La parola più pesante arriva da Kiev: capitolazione. Zelensky la pronuncia mentre dall’altra parte dell’Atlantico Trump gli rimprovera di non voler finire la guerra. Fra i due passano missili da consegnare, raffinerie colpite, informazioni militari delle quali si contesta persino l’interruzione. Intanto, a Mosca, Putin guarda a un altro tavolo: un incontro con il presidente americano e Xi Jinping, in Cina, a novembre.

    Nella mattinata di oggi il vertice resta un’ipotesi. Eppure, la sua sola prospettiva porta al centro del confronto una questione che attraversa l’intero negoziato: chi discuterà le condizioni della pace e quanto peseranno, accanto alle richieste dei contendenti, gli interessi di Washington e Pechino. Sul possibile incontro aggiunge nuovi dettagli il Wall Street Journal. Citando persone informate delle discussioni, il quotidiano americano riferisce che Putin avrebbe proposto un vertice con Trump e Xi dedicato all’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Nella ricostruzione del giornale, Mosca cercherebbe di tradurre il riavvicinamento con Washington in un accordo favorevole alle proprie richieste.

    La proposta sarebbe stata avanzata nella telefonata del 9 ottobre. Reuters, riprendendo la notizia, indica una possibile sede: la città cinese di Shenzhen, a margine del vertice APEC che si concluderà oggi. Nella stessa conversazione i due presidenti avrebbero raggiunto l’intesa sul diesel russo. Da un lato il combustibile da riportare sui mercati, dall’altro la possibilità di riaprire uno spazio diplomatico.

    Dal Cremlino arriva una conferma prudente. Alla TASS, Dmitrij Peskov riconosce che Russia, Stati Uniti e Cina considerano possibile una riunione, ma precisa che restano da chiarire l’incontro e la sua agenda. Nessuna convocazione definitiva, dunque. Anche Marco Rubio, interpellato oggi a Samarcanda, ammette che se ne è parlato senza confermare un accordo. Il segretario di Stato richiama soprattutto l’urgenza di concludere la guerra e il rischio che un incidente ne allarghi i confini.

    Per Trump, il dialogo con Mosca ha già una giustificazione da opporre alle critiche. La espone chiaramente nel messaggio su Truth Social di ieri: sta negoziando la pace e non intende allontanare la Russia dal tavolo. Poi il bersaglio diventa Zelensky, che “non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto”. Nel ragionamento del presidente americano, gli attacchi ucraini alle raffinerie russe arrivano fino alle aziende e alle campagne degli Stati Uniti. Fanno salire il costo del diesel, sostiene, e danneggiano agricoltori e imprese. Trump richiama anche l’interesse a contenere il sostegno di Mosca all’Iran: i rapporti con Putin entrano così in un calcolo che comprende più conflitti e più mercati.

    È lungo questa linea che Washington e Kiev si allontanano. Per la Casa Bianca, mantenere aperto il rapporto con la Russia può servire a ottenere un accordo e ad alleggerire la pressione energetica. Per la presidenza ucraina, quelle aperture rischiano di rafforzare Mosca proprio mentre Kiev dipende ancora dalle forniture e dalle capacità americane.

    Zelensky prova a trasformare il contrasto in uno scambio. Nell’intervista di ieri a Bloomberg, propone di sospendere gli attacchi alle infrastrutture del diesel russo in cambio di altri missili Patriot per difendere quelle ucraine. Accusa Washington di ritardare consegne già pagate e sostiene che arrivino circa dodici intercettori al mese, un quarto del ritmo precedente. La parola capitolazione nasce dentro questa dipendenza. Il presidente ucraino descrive decisioni che, a suo giudizio, stanno spingendo l’Ucraina verso la resa. Ma lascia aperto uno spiraglio: precisa di non voler credere che gli americani intendano chiudere la guerra a spese del suo Paese, pur sostenendo che questa sia l’impressione prodotta dalle loro scelte. L’accusa è dura; la possibilità di trattare rimane.

    A rendere il rapporto ancora più fragile è il disaccordo su che cosa sia effettivamente accaduto alla condivisione delle informazioni d’intelligence americane. Nella giornata di ieri, a NBC, Zelensky aveva raccontato di un’interruzione temporanea delle informazioni utilizzate per individuare gli attacchi missilistici russi. Il servizio, aveva aggiunto, era stato ripristinato con tanto di ringraziamento a Washington.

    Oggi Rubio smentisce: nessuna pausa. Stando a quanto riporta Reuters nella giornata di oggi, registra due versioni incompatibili e ricorda che gli americani negano anche di aver imposto le limitazioni a Starshield, il sistema di comunicazioni satellitari di SpaceX per uso militare, denunciate da Kiev. Attualmente, nei riscontri disponibili, non esiste una base per considerare accertata la responsabilità politica indicata da Zelensky. C’è invece una frattura pubblica sulla continuità stessa del sostegno militare.

    Scott Bessent l’aveva già resa evidente nell’intervista domenicale a NBC. Il segretario al Tesoro aveva contestato le accuse sui collegamenti satellitari e richiamato l’assistenza ancora fornita all’Ucraina. Ma, incalzato più volte sul fatto che Kiev restasse un alleato degli Stati Uniti, non aveva risposto direttamente. 

    Anche le sanzioni entrano nella trattativa. Rubio ha indicato un periodo fino a sessanta giorni per valutare gli effetti delle nuove misure su economia americana e mercati globali. Il segretario all’Energia Chris Wright presenta invece l’accordo sul diesel come un incentivo rivolto a Mosca per ridurre il conflitto. Le misure riguardano singole restrizioni e lasciano in vigore il resto delle sanzioni.

    Mosca accoglie favorevolmente l’apertura americana. Secondo la TASS, Kirill Dmitriev sostiene le accuse di Trump a Zelensky e considera la comprensione delle ragioni che prolungano il conflitto un passo verso la pace. Il dialogo economico offre alla Russia uno spazio nel quale portare anche le proprie richieste politiche. Lavrov formula il giudizio più netto. Ieri, a Manama, ha accusato Zelensky di ostacolare i negoziati.Secondo il quotidiano russo Vedomosti, Lavrov sostiene che Zelensky tema di perdere il potere se accettasse un accordo condiviso da Mosca e Washington.

    La prospettiva del trilaterale si inserisce in questo percorso. Il quotidiano Fontanka ricorda che Putin e il consigliere Jurij Ušakov avevano già parlato di questo. Shenzhen offrirebbe ora una cornice nella quale Pechino potrebbe assumere un ruolo centrale. Riguardo alla disponibilità cinese, la riunione non risulta ancora confermata ufficialmente da Pechino.

    Il paragone con una “nuova Jalta”, riportato dal quotidiano indipendente The Moscow Times sulla base degli interlocutori del quotidiano statunitense WSJ, evoca una decisione delle grandi potenze sul destino altrui, ma anticipa un esito ancora sconosciuto. Un incontro può aprire una trattativa; la sua composizione, da sola, non ne rivela i termini né garantisce che possano essere attuati.

    Nel frattempo, la guerra continua a consumare infrastrutture e margini di fiducia. Il presidente ucraino Vladimir Zelensky denuncia settantasei attacchi russi al settore energetico, petrolifero e del gas in una settimana, ma né Mosca né Kiev avevano confermato la tregua energetica annunciata da Trump. Anche la parola tregua, senza condizioni condivise, resta esposta alle interpretazioni dei contendenti.

    I contatti, però, non si sono fermati. Domenica Zelensky ha parlato con Steve Witkoff e Jared Kushner, discutendo una possibile riunione successiva, riferisce Axios. Mentre il confronto pubblico si irrigidisce, il canale con gli inviati americani rimane aperto.

    A Shenzhen manca ancora un appuntamento confermato. Prima di arrivarci, Mosca, Washington e Pechino dovranno decidere che cosa intendono mettere sul tavolo. E qualunque intesa dovrà poi trovare riscontro nelle decisioni di chi combatte: quali attacchi fermare, quali obblighi assumere, chi ne controllerà il rispetto. La distanza tra una proposta di vertice e la fine della guerra si misura lì, negli impegni che ciascuna parte sarà disposta a mantenere.

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