. Foto Unicef
Dal 7 ottobre 2023 le vittime che Israele si è lasciato alle spalle a Gaza non sono solo quelle che hanno perso la vita. Tra i 74mila morti registrati dall’ultimo rapporto dell’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) aggiornato al 23 settembre 2026, i minori sono 21mila, ma tra la popolazione c’è ancora un milione di bambini e ragazzi, di cui 800mila sfollati, che ha bisogno di servizi di protezione e di supporto per la salute mentale e psicosociale. Un’intera generazione che non riesce più a vedere un futuro, il proprio.
Una generazione senza futuro
Più di 58mila bambini e adolescenti sono rimasti orfani di uno o entrambi i genitori, ma il dato è aggiornato solo a dicembre 2025. I casi accertati di minori mutilati sono invece 4.780 fino a marzo 2026, la maggior parte dei quali (il 93%) causati da armi esplosive come bombe, mine e razzi. Quando un attacco aereo ha colpito il mercato di Gaza City dove stavano andando a prendere qualcosa da mangiare Amir, 11 anni, ha perso un occhio e suo fratello Fadel, 14, entrambe le gambe.
Fadel, mamma Najwa e Amir. Foto Unicef
«Adorava decorare casa nostra con farfalle colorate e giocare a calcio. Ora Fadel – spiega Najwa, la mamma – è sempre arrabbiato, con me, con il mondo, e si chiede perché abbia perso le gambe. Amir amava cantare, recitare e scattare foto. Oggi, quando scende al piano di sotto e vede gli altri bambini giocare, si arrabbia… torna su e si addormenta». Teme che la depressione possa peggiorare: «Hanno bisogno di qualcuno preparato che li aiuti. Io cerco di tenerli forti, ma non basto. Ho paura di perderli a causa della loro disabilità e della loro tristezza».
Vivere tra le macerie
Nella Striscia ci sono soprattutto macerie: secondo i dati raccolti da Ocha sono distrutte o danneggiate la maggior parte delle attività commerciali o industriali (92%), delle strade (87%), delle infrastrutture energetiche (90%) e idriche (88%), delle scuole (93%), degli ospedali (95%).
Tre case su quattro sono state buttate giù negli attacchi israeliani e il 94% della popolazione ha bisogno di assistenza per l’alloggio e di beni di prima necessità. Oltre la metà vive in siti di sfollamento a rischio di alluvione medio o alto, l’ennesimo problema con la stagione delle piogge alle porte.
A 14 anni Maya Al-Najjar ha solo una certezza: «Ho vissuto condizioni che nessun bambino al mondo ha mai vissuto». È stata colpita da un razzo mentre si arrampicava su un cumulo di macerie con suo fratello. «Desideravo sentire il cinguettio degli uccelli e vederli volare. All’improvviso ho sentito un rumore, dopo non so cosa sia successo. Mi sono svegliata in ospedale. Avevo perso i sensi. Ho guardato la mia mano: sanguinava. Ancora oggi, ogni volta che sento un rumore, mi spavento e comincio a urlare».
La scuola per ritrovare la normalità
Per le 12enni Maya Qadi e Jude Ayman, entrambe di Rafah e sfollate ad Al-Mawasi, a Khan Younis, il sogno è ricostruire le case, gli ospedali, le scuole. Perché studiare, stare con i compagni, parlare con gli insegnanti significa ritrovare un senso di normalità. Dei 700mila bambini in età scolare, il 19 settembre 2026 oltre 500mila sono tornati in classe, di cui 335mila nei 203 centri didattici in cui opera Unicef, che sta fornendo assistenza sanitaria, sostegno psicosociale e beni di prima necessità ai bambini e alle famiglie. Ma ce ne sono ancora 200mila che non hanno avuto questa occasione.
«Voglio andare a scuola senza che qualcuno debba portarmi in braccio», sospira Meral Shukri Al-Babli, 9 anni, mentre guarda i bambini nel campo di Nuseirat correre per la strada. Seduta su una piccola sedia di plastica, ricorda la notte in cui la sua casa è stata colpita e lei ha perso la gamba destra, oltre a sua mamma e sua nonna. «Dormivo accanto a mia madre», dice a bassa voce. «Quando mi sono svegliata, mi sono ritrovata sola».
Meral. Foto Unicef
Il più grande desiderio di Meral non è un giocattolo, non sono vestiti nuovi. Sogna di ricevere una protesi che le permetta di muoversi di nuovo con più autonomia. Nonostante tutto quello che ha vissuto, Meral continua a disegnare. Il suo quaderno è pieno di cuori, case e soli: piccole immagini della vita che le manca e del futuro che spera. «Disegno il sole perché voglio che tornino i giorni felici. Voglio essere come gli altri bambini: voglio giocare, imparare e vivere al sicuro».
Ultimo aggiornamento: mercoledì 7 ottobre 2026, 10:26
© RIPRODUZIONE RISERVATA
