Da giorni le strade di Tirana sono teatro di scontri tra polizia e manifestanti tra i più gravi degli ultimi anni. Le prime schermaglie si sono registrate martedì scorso, 13 ottobre, per assumere nei giorni successivi i connotati di una vera e propria guerriglia urbana.
Le proteste
A scendere in piazza, questa volta, sono stati gli studenti, intervenuti inizialmente a sostegno di una manifestazione organizzata nell’ambito della cosiddetta “Rivoluzione dei Fenicotteri”. Le proteste, avviate per esprimere il malcontento riguardo alle condizioni universitarie e al costo della vita (specie per gli studenti fuori sede), si sono velocemente tramutate in un generico attacco al governo in carica e, in particolare, al suo primo ministro Edi Rama.
Al grido di “Rama dimettiti” o “Rama in prigione”, le frange più violente dei manifestanti si sono rese protagoniste del lancio di pietre e bombe molotov, oltre che di svariati atti vandalici ai danni di negozi e attività commerciali. A finire nel mirino, i principali simboli del potere costituito: il primo piano del Ministero dell’Istruzione è stato dato alle fiamme, mentre sono stati anche attaccati l’ufficio del Primo Ministro, il Parlamento, la Corte costituzionale e le sedi di vari ministeri. In fiamme pure l’istituto di studi post-laurea del Collegio d’Europa.
Uguale e contraria la reazione delle forze dell’ordine, che hanno fatto ampio uso di lacrimogeni e cannoni d’acqua, col risultato che – dopo tre giorni di veri e propri combattimenti – si contavano quasi un centinaio di feriti da ambo le parti e diverse decine di arresti. Nella giornata di giovedì 15 ottobre, i moti si sono estesi anche a Durazzo e Scutari, con il coinvolgimento di giovanissimi e, secondo quanto riportato dalla polizia, di minorenni. Ulteriori scontri si sono registrati nella capitale domenica 18, con scontri davanti alle sedi del Partito Socialista e del Partito Democratico (PD), mentre una stazione della polizia è stata data alle fiamme.
La denuncia dei giornalisti
Com’è ovvio, la copertura mediatica della vicenda è massima, specie da parte degli organi di informazione locali. Ed è proprio dall’Associazione dei giornalisti albanesi (AGSH) che arriva l’accusa di atti di intimidazione e ostruzionismo subiti da diversi operatori del settore da parte della polizia.
Sarebbero almeno cinque i giornalisti rimasti feriti nel primo giorno degli scontri, tre dei quali costretti a ricorrere alle cure mediche in ospedale; Alice Taylor, reporter di Euronews Albania, ha denunciato l’immotivato sequestro del proprio telefono mentre era intenta a fotografare gli avvenimenti. Fatti che hanno spinto diverse organizzazioni per la libertà di stampa – tra cui il Safe Journalists Network – a firmare una lettera aperta con la quale si chiede di rispettare il diritto di cronaca e di garantire la protezione dei giornalisti nel Paese.
Le reazioni politiche: le “mani straniere” di Rama e i “leoni” di Berisha
A esprimere preoccupazione per la deriva delle proteste è stato, per primo, il presidente albanese Bajram Begaj, che ha invitato tutti a una “maggiore responsabilità”, oltre che al rispetto dei limiti costituzionali, dichiarandosi inoltre “a disposizione per ascoltare tutte le preoccupazioni”.
Molto meno accomodanti e istituzionali le reazioni del governo. Già al termine della prima giornata di disordini, il ministro degli Interni Ervin Dema aveva accusato esplicitamente l’opposizione – e non meglio precisati “attori stranieri” – di aver incitato la sommossa e di aver armato la mano dei violenti.
Sulla stessa lunghezza d’onda il premier Rama, che ha parlato di “mani diverse” dietro gli scontri: “mani che cercano di trascinare l’Albania verso il basso ogni volta che tenta di elevarsi”. Nessuna indicazione circa questa presunta ingerenza esterna è stata naturalmente fornita, ma che l’opposizione stia cercando di cavalcare l’onda è indubbio. Il suo leader, Sali Berisha, ha invitato gli studenti delle scuole superiori e delle università di tutto il Paese – appellati come “leoni” – a boicottare le lezioni in segno di solidarietà con la protesta studentesca, arrivando a definirla “rivolta di liberazione per l’Albania” e auspicando che altre categorie sociali (professori, medici, imprenditori) si uniscano ad essa. Il tutto accompagnato dalle rituali richieste di dimissioni di Rama.
Le prospettive
A dimettersi, Rama non ci pensa proprio. Ma le dichiarazioni e le controdichiarazioni dei due leader fanno parte del solito frusto teatrino cui la politica albanese ci ha abituato da anni. Peraltro, l’allontanamento dei rappresentanti del PD dalle manifestazioni preteso dagli studenti (un loro deputato ha dovuto tuffarsi nel fiuma Lana per sfuggire all’aggressione, per esempio), e il fatto che lo stesso Berisha sia stato da loro definito con epiteti del tutto simili a quelli riservati a Rama testimoniano che chi protesta non ha troppa voglia di farsi etichettare. Almeno per ora.
La violenta guerriglia di questi giorni sottende, naturalmente, una profonda inquietudine sociale e un malcontento diffuso in gran parte del Paese. Come effetto collaterale va però notato che, se non fosse per il nome esplicitamente evocativo, nessuno si ricorderebbe più delle ragioni per le quali la “rivoluzione dei fenicotteri” è iniziata.
Sono proprio i fenicotteri, dunque, le prime vittime della piega che ha preso la vicenda: delle istanze ambientaliste da cui tutto si è originato non sembra esserci più traccia, al punto che il premier Rama non solo non arretra sul tema, ma rilancia.
Peraltro, mentre la protesta in atto da mesi in Serbia ha saputo darsi un’espressione politica riconoscibile ed effettivamente trasversale al variegato contesto partitico, la rivoluzione dei fenicotteri e le sue derivazioni non sono al momento riuscite a far maturare alcun frutto. Nulla che possa davvero coordinare e dare una prospettiva all’iniziativa, col rischio quindi di arenarsi nella sterilità della violenza fine a sé stessa. O, nella migliore delle ipotesi, di cadere nella rete della strumentalizzazione ordita dai soliti volponi della politica o dai professionisti della contrapposizione a priori.
Il paradosso di questa situazione – e della sua deriva a colpi di molotov – potrebbe essere proprio quello di rafforzare Rama e il suo governo: sono loro che possono ora rappresentarsi come i soli custodi dell’ordine costituito e i difensori del dorato percorso verso il radioso futuro nell’UE; percorso che “mani nere” – dentro e fuori dal Paese – vorrebbero ostacolare per proprio tornaconto. E’ un gioco che per ora sembra funzionare, ma è anche un gioco che rischia di avere il fiato corto, anche perche i manifestanti non sembrano disposti a fermarsi, e il rischio di ulteriore escalation è dietro l’angolo.
Foto: Corriere del Ticino
