Israele, ingresso negato a reporter italo-tedesca: «Farò ricorso, mai chiesto boicottaggio»

    Israele ha negato il visto di lavoro e l’ingresso nel Paese a Serena Bilanceri, giornalista con doppia cittadinanza italiana e tedesca e corrispondente del quotidiano tedesco tageszeitung (taz). Il giornale ha denunciato “una grave interferenza con la libertà di stampa”, accusando il governo del premier Benjamin Netanyahu di abbandonare “i principi dello Stato di diritto democratico”. Parlando con LaPresse, Bilanceri ha respinto le accuse alla base del provvedimento. “Non ho mai chiesto di boicottare Israele. Ho sostenuto l’adozione di sanzioni contro il governo israeliano, ma si tratta di una questione diversa”, ha spiegato la giornalista, attualmente ad Amman, in Giordania, annunciando l’intenzione di presentare ricorso. La decisione delle autorità israeliane è legata a due articoli di opinione pubblicati da Bilanceri nel 2025, nei quali la giornalista aveva sostenuto l’adozione di sanzioni contro il governo israeliano per la violenza dei coloni in Cisgiordania e la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, secondo quanto emerge dalle motivazioni fornite dal ministero israeliano per la Diaspora, riportate dalla stampa israeliana. “In un caso mi ero dichiarata favorevole a sanzioni per quanto riguarda la situazione in Cisgiordania, in particolare in riferimento alla violenza dei coloni. Nell’altro, per la catastrofe umanitaria a Gaza, avevo sostenuto la necessità di utilizzare gli strumenti a disposizione dell’Unione europea per fare pressione sul governo israeliano, tra cui anche le sanzioni”, ha raccontato Bilanceri. La giornalista ha precisato di non aver ricevuto direttamente alcuna motivazione ufficiale, ma che alcuni suoi colleghi hanno ottenuto dal ministero israeliano la conferma delle ragioni riportate dai media locali. Il Jerusalem Post ha citato il direttore generale del ministero israeliano per la Diaspora, Avi Cohen Scali, secondo cui “gli attivisti anti-israeliani e coloro che diffamano Israele non dovrebbero mettere piede nel Paese”, “non tollereremo appelli al boicottaggio di Israele sotto la copertura del giornalismo professionale”. Bilanceri contesta anche l’interpretazione di un passaggio di uno dei suoi articoli relativo alle accuse di apartheid in Cisgiordania. “Non sono una giurista, quindi non posso dire se ci sia o meno un apartheid in Cisgiordania. Avevo scritto che Amnesty International aveva basato questa accusa su anni di dati, osservazioni e interviste sul campo”, ha spiegato, sostenendo che le sue parole siano state interpretate in maniera eccessiva. La direzione della taz ha respinto le accuse, sottolineando che Bilanceri non ha mai invocato un boicottaggio dello Stato di Israele. “È inaccettabile che il governo israeliano utilizzi critiche legittime, espresse anche dall’Unione europea, alla condotta di Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza come pretesto per limitare la libertà di stampa”, ha rimarcato il quotidiano. Bilanceri, corrispondente della taz per Israele e i Territori palestinesi dallo scorso giugno, aveva già incontrato difficoltà nell’ottenimento del visto di lungo periodo lo scorso dicembre, allora per ragioni amministrative. Secondo il giornale, lo scorso anno il suo computer portatile era stato sottoposto a controlli per la segnalazione di presenza di esplosivi e restituito danneggiato in modo irreparabile. La giornalista intende ora rivolgersi a un avvocato israeliano per contestare il provvedimento: “Ho 30 giorni per fare ricorso. Devo parlare con un avvocato israeliano e capire quale sia la procedura. Non so ancora come si svilupperà la situazione”. Secondo Bilanceri, il suo caso non sarebbe isolato. “Riguarda me, ma riguarda sempre più spesso anche altri colleghi”, ha affermato, citando un giornalista dell’emittente britannica Channel 4 al quale sarebbe stato inizialmente impedito l’ingresso in Israele, prima della revoca del provvedimento, e altri corrispondenti stranieri, tra cui un italiano, uno spagnolo e alcuni francesi, ai quali sarebbe stata revocata l’autorizzazione elettronica di viaggio. “Non sono l’unica”, ha concluso.

    Katz, «La presenza dell’Idf nei campi in Cisgiordania è permanente»

    Rispondendo all’Alta Corte di Giustizia, che ha incaricato il ministero della Difesa e l’Idf di fornire un calendario per il rientro alle proprie case dei palestinesi sfollati nel nord della Cisgiordania durante le operazioni antiterrorismo, il ministro Israel Katz ha descritto la presenza dell’Idf nei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, come ’permanente’. E ha affermato che il terrorismo in Cisgiordania “è diminuito dell’80%, raggiungendo il livello più basso di sempre”. Lo riferiscono i media israeliani. Katz ha esortato i giudici a non intervenire in quella che definisce un’attività operativa dell’esercito. “La permanenza a lungo termine dell’Idf nei campi non è una questione giudiziaria, bensì una questione di sicurezza operativa necessaria per salvare la vita di soldati e civili israeliani di fronte alle gravi minacce e all’attività di elementi jihadisti esterni, sostenuti dall’Iran e dai Fratelli Musulmani, volti a promuovere attacchi terroristici simili a quelli del 7 ottobre anche in Giudea e Samaria”, ha affermato. Nel 2025, l’esercito ha lanciato una vasta operazione antiterrorismo nei campi palestinesi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, sgomberandoli dai residenti, affermando che fungevano da focolai di attività terroristica. L’operazione ha portato allo sfollamento di decine di migliaia di palestinesi, ai quali non è stato permesso di tornare. Nella sua decisione, la corte ha riconosciuto che le condizioni di sicurezza non sono ancora mature per consentire il ritorno dei residenti, ma ha incaricato l’esercito di presentare un calendario per quando tale ritorno potrebbe avvenire.

    Iran: Usa, Gb e altri 27 paesi mettono in guardia Teheran contro qualsiasi tentativo di minacciare

    Gli Stati Uniti e diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Australia, Canada, Francia e Germania, hanno messo in guardia Teheran contro qualsiasi comportamento “inaccettabile”, in seguito a all’evento che si è verificato alla fine di settembre presso una base militare Raff in Inghilterra utilizzata dall’esercito statunitense . “Qualsiasi tentativo da parte dell’Iran di minacciare, mettere a tacere, intimidire, molestare, danneggiare o costringere chiunque nei nostri territori, attraverso intermediari o con qualsiasi altro mezzo, è inaccettabile”, si legge in una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano, sottoscritta da 29 Paesi. Lunedì, il primo ministro britannico Andy Burnham ha dichiarato che l’incidente avvenuto nei pressi della base di Fairford, nel sud-ovest dell’Inghilterra, sarebbe stato “quasi certamente orchestrato” dai Guardiani della Rivoluzione. “Riconosciamo l’attribuzione da parte del Regno Unito del coinvolgimento dell’Iran nell’incidente della Raf Fairford del 27 settembre”, si legge nella dichiarazione congiunta. “Il Regno Unito ha inoltre concluso che questo evento dimostra la continua disponibilità dei Pasdaran a proiettare attività ostile oltre i propri confini attraverso reti segrete e attori proxy.” Teheran, sottolineano, “non dovrebbe avere dubbi sul fatto che siamo uniti e rimaniamo impegnati a salvaguardare la nostra sovranità e rafforzare il nostro coordinamento internazionale, rafforzare la nostra resilienza nazionale, proteggere le nostre comunità e garantire che i responsabili siano chiamati a rispondere”. La dichiarazione è firmata anche da Australia, Austria, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia.

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