di
    Luca Zanini

    La Fossa Ellenica è una delle aree marine più profonde e ricche di biodiversità del Mediterraneo. Ospita capodogli, zifi, delfini, foche monache, tartarughe, squali, razze e numerose specie di coralli e spugne, oggi minacciare da nuovi progetti di ricerca di idrocarburi

    Siete fieri del Santuario Pelagico? Vi appassionano le storie di balene e altri cetacei? Ebbene vi colpirà sapere che nel Mediterraneo esiste un altro santuario, forse più importante di quello in alto Tirreno. E scoprire che è minacciato dalle grandi società specializzate in estrazione di gas e idrocarburi. Si trova a Sud del bacino adriatico, per la precisione nello Ionio nord-occidentale che rappresenta con la sua Fossa Ellenica – l’area marina più profonda del Mare Nostrum, che ha il punto di massima discesa nel Calypso Deep, a sud di Corfù – il rifugio di capodogli (Physeter macrocephalus), balenottere di Cuvier o «balene dal becco» (Ziphius cavirostris), delfini, foche monache, tartarughe marine, squali, razze, tonni e pesci spada, oltre a vaste comunità di coralli e spugne degli abissi. A Corfù e in tutta la Grecia ionica è grande allarme per il varo di un piano energetico che prevede – secondo le intenzioni di Atene e dei concessionari – lo scavo di un primo pozzo esplorativo a partire da febbraio 2027 (con successivi passaggi legislativi per l’approvazione dell’effettiva estrazione del gas). E non sarebbe che il primo di quelli inclusi in una serie di possibili concessioni dall’area di confine Grecia-Albania fino al Peloponneso meridionale e a tutta la costa sud di Creta. 

    Le indagini ambientali sul progetto che potrebbe portare alla trivellazione di questo pozzo circa 15 miglia ad ovest della costa di Corfù (solo 10 dalla piccola isola di Othonì) tendono a dimostrare che i balenotteri di Cuvier – la stessa specie che si è arenata sulle spiagge di Corfù nel 2011 e di nuovo nel 2022, in occasione di precedenti indagini invasive per mappare i fondali – e i capodogli presenti nella zona sono a rischio. «Gli elementi a nostra disposizione dovrebbero indurci a una estrema cautela. Gli zifi (o balene dal becco di Cuvier) figurano tra i mammiferi marini più vulnerabili al forte rumore sottomarino», spiegano gli ambientalisti locali.



















































    La prudenza iniziale del ministero dell’Ambiente

    Nel febbraio 2022, tre esemplari di questa specie si sono spiaggiati a Corfù proprio mentre erano in corso attività di prospezione sismica al largo», sottolinea la conservazionista Nandita Agarwal Parker, nel direttorio del Marine Conservation Institute e considerata una figura guida nella galassia delle Ionian Sea Anti-Drilling Coalitions (a giugno scorso i comitati di ecologisti dell’isola hanno creato un coordinamento). «All’epoca dei primi spiaggiamenti in massa, il ministero dell’Ambiente ellenico aveva annunciato la temporanea sospensione delle indagini in profondità (effettuate dalla Elpe Upstream con la motonave da ricerca sismica SW Cook per Hellenic Petroleum) in attesa di chiarire l’accaduto». 

    Parker è una ex gestore di fondi di investimento con una carriera trentennale. Ha creato il sito Ma Oceans per sostenere progetti di conservazione e investimento sui mari. Ma si esprime con cautela: «Non possiamo affermare con certezza assoluta che quegli specifici spiaggiamenti siano stati causati dalle prospezioni sismiche – precisa – . Sappiamo però che l’intenso rumore di origine antropica può alterare il comportamento dei cetacei che si immergono a grandi profondità ed è stato associato a episodi di spiaggiamento di zifi in altre aree (ndr. sarebbero una quarantina in tutte le isole dello Ionio negli ultimi 15 anni). Perché correre un simile rischio in un habitat così importante?».

    Stress, disorientamento e morte

    «Quello che molti ignorano – dicono i conservazionisti per spiegare l’ondata di indignazione per le morti dei grandi cetacei – è che le balene colpite da questi bombardamenti sonori soffrono moltissimo, così tanto da lasciarsi morire». Uno studio commissionato da ClientHearth – associazione di avvocati ed esperti di politiche dedita a proteggere la vita sulla Terra –, condotto da biologi marini di fama mondiale, dimostra che gli impatti delle prospezioni in profondità sulla “megafauna” marina (in particolare balene e delfini) vanno da lesioni fisiche come danni all’udito, stress cronico e cambiamenti ormonali, a cambiamenti comportamentali come alterazioni nei ritmi di alimentazione e riposo, fino a potenziali spiaggiamenti e mortalità. Secondo uno studio del professor Antonio Fernández – dell’università di Las Palmas/Gran Canaria – la correlazione tra le emersioni rapide con embolia gassosa e i rumori che disturbano i grandi cetacei sarebbe molto probabile.

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    Si immergono fino a 2.992 metri

    Sarebbe avvenuto proprio questo per due volte sulle spiagge di Arillas, a Corfù, 4 e 15 anni fa. Nel 2011 – mostra una mappa consultabile sul sito Ma Ocean – ad Arillas morirono nel complesso 13 balenottere. Nel 2022, «sullo stesso litorale, ne finirono spiaggiate altre tre». Le balene dal becco di Cuvier sono una specie pelagica che abita i mari greci e il Mediterraneo da migliaia di anni: di dimensioni relativamente piccole (raggiungono in media i 7 metri), vivono individualmente o in coppia, ma raramente in piccoli gruppi, e solitamente rimangono in aree marine caratterizzate da profonde fosse (si immergono fra i 300 e i 2.992 metri). Prima di quell’evento, non si erano mai registrate aggregazioni di simili dimensioni in quest’area del Mar Ionio. Secondo molti scienziati, dunque, i decessi di questi mammiferi sarebbero strettamente correlati alle mappature del fondale marino per le future estrazioni in zone prossime alla Fossa Ellenica che – insieme allo Ionio circostante – è riconosciuta come Important Marine Mammal Areas (Imma) dalla International Union for Conservation of Nature (Iucn) che riunisce ben 1660 organizzazioni scientifiche. La Fossa ricade in parte nella zona del Parco Nazionale Marino dello Ionio, sostenuto dall’Unione Europea, per il 14% nell’areale di pertinenza dei delfini tursiopi.

    Compromesse navigazione e dialogo

    L’inquinamento acustico interferisce, poi, con i segnali vocali dei cetacei su lunghe distanze, compromettendo navigazione e comunicazione, mentre lo spostamento dell’habitat rappresenta un problema serio, particolarmente per le Ziphius cavirostris che evitano le aree rumorose per giorni. Francesco Maletto, avvocato specializzato in diritto marittimo presso ClientEarth, accusa: «La devastazione diffusa che i combustibili fossili provocano al nostro clima è ben nota, soprattutto in Grecia. Tuttavia, questo nuovo studio rivela fino a che punto l’industria stia compromettendo gli ecosistemi a ogni livello. La Fossa Ellenica è una delle aree a maggiore biodiversità del Mediterraneo; eppure, il frastuono generato dalle attività di esplorazione di petrolio e gas sta devastando le popolazioni di balene e delfini, specie molto amate. La Commissione europea permetterà che tutto ciò prosegua, in palese violazione delle norme Ue, o interverrà per proteggere alcune delle specie marine più a rischio d’Europa?».

    La minaccia che incombe: 10 pozzi

    Al momento Atene progetterebbe (salvo diversi accordi con le compagnie che saranno coinvolte) di scavare complessivamente 10 pozzi esplorativi sottomarini tra il 2027 e il 2032, nel blocco Ionico e oltre. A quello nei pressi di Othonì e Arillas seguirebbero: perforazioni nel Golfo di Kyparissiakos (Blocco 10) nel secondo trimestre del 2028; pozzi estrattivi a Sud del Peloponneso e Zone Ampliate (Blocchi A2 e altri) assegnati a Chevron/HelleniQ Energy tra il terzo trimestre del 2031 e il primo trimestre del 2032; e pozzi a Ovest e Sud-Ovest di Creta curati da ExxonMobil e partner nello stesso quinquennio.

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    Il cannone che spara impulsi acustici

    Sulle attività del primo pozzo esplorativo, in area Asopus-1, gli ambientalisti ellenici evidenziano che non si tratta «semplicemente di una trivellazione che scende silenziosamente nel fondale marino». La valutazione di impatto ambientale (Esia) prevede il possibile utilizzo della Vsp (Vertical Sismic Profiling) durante lo scavo del pozzo. Ovvero di una sorta di cannone che spara potenti impulsi acustici. Proprio il genere di attività inquinante che potrebbe provocare – con rumore subacqueo diretto e indiretto – gravi danni ai cetacei in profondità. Come forse avvenne nel 2011 e 2022. In quei giorni, i veterinari del Centro Ellenico per il Soccorso e la Cura dei Mammiferi Marini “Arion” e dell’Istituto per la Protezione Marina “Archipelagos” accorsero a Nord di Corfù per esaminare gli animali e prelevare campioni di sangue per analisi di laboratorio. Da Atene, il direttore del Pelagos Cetacean Research Institute, Alexandros Frantzis, che aveva partecipato agli esami autoptici su alcune balenottere, aveva ipotizzato che gli spiaggiamenti fossero conseguenza del grave deperimento delle balene, sconvolte dai rumori, disorientate e così sofferenti da smettere di nutrirsi; una tesi che deve ancora essere corroborata da precisi dati scientifici. Dopo quella drammatica esperienza, la Ionian Environment Foundation, insieme con Arion e il Comune di Corfù Nord hanno creato e finanziato ODEK Corfù, una squadra di risposta rapida agli spiaggiamenti di cetacei sull’isola, formando 36 volontari locali per gestire il soccorso ai mammiferi marini.

    L’altro rischio: distruggere ambiente e turismo

    La stessa Parker raccomanda, poi, di non dimenticare i potenziali effetti di un incidente con rilascio di petrolio in mare: «Per Corfù si pone anche una questione più ampia, che va ben oltre il destino delle balene – spiega –. Aprendo il Mar Ionio all’esplorazione di combustibili fossili e alle infrastrutture industriali che potrebbero seguire un’eventuale scoperta commerciale, il governo greco è chiamato a confrontare i futuri e incerti ricavi derivanti dagli idrocarburi con i potenziali rischi per un’economia insulare che si fonda prevalentemente sull’ambiente naturale, sul turismo, sulla pesca e sul mare». Parker, che ha vissuto a New Orleans, ricorda come laggiù, ogni mattina, aprendo la finestra sentisse puzza di petrolio. Se un incidente simile a quelli occorsi nel Golfo del Messico (ndr. il 20 Aprile 2010 esplose la piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon) dovesse verificarsi a Corfù, tutto l’ambiente e tutte le comunità insulari ne risentirebbero. Sarebbe un disastro epocale per la natura come per il turismo di tutte le Ionie.

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    L’alternativa delle rinnovabili

    «Per le isole greche, il cambiamento climatico non rappresenta più una minaccia futura e astratta. La Grecia sta già affrontando ondate di calore, siccità e incendi sempre più gravi. Allo stesso tempo, il Paese possiede un enorme potenziale per accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili, dei sistemi di accumulo e di altre infrastrutture per l’energia pulita – tiene a ricordare Parker –. La questione per Corfù è dunque di natura fondamentalmente economica: ha senso esporre a ulteriori rischi ambientali le risorse naturali da cui dipende la prosperità dell’isola, investendo al contempo in nuovi progetti legati ai combustibili fossili destinati a rimanere operativi per decenni?». Posto che dalla fase esplorativa si passi in futuro a quella estrattiva, ovunque avvenga, la trivellazione offshore porta scarichi di perforazione, aumento dell’attività delle navi cisterna – anche senza incidenti il transito di grandi ‘gasiere’ sarebbe altamente inquinante – e la possibilità di sversamenti di petrolio. Lo studio di impatto ambientale (Esia) del progetto riconosce che un’esplosione sottomarina (valutata dai tecnici di Atene come «estremamente improbabile»), potrebbe comportare un grave danno ambientale. L’impatto delle attività estrattive è potenzialmente enorme, e va considerato anche che la Fossa Ellenica è zona altamente sismica. Anche lo scenario ipotetico della più piccola fuoriuscita di carburante produrrebbe pesanti effetti, con ricadute transfrontaliere. Dovesse riversarsi in mare del petrolio, non si fermerebbe certo alle coste corfiote ma potrebbe raggiungere quelle sul lato italiano, in Puglia e Calabria.

    L’opera-simbolo dell’artista The Krank

    Lo scorso luglio, poco dopo la riunione dei comitati ambientalisti delle Isole Ionie, l’artista di origini tedesche The Krank – che dal 2020 organizza una biennale d’arte a Paxos – ha realizzato un’opera di land art sulla spiaggia Aspri Ammos di Othonì, la più vicina al futuro pozzo della zona Block 2: fotografata dall’alto di una scogliera, mostra delle figure stilizzate di uomini preistorici che scagliano le loro lance contro una piattaforma petrolifera. Ben 500 metri quadrati di grafica ispirata alle incisioni rupestri, che sono divenuti il simbolo più efficace della lotta contro le perforazioni nello Ionio. L’attivista greca Christina Kottori, lancia il suo monito in un video da Arillas, località che si trova quasi all’altezza di Santa Maria di Leuca: «Sta per accadere qualcosa di terribile – dice –. Se amate il verde di Corfù e di tutte le coste dello Ionio unitevi a noi per fermare le trivellazioni. La verità è che vogliono scavare per trovare petrolio (ma della possibile presenza di petrolio insieme al gas si era parlato soltanto in seguito ad alcune trivellazioni al largo della costa italiana, in Calabria, ndr) e se ci fosse un incidente sarebbe irreparabile». La concessione è attualmente detenuta da ExxonMobil (60%), Energean (30%, operatore) e HelleniQ Energy (10%), «ma non fatevi ingannare. Il governo dice che avremo profitti ed esporteremo energia, mentre va detto che EllleniQ è posseduta al 40,41% da Latsis Enterprise, e al 31,18% dal Fondo d’investimento Ypertameio, formato e strutturato dopo l’accordo della Grecia con il Fondo Monetario Internazionale, e con una piccola quota anche dalla stessa Eurobank Asset Management. Dunque trovare il gas non porterà soldi nelle casse statale né benessere ai greci. Meglio sarebbe stato investire sul solare in un Paese che ha 250 giorni di sole l’anno». Eppure il governo ellenico sostiene che, qualora le trivellazioni avessero esito positivo, le entrate per lo Stato greco dalla vendita di gas naturale potrebbero arrivare a 10 miliardi di euro in 20 anni.

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    Il primo scavo fino a 4.622 metri

    Secondo l’ad di Energean, Mathios Rigas, la profondità di perforazione del Pozzo 1, Blocco 2 – a circa 10 miglia dalle spiagge di Othonì, isola che ricade nell’amministrazione di Corfù Nord – raggiungerà i 4.622 metri e il costo è stimato in 60-70 milioni di euro. Se la trivellazione avrà esito positivo, saranno necessari ulteriori investimenti pari a 5 miliardi di euro per lo sviluppo del giacimento, che potrebbe essere collegato – partendo da una piattaforma galleggiante – sia alla Grecia che all’Italia. Per le balene sarà un disastro. Già tre anni fa, nel 2023, la Commissione Ue si era detta preoccupata che i progetti per cercare gas nella Fossa Ellenica, in prossimità di siti protetti, venissero approvati nonostante gli evidenti rischi per le specie marine.

    Come sonnambuli verso il disastro

    «Stiamo camminando come sonnambuli verso un disastro ambientale sempre più probabile qualora questi nuovi piani per le trivellazioni petrolifere dovessero andare avanti – concorda Costas Kaloudis, attivista di Greenpeace Grecia per il clima e l’energia –. Con il 20% delle aree marine greche destinate all’esplorazione di idrocarburi e con un quadro istituzionale debole per la protezione marina, il futuro dei mammiferi marini che ci impegniamo a proteggere appare desolante». Quanto alle promesse del governo greco di procedure rigorose per prevenire danni ambientali e garantire che i mammiferi marini non siano influenzati negativamente dall’esplorazione e dalle trivellazioni di idrocarburi, «sembrano davvero vane». Intanto contratti per 4 nuove concessioni nel Sud del Peloponneso e nel Sud di Creta sono stati ratificati dal Parlamento ellenico in virtù della legge n. 5287/2026. Il colosso internazionale dei combustibili fossili Chevron e la società nazionale HelleniQ Energy Holdings hanno entrambi espresso formalmente interesse ad ottenere l’autorizzazione per ulteriori aree destinate all’estrazione di petrolio e gas. Il ministero dell’Ambiente e dell’Energia greco ha accolto la richiesta, avviando così la procedura per il rilascio delle licenze ufficiali.

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    13 ottobre 2026

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