Secondo le analisi della Carnegie Endowment for International Peace –  centro di studi strategici e analisi indipendenti fondato nel 1910, con uffici in tutto il mondo – nel suo monitoraggio globale delle proteste antigovernative, ha certificato la mobilitazione di giovani e non solo in almeno 57 Paesi del mondo solo negli ultimi dodici mesi [1], che hanno generato crisi che estremamente complesse data la diversità delle motivazioni, come ad esempio aspettative economiche deluse, sfiducia nelle istituzioni, ingiustizie sociali, corruzione, clientelismo, rivendicazioni su diritti di donne e minoranze.

    Solo per focalizzarci sul Continente europeo, basta ricordare le proteste che stanno attraversando l’Europa occidentale, dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Italia fino all’Albania, all’estremo lembo dei confini meridionali dell’Europa. La caratteristica di queste contestazioni, che almeno in questo aspetto le accomuna, è data dalla presenza quasi esclusiva di giovani e giovanissimi e dal ricorso in alcune manifestazioni alla violenza. Esaurisco molto velocemente i commenti su quest’ultimo aspetto che, come era prevedibile attendersi, ha focalizzato quasi esclusivamente l’attenzione delle forze politiche dei governi e degli osservatori, più propensi a «curare» il male che a prevenirlo. Vorrei osservare infatti che in qualunque epoca storica lo slancio al cambiamento è partito dai giovani – maggiorenni e minorenni – e che il ricorso alla forza – anche non necessaria o priva di una sua legittimità – è stata comunque utilizzata. Non sono quello che si dice un «cattivo maestro», ma dovremmo tutti evitare di nascondere la testa sotto il tappeto dei luoghi comuni ricorrenti.

    Vediamo cosa sta accadendo in Albania. Alla fine del maggio scorso che le strade di Tirana e non solo, sono animate da proteste contro il progetto di edificare un resort di lusso che dovrebbe sorgere sull’isola di Sazan, o Sàseno finché è stata sotto le mire strategiche anche dell’Italia, e visibile ad occhio nudo dalle coste di Otranto. L’idea di costruire un mega residence da 10.000 posti letto sulla piccola isola deserta, per un totale di circa 4 miliardi di dollari di investimenti, è farina del sacco di Jared Kushner, genero di Donald Trump, ma come riportato da Noah Kirsch su Nationalgeographic.it «Nel 2010, il governo albanese ha istituito il Parco nazionale Marino di Karaburun- Sàseno, che comprende Sàseno e ospita circa 300 tipi di piante e 40 specie di uccelli, come il rondone alpino e il gufo reale, una delle specie di gufi più grandi. Nel corso del tempo, il Parco nazionale è diventato anche un rifugio per le foche monache del Mediterraneo in via di estinzione, le tartarughe marine che vi nidificano e centinaia di fenicotteri» [2]. Facile immaginare le proteste degli albanesi, contrari a deturpare quel piccolo paradiso terrestre, tant’è che proprio i giovani – assumendo come simbolo della contestazione il fenicottero rosa che popola l’isola – hanno guidato le manifestazioni contro gli accordi presi dal Primo ministro Edi Rama, più che favorevole a sviluppare quel progetto di urbanizzazione.

    Come quasi sempre accade, gli obiettivi della protesta si sono rapidamente moltiplicati.

    I cittadini non lamentavano solo il mancato rispetto degli standard ambientali, ma avvertivano che era giunto il momento di forzare la mano e chiedere le dimissioni del Primo ministro, accusato di svendere le proprietà del Paese e di eroderne gli standard democratici. Quindi l’insoddisfazione per la scarsa trasparenza e le corruttele di governo montavano da tempo e ad evidenziarlo è Giorgio Fruscione, ricercatore specializzato dell’area balcanica, che sul sito  ispionline.it  ricostruisce la carriera del leader albanese «In carica dal 2013, Edi Rama ha ottenuto il suo quarto mandato da premier a maggio 2025, dopo le ennesime elezioni caratterizzate da una polarizzazione totale tra il suo Partito socialista e l’opposizione del Partito democratico. In questi tredici anni, le proteste contro Rama sono state regolari, portate avanti per lo più dall’opposizione, il cui leader Sali Berisha, già presidente e premier, ha trascorso il 2024 ai domiciliari con l’accusa di corruzione. Un’accusa che aveva recentemente colpito anche il governo Rama» [3]. Poco spazio quindi alla meraviglia, dato che l’Albania è uno dei Paesi europei dove la corruzione è più diffusa, tanto da rallentare il processo di adesione all’Unione Europea, che il governo albanese spera di completare entro il 2027.

    Ma il premier albanese Edi Rama ha sempre rigettato ogni accusa di favorire il genero di Trump tanto da rilasciare proprio a giugno scorso, nel periodo di maggiore contestazione, una intervista al Financial Time  sprezzante e volgare che suona così «La gente dice che sono io il capo di tutta questa faccenda. Io rispondo: “Andate a fanculo”. È semplice. Non spetta a me dimostrare che non sono il Padrino, spetta a loro dimostrare che sono il Padrino» [4]. Se quindi le proteste legate al sicuro scempio dell’isola di Sazan sono state le classiche gocce che hanno fatto traboccare il vaso, dopo una tregua nell’estate, proprio nel mese di ottobre con la riapertura delle università e, con lo sguardo rivolto Oltralpe, dove i liceali francesi stavano già riempiendo le piazze, i giovani sono tornati nelle strade di Tirana, frustrati, arrabbiati, perché il governo continuava a non ascoltarli. Così martedì 13 ottobre oltre duemila giovani albanesi hanno boicottato le lezioni per ritrovarsi davanti al ministero dell’Istruzione, reclamando minori tasse universitarie, sostegni economici, e prospettive occupazionali considerate insufficienti dopo la laurea. E trovo altamente simbolico il gesto dei manifestanti che hanno dato fuoco a una valigia e l’hanno lanciata nel cortile del ministero dell’Istruzione, per denunciare quella che definiscono un tentativo del governo di costringerli a lasciare il Paese. La cosiddetta Generazione Z, quella cioè dei nativi digitali, cresciuti con smartphone, internet e social media, ha finito con il partecipare anche agli scontri con la polizia di domenica scorsa e questa rinnovata voglia di cambiamento crea un clima di crescente imprevedibilità. Lo segnala Helena Smith sul sito theguardian.com  riportando parte del colloquio avuto con Afrim Krasniqi, direttore dell’Istituto albanese di Studi politici di Tirana, il quale afferma: « I giovani albanesi sono stanchi di tutta la corruzione, stanchi di tutta l’arroganza. Vogliono vivere in un paese migliore e non hanno paura di usare la violenza. Non ci sono previsioni. Nessuno può dire cosa succederà dopo»[5].

    La risposta del Primo ministro Rama non si è fatta attendere e, come capita negli stati autoritari, ha postoagli albanesi una domanda sibillina: «Come possono gli studenti essere coinvolti in tutto questo? Questo non ha nulla a che fare con gli studenti. Queste fiamme non sono fiamme studentesche» [6], aprendosi la strada per poter convincere la popolazione che i manifestanti mascherati e le provocazioni in genere, sono il manifesto tentativo di destabilizzare il Paese. Insomma, il solito canovaccio usato dai governi sovranisti o a forte identità autoritaria; la colpa è sempre degli altri. Infatti, quanto alle presunte interferenze straniere, come riporta la Redazione Mondo de’ l’Espresso. «Rama ha puntato il dito anche contro Aleksandr Dugin, ideologo russo vicino al Cremlino, che ha espresso sostegno alle proteste. “Non è una coincidenza che l’ideologo di Putin saluti chi si oppone all’ordine democratico europeo”, ha detto Rama, sostenendo che migliaia di profili falsi sarebbero stati attivati per alimentare le tensioni e chiamando in causa anche l’Iran. Un quadro che, secondo il governo di Tirana, indicherebbe una regia internazionale dietro i disordini» [7].
    Mi sembra evidente il richiamo del primo ministro Rama a quella teoria che, anche se cautamente, è stata abbracciata dai leader dei Paesi dell’Europa continentale che va sotto il nome di «guerra ibrida» condotta da Paesi stranieri, in primis la Russia, con operazioni di disinformazione. Le minacce ibride esistono e sono state provate, ed effettivamente uno Stato può usare la disinformazione per alimentare tensioni in un altro Paese. Ma la capacità dei social di amplificare le violenze, credo, non sia sufficiente a dimostrare l’esistenza di una regia straniera. Parlare di intrighi o di complotti è probabilmente più facile e politicamente più redditizio che affrontare, anche se con ritardo, il problema dei giovani. Forse il non riuscire a vedere un futuro personale e o collettivo li ha portati a non considerare, partecipando a moti di violenza, di quanto potesse essere pesante la risposta fatta di denunce, di ferite fisiche e morali, di carcere.
    Bisognerebbe ammettere la sconfitta delle politiche sociali, economiche, culturali, giovanili, da parte degli Stati europei dato che quanto è accaduto e sta accadendo ci permette di rispolverare il vecchio detto «non li hanno visti arrivare» semplicemente perché quei giovani non li hanno addirittura pensati neanche dietro l’orizzonte.

    E per ritornare alle vicende albanesi, illuminante mi sembra l’articolo di Shendi Veli su il manifesto.it  dove raccoglie le dichiarazioni di Marjana Koçeku, unica deputata del Partito socialista ad aver abbandonato il gruppo di maggioranza dichiarandosi indipendente dopo la rivoluzione dei fenicotteri, che afferma:«I parlamentari della maggioranza pubblicamente sono allineati alla linea ufficiale, cioè che i manifestanti sarebbero diretti dal nemico esterno. Questo perché c’è una frattura profonda tra la classe politica e il popolo albanese. Lavorano all’integrazione europea solo su un fronte burocratico ma non sanno più leggere le esigenze della società albanese, né tantomeno queste proteste» [8]. Questo la dice lunga sul fatto che, non solo in Albania, nessun partito politico riuscirebbe ad incanalare le proteste perché quei giovani rifiutano di avere leader; hanno un obiettivo, forse confuso, forse solo fine a se stesso, ma mi sembra chiaro che finché non lo raggiungeranno andranno avanti.
    Ed infatti le strade albanesi continuano a riempirsi di manifestanti, come scrive su domani.it  il reporter Paolo Di Falco che ha raccolto le dichiarazioni di una di loro durante gli ultimi scontri «Non ci sarà un’altra occasione, un altro momento come questo. Continuerò a scendere in strada qualunque cosa accada, per quanto possa sanguinare, per quanto possa soffrire» [9].
    Stefano Ferrarese

    [1] https://carnegieendowment.org/features/global-protest-tracker?intcmp=skytg24_schede_interlink_text, 9 settembre 2026

    [2] Noah Kirsch, https://www.nationalgeographic.it/storia-di-saseno-isola-albanese-contesa-da-millenni-nel-mediterraneo, 15 giugno 2026

    [3] Giorgio Fruscione, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lalbania-non-e-in-vendita-cosa-ce-dietro-la-protesta-che-scuote-tirana-239258, 11 giugno 2026

    [4] https://www.ft.com/content/3cb689e3-8c00-486a-bd21-ffc9349ddbf8?syn-25a6b1a6=1, 23 giugno 2026

    [5] Helena Smith, https://www.theguardian.com/world/2026/oct/15/albania-prime-minister-edi-rama-vows-not-to-resign-student-led-protests, 15 ottobre 2026

    [6] https://albaniandailynews.com/news/edi-rama-claims-foreign-hands-are-behind-massive-student-protests-in-albania, 16 ottobre 2026

    [7] https://lespresso.it/c/mondo/2026/10/19/proteste-albania-scontri-rama-dimissioni-russia-iran-video/65366, 20 ottobre 2026

    [8] Shendi Veli, https://ilmanifesto.it/rama-non-arretra-le-proteste-neanche-dopo-tirana-le-altre, 18 ottobre 2026

    [9] Paolo Di Falco, https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/albania-studenti-proteste-manifestazione-edi-rama-repressione-polizia-du8my9f1, 16 ottobre 2026

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