In Finlandia si è verificato uno dei casi di maggiore arroganza che il potere dei giganti delle tecnologie, in preda alla corsa all’Intelligenza Artificiale (IA) e alla costruzione dei data center necessari a farla funzionare, esprime in questi ultimi anni. Tra gli oltre 140 centri dati, tra progettazione e vari stadi di costruzione, nel nord della Finlandia c’è quello di Muhos dove «dietro una recinzione di filo spinato si cela un’immensa ferita aperta nella terra. Prima dell’arrivo di Google, qualche mese fa, si stimava che circa un quarto di milione di alberi popolasse i 330 ettari di foresta vicino alla cittadina […]. Ora sono tutti scomparsi. Dopo che la società tecnologica ha illegalmente disboscato l’intera area per costruire un data center, asportando persino lo strato superficiale del terreno, tutto ciò che rimane è una vasta distesa di fango solcata dalle tracce dei macchinari, pozzanghere e cumuli di terra, radici e rami. I residenti affermano che l’acqua marrone che scorre dal sito confluisce in un ruscello che alimenta il fiume Oulujoki». Questo è l’inizio del racconto, corredato di immagini,  di Miranda Bryant per The Guardian nel suo reportage. Google, proprietaria del terreno, attraverso il suo responsabile per il paese scandinavo, Antti Järvinen, si è scusata e con la precisazione che ci si è mossi «sulla base della migliore interpretazione che avevamo della legislazione all’epoca» [1]. Il caso ha allarmato l’opinione pubblica e probabilmente entrerà nei dibattiti delle elezioni politiche del prossimo aprile visto che il governo di Helsinki ha considerato una grande opportunità, sostenendola, la costruzione di nuovi data center.

    La costruzione di questi ultimi [2] – enormi edifici climatizzati e inzeppati di migliaia di server e altre attrezzature per far funzionare internet e l’intelligenza artificiale (IA) – è diventata un’altra questione rilevante per le associazioni ambientaliste e per le comunità locali. Spesso si pensa all’intelligenza artificiale come qualcosa di etereo, che risiede nelle nuvole, che si materializza da calcoli sofisticati ma non è niente di tutto ciò perché per esistere e funzionare ha bisogno di terreni, materiali rari, acqua, cavi cemento… I centri dati presentano molte criticità per non essere avversati e, come vedremo, anche essere strumento di battaglia politica. I data center vanno costruiti e così spesso finiscono per consumare suolo e aree verdi (parliamo di ettari) contribuendo a limitare ulteriormente la biodiversità; consumano dosi massicce di energia per alimentare i server ma anche per tenere funzionanti i sistemi di raffreddamento e questa energia impatta sulla rete elettrica e di conseguenza sulle bollette; usano molta acqua (quelli di più nuova costruzione usano sistemi meno impattanti) sempre per consentire il raffreddamento degli ambienti e delle macchine e per farlo diminuiscono le riserve idriche, quando non inquinano lr falde acquifere; poi si aggiungono inquinamento acustico e emanazione di calore che aumenta la temperatura nei dintorni. E poi che ne torna alle comunità locali? Poco, molto poco in cambio di danni che in alcuni casi vengono anche favoriti da agevolazioni che le multinazionali della tecnologia ottengono dalle autorità.

    Con queste premesse è facile attendersi ostilità e contestazioni da parte dei cittadini che non vengono nemmeno coinvolti.
    Come accennavamo la questione delle costruzioni dei centri dati sta assumendo delle dimensioni politiche di principale rilevanza. Accade negli Stati Uniti, sede di buona parte dei giganti delle tecnologie, dove anche alcune battaglie politiche, in vista delle elezioni di midterm, si sono combattute e si stanno combattendo anche intorno ai data center. Le proteste delle comunità locali sono riuscite a bloccare circa 64 miliardi di dollari di investimenti per queste mega strutture.
    L’attivista per la giustizia ambientale di Detroit, in Michigan, dopo aver posto come centrale la questione dei data center ha vinto le primarie per la Camera dei rappresentanti statale. Socialisti e progressisti – Will Lawrence e Donavan McKinney – sulle stesse posizioni hanno vinto le primarie per il Congresso. Abdul El-Sayed potrebbe essere il primo Senatore musulmano della storia e anche lui ha nel programma la questione data center. «A Denver, la socialista democratica Melat Kiros ha vinto le sue primarie per il Congresso a giugno, proponendo anche lei una moratoria sui data center. E sebbene Francesca Hong non abbia prevalso alle primarie per la carica di governatore in Wisconsin, la questione dei data center ha certamente contribuito a renderla una forte contendente in quella che si è rivelata una sconfitta di misura» [3].

    In Italia sono circa 250 data center, di cui 190 operativi, 20 in costruzione e oltre 30 pianificati. La direzione sembra quella di continuare in direzione delle crescita che secondo le proiezioni, entro il 2035, il loro consumo energetico dovrebbe attestarsi una quota compresa tra il 7% e il 13% del consumo elettrico nazionale. Quasi la metà sono in Lombardia con una grande concentrazione nella città metropolitana di Milano, dove i casi dei data center di Rho e Peschiera Borromeo hanno generato proteste e petizioni per uno stop. Proprio a Milano, lo scorso 10 ottobre in piazza della Scala, c’è stata la prima manifestazione nazionale della Rete Stop Data Center a cui aderiscono molti comitati locali che chiedono una moratoria nelle costruzioni e in attesa di un piano nazionale al momento assente.
    Pasquale Esposito

    [1] Miranda Bryant, The Guardian, ‘Pure arrogance’: anger in Finland as Google illegally fells 250,000 trees for datacentre, 22 ottobre 2026

    [2] Secondo Datacentermap nel mondo ci sono oltre 12.000 data center e di questi più di 4.000 negli Stati Uniti e circa 3.500 in Europa.
    [3] Liza Featherstone, Jacobin Italia, Cresce l’opposizione ai data center, 10 Settembre 2026

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