Intervenuto oggi, 15 ottobre, in una conferenza online organizzata dall’Università degli Studi Niccolò Cusano, l’arcivescovo Kulbokas ha descritto il ruolo della comunità cattolica locale nel conflitto in corso: “Rimaniamo fedeli all’insegnamento di Leone XIV, di non perdere mai la fiducia negli sforzi umani per la pace”. Sul sostegno umanitario alla popolazione: “Grazie alla rete con la Chiesa universale abbiamo distribuito oltre un miliardo di euro di aiuti”
Daniele Piccini – Città del Vaticano
“Essere presenti, perché la lontananza geografica è già sempre una lontananza emotiva. E poi dare speranza, perché la prima missione della Chiesa è sempre quella di far presente la vita eterna nell’esistenza delle persone, senza la quale le conseguenze della guerra sarebbero psicologicamente molto peggiori“. Sono questi i due compiti che la Chiesa cattolica deve incarnare oggi in una zona di guerra secondo il nunzio apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, intervenuto questo pomeriggio, 15 ottobre, in una conferenza on-line organizzata dall’Università degli Studi Niccolò Cusano sul tema La Chiesa in Ucraina oggi. Geopolitica, diplomazia e cooperazione.
Il nunzio Apostolico in Ucraina, Visvaldas Kulbokas visita i luoghi colpiti da un attacco russo (foto d’archivio).
L’opera di un centinaio di cappellani militari
Un duplice mandato non dissimile da quello dei circa cento cappellani militari che operano al fronte, “dove sono impegnati circa un milione di persone”, ha sottolineato l’arcivescovo di origine lituana. Anche loro, ha proseguito, “devono essere presenti”, là dove la gente soffre, e soprattutto portare speranza “per non soccombere alla disperazione”.
Esserci, forse non è molto, ma spesso è tutto quello che si può fare. “Facciamo un esempio. Poche settimane fa è stato a Mosca l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali della Santa Sede. Evidentemente è andato a Mosca per curare aspetti diplomatici. Dal punto di vista della diplomazia la Santa Sede cosa può fare?”, ha chiesto l’arcivescovo. È come una dichiarazione implicita di disponibilità: “Noi stiamo qui, se vi serve, magari fra un anno o due, noi ci siamo. Siamo aperti a qualsiasi contatto, con tutte le parti, anche con l’aggressore, siamo aperti al contatto con tutti”.
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Una Chiesa piccola, ma radicata
Il nunzio – nominato da Papa Francesco il 15 giugno 2021 – ha descritto preliminarmente il variegato panorama delle Chiese in Ucraina. “La Chiesa cattolica non è maggioritaria qui, ma è una realtà abbastanza radicata. La Chiesa greco-cattolica ucraina rappresenta circa il 12% della popolazione. Poi abbiamo i cattolici di rito latino, ma è difficile conoscerne i numeri esatti perché una parte della popolazione è emigrata, ma comunque dovremmo essere vicini all’1%”. Poi c’è anche l’eparchia di Mukachevo, nella parte occidentale del Paese, che è di rito bizantino, anche loro circa all’1%. Dei circa 27-28 milioni di persone rimaste nella parte non occupata dell’Ucraina, circa 4 milioni sono cattolici, ossia il 14%. Non è un numero altissimo, però le chiese e le comunità di fede in Ucraina sono molto attive: cattolici, protestanti e chiese ortodosse”.
Aiuti umanitari per oltre un miliardo di euro
Grazie ai suoi contatti con la Chiesa universale, tra cui anche la Chiesa in Italia, ha spiegato ancora il nunzio, “la Chiesa cattolica in Ucraina può offrire alle persone colpite dal conflitto assistenza umanitaria, come cibo, acqua, rifugi, aiuto alle persone sfollate, riabilitazione anche psicologica”. Proprio questa rete di prossimità e amore è ciò che monsignor Kulbokas definisce la “grandezza della Chiesa”: “Grazie agli aiuti i cattolici in Ucraina non si sentono soli. E grazie alla presenza di tante organizzazioni internazionali della Chiesa riescono a portare aiuti molto importanti, che dovendoli quantificare, possiamo affermare che sicuramente hanno superato di molto un miliardo di euro”.
Il nunzio Kulbokas (AFP or licensors)
Una pace “dal basso”
Il nunzio apostolico analizza infine le conseguenze di quella che chiama la “diplomazia sporadica”: ossia che, al di là delle dichiarazioni di circostanza, “nella comunità internazionale nessuno sembra davvero interessato alla pace”. La pace, spiega citando Leone XIV, deve scaturire da “sforzi umani” che “non perdano mai la fiducia”. “Se dall’alto i presidenti, i capi di Stato non sono interessati alla problematica della pace, allora dobbiamo partire dal basso, passando per la cooperazione umana tra di noi. Se la soluzione non arriva dai politici ci sono due altre opzioni. O lasciamo tutto in mano ai militari e allora il mondo verrà governato da chi è più forte, da chi ha più missili e da chi ha più carri armati. Oppure – ha concluso – ci assumiamo la responsabilità tutti noi”.
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Un “disordine globale” figlio della “guerra fredda”
Il professor Alberto Clerici, docente di Storia delle dottrine politiche presso l’Università Niccolò Cusano, ha auspicato “che in questa crisi del diritto internazionale si torni a ragionare, accogliendo il messaggio di Papa Leone XIV”. Nelle sue conclusioni Giuliano Caroli, professore di Storia delle Relazioni Internazionali presso la Unicusano, ha sottolineato come la situazione geopolitica che stiamo vivendo non sia che il frutto di una “guerra fredda” non compiutamente risolta: “Essa ha creato un disordine globale che ancora dura e in cui trovano sfogo istanze non risolte del passato”.
Un esempio sono le guerre in Jugoslavia, una serie di conflitti – alla fine degli anni ’90 – legati alla dissoluzione della Repubblica socialista federale jugoslava e alle tensioni etniche e nazionalistiche tra le diverse popolazioni. “In questa tragedia – ha argomentato il professor Caroli – abbiamo dovuto rivedere i campi di concentramento e gli stupri di massa”. “Mentre in Ucraina ritroviamo tutti gli orrori della Prima Guerra mondiale. Tutto sembra già visto. Serve una rinascita spirituale, con il contributo della Chiesa, e la capacità di trovare momenti di unione e di cooperazione per approdare ad una nuova fase della diplomazia”.
