di Andrea Walton
Le elezioni parlamentari anticipate, che si svolgeranno in Serbia il prossimo 25 ottobre, rappresentano uno snodo significativo per il futuro della nazione balcanica. Il capo di Stato Aleksandar Vucic, figura dominante della politica serba da oltre un decennio, ha indetto le consultazioni lo scorso settembre annunciando, contemporaneamente, le dimissioni dall’incarico che ricopre e l’intenzione di diventare Primo Ministro qualora il Partito Progressista Serbo (Sns), di cui è membro, si imponga alle urne. Vucic occupa un ruolo apicale nella politica serba sin dal 2014, quando venne nominato alla guida dell’esecutivo del Paese mentre in seguito è stato per due volte consecutive capo di Stato. Negli ultimi due anni la sua amministrazione ha dovuto fronteggiare una serie di dimostrazioni, con una forte partecipazione di studenti, che hanno contestato l’operato dell’esecutivo accusandolo di malgoverno e che sono state represse dalle forze dell’ordine. Le dimissioni di Vucic implicano che, nel corso dei prossimi mesi, si terranno anche le elezioni presidenziali che potranno rafforzare o sconfessare l’esito delle parlamentari.
L’esacerbarsi della situazione interna e delle contestazioni hanno spinto Vucic a cercare una nuova conferma dal voto popolare ma i sondaggi più recenti evidenziano un quadro incerto. L’Sns ed i suoi alleati sono stimati tra il 41,7 ed il 48,6 per cento dei consensi mentre la Lista degli Studenti, un movimento civico riformista ed anti-corruzione nato in seguito alle proteste, potrebbe ottenere tra il 37,1 ed il 44,4 per cento dei voti. Gli altri partiti sembrano destinati a giocare un ruolo di secondo piano come nel caso della Piattaforma Europea, una coalizione europeista dell’opposizione, che non dovrebbe raggiungere il 5 per cento dei voti. La popolarità del movimento studentesco, che è privo di un leader riconosciuto e che adotta le decisioni con una serie di votazioni democratiche condotte da organismi interni, è cresciuta nel corso degli ultimi due anni fino a mettere in discussione una netta affermazione dell’amministrazione uscente. Il rischio, però, è quello di un esito elettorale incerto, con nessuna coalizione in grado di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi ed un progressivo peggioramento della contrapposizione. Gli osservatori esterni, come l’organizzazione non governativa Freedom House, hanno chiarito come si sia registrata una progressiva erosione le libertà civili e politiche nel corso degli ultimi dieci anni e la correttezza delle operazioni di voto sarà dunque fondamentale per garantire legittimità al nuovo esecutivo.
L’esito delle consultazioni sarà rilevante per la politica estera della Serbia, impegnata da anni nelle trattative di adesione all’Unione Europea. I rapporti con Bruxelles sono stati guastati, a più riprese, da visioni contrapposte tra le parti ed il rallentamento del processo di adesione, che riguarda tutta la regione balcanica, rischia di tramutarsi in euroscetticismo. L’Unione Europea si è a lungo spesa per la normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo ma Le due parti sono, però, ancora lontane da un’effettiva normalizzazione delle relazioni diplomatiche e le vittorie dei partiti nazionalisti tanto in Serbia quanto in Kosovo hanno radicalizzato le reciproche posizioni. I complessi equilibri dei Balcani Occidentali, segnati da conflitti sanguinosi durante gli anni Novanta, continuano a rendere la regione instabile.
L’Unione Europea è il principale partner commerciale della Serbia ed il maggiore investitore nella nazione balcanica. Le relazioni economiche sono favorite dalla contiguità geografica ma i disaccordi politici potrebbero incrinarle. Le preoccupazioni sulla precaria indipendenza del sistema giudiziario serbo hanno spinto Bruxelles a cancellare alcuni finanziamenti alla nazione balcanica previsti dal Piano di Crescita per i Balcani Occidentali. Otto Stati membri dell’Unione Europea si sarebbero inoltre opposti, secondo quanto riportato da Euronews, all’apertura di una nuova serie di negoziati con Belgrado bloccando, di fatto, la prosecuzione delle trattative di adesione che richiedono l’unanimità tra gli Stati membri per poter proseguire.
