Il giro di vite era imminente, per il varo ufficiale si attendeva solo il timbro dei 27 ministri degli Esteri riuniti al Consiglio Ue del Lussemburgo.
Ma l’accordo sul diesel tra Donald Trump e Vladimir Putin, nonché l’ennesima sfuriata del tycoon contro Zelensky, ha trasformato una formalità in ben altro. Quasi 1.600 tra persone fisiche e giuridiche russe sono state infatti aggiunte alla lista nera dell’Ue, andando così a colpire il “cuore” del sistema militare-industriale russo che alimenta la fabbrica di droni e missili del Cremlino. “Per mettere fine alla guerra bisogna esercitare pressioni, non accordare concessioni”, è la stoccata dell’alto rappresentate Ue Kaja Kallas al termine della riunione.
A porte chiuse alcuni ministri hanno espresso frustrazione per le mosse degli Usa, che complicano la strategia degli europei. Ovvero sostenere Kiev nella lotta contro la Russia, specie con un inverno alle porte durissimo da gestire. In pratica una specie di secondo tempo dello scontro allo Studio Ovale. “Concentriamoci su ciò che possiamo fare per raggiungere il nostro obiettivo comune, ovvero una pace giusta e duratura per l’Ucraina”, ha allora dichiarato in pubblico il francese Jean-Noel Barrot. “Come abbiamo già detto, siamo favorevoli a un cessate il fuoco energetico e sosteniamo una moratoria sugli attacchi nel Mar Nero, che devono costituire il presupposto per una negoziazione più ampia”. È il minimo comun denominatore: ben venga la tregua, se c’è davvero, peccato che la Russia non stia dando segni di volerla rispettare. “Se gli Stati Uniti approvassero il disegno di legge Graham sulle sanzioni a Mosca potremmo davvero esercitare la pressione necessaria finisca il conflitto, chiediamo che lo facciano”, ha esortato Kallas, sapendo senz’altro di bussare a vuoto.
Insomma, l’Europa è più sola che mai, in questo autunno. Ed è un motivo ulteriore, ragionano diverse fonti diplomatiche, per darsi una mossa laddove conta davvero. La sicurezza interna, ad esempio. “Gli attacchi ibridi e i sabotaggi sono schizzati alle stelle e noi concediamo centinaia di migliaia di visti turistici ai russi: siamo pazzi?”, afferma un funzionario europeo. Ecco, il tema dei visti e del divieto d’ingresso nell’Ue dei veterani del conflitto è il prossimo obiettivo. La Francia, a quanto si apprende, avrebbe modificato in parte la sua opposizione, aprendo la strada ad un accordo (sinora era stata spalleggiata da Italia, Spagna e Grecia). Dunque le nazioni ad alta destinazione turistica. “Ma non è solo quello”, confida una fonte mediterranea. “Siamo sicuri – prosegue – che rinchiudere i russi nel loro Paese, con la propaganda di Putin, sia la mossa giusta?”. I fatti di Lipsia hanno però dimostrato che un cambio di rotta è necessario e la Finlandia promette di portare la questione al vertice Ue.
In generale, però, la sensazione in Lussemburgo è che l’Europa, pur con le difficoltà del caso, stia reggendo.
“Abbiamo mostrato unità”, ha detto Kallas. Un’analisi condivisa dal suo omologo ucraino, Andrii Sybiha. “Il Cremlino ha trascorso anni cercando di dividere l’Europa, l’Europa sta dimostrando perché Mosca teme la sua unità”. Di certo c’è, però, che trovare la necessaria compattezza per infliggere costi maggiori alla Russia, dalle sanzioni settoriali ai visti, ad esempio, è sempre più difficile. E Trump non aiuta, anzi.
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