A oltre trent’anni di distanza, le guerre jugoslave vengono spesso ricordate attraverso i numerosi crimini commessi (tra gli altri) dalle forze serbo-bosniache. Eppure, esiste un’altra memoria serba: quella di coloro che si opposero alle derive violente del nazionalismo serbo, scegliendo di difendere i più deboli anche a costo di mettere a rischio la propria vita. Le loro vicende meritano di essere ricordate oggi più che mai, mentre abbiamo ancora negli occhi le immagini dei funerali di Stato per Ratko Mladić a Belgrado.
Parlare della guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-95) significa inevitabilmente tornare a Srebrenica, al lungo assedio di Sarajevo, alle colonne di civili in fuga colpiti dalle truppe serbo-bosniache, e al lampante fallimento delle Nazioni Unite.
Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, con oltre 80 condanne definitive, consegnò alla giustizia internazionale militari, generali, comandanti di polizia e persino capi di Stato delle parti in conflitto.Circa il 70% dei condannati era di etnia serba, mentre il 20% croata.
L’ex comandante dell’esercito della Repubblica Srpska, Ratko Mladić, fu condannato all’ergastolo dal Tribunale proprio per crimini di guerra e genocidio nel 2017. Da Zvornik a Višegrad, la sua morte ha messo in mostra la sua consacrazione a eroe nazionale nella Serbia moderna, generando una diffusa indignazione nel resto della regione (e non solo). È naturale che tali discussioni emergano nel dibattito pubblico. La memoria storica non va cancellata, ma custodita e alimentata.
Eppure, proprio l’orrore di quegli anni rischia di oscurare un’altra faccia della storia: quella di un popolo che non fu soltanto spettatore, complice o artefice della violenza. Tra i serbi ci furono donne e uomini che si opposero ai crimini commessi in nome di una ‘Grande Serbia’, talvolta pagando con la vita. Ripercorreremo qui sei delle loro vicende. Vite meno raccontate, ma non per questo meno importanti. E che meritano di (ri)trovare spazio a distanza di anni.
Srđan Aleksić, il giusto di Trebinje
Nato a Trebinje in Erzegovina, a qualche chilometro dalla Dalmazia croata, Srđan Aleksić coltivò in giovinezza una grande passione per il nuoto e il cinema, tanto da ricevere diversi premi come attore dilettante. Con lo scoppio della guerra, “Srđo” fu chiamato a prestare servizio nell’esercito serbo-bosniaco.
Nel 1993 assistette ad un episodio di molestie e soprusi da parte di altri soldati serbo-bosniaci verso un suo vicino di casa bosgnacco, Alen. Intervenuto in difesa dell’amico, Srđo attirò su di sé la furia dei soldati, i quali si riversarono su di lui e lo picchiarono a morte con i calci dei fucili.
Alen, che all’epoca riuscì a fuggire senza riportare gravi ferite, oggi vive in Svezia ed ogni anno torna a Trebinje per visitare la famiglia chi intervenne a sua difesa. Sulla sua storia, Srdan Golubović ha girato il film Krugovi (2013).
Nataša Kandić, il coraggio della verità
Classe 1946, Nataša Kandić è una attivista serba impegnata nella difesa dei diritti umani e nella promozione della giustizia per i crimini commessi durante le guerre jugoslave, fondatrice dell’Humanitarian Law Centre, premiata organizzazione che ha investigato, raccolto e trasmesso al tribunale dell’Aja varie prove sui crimini di guerra commessi durante il conflitto.
Tra questi, Kandić è riuscita a recuperare una copia del video degli “Scorpioni”, in cui l’unità paramilitare serba uccide sommariamente sei prigionieri bosgnacchi, presentato al processo Milošević. Spezzoni del video vennero poi trasmessi alla tv serba, in un momento della verità per il paese, che fino allora si era considerato estraneo all’aggressione alla Bosnia.
Ad oggi, Nataša continua a criticare duramente il silenzio del governo di Belgrado rispetto alle responsabilità politiche della Serbia; una reticenza che – secondo lei – costituisce un ostacolo al processo di riconciliazione nei Balcani. Per le sue posizioni, è divenuta una figura scomoda in Serbia, dove è esposta alle minacce dei movimenti estremisti.
Lazar Manojlović, un preside contro la pulizia etnica
Nato presso Bijeljina, nel nord-est della Bosnia, Lazar Manojlović era dirigente della scuola elementare “Radojka Lakić”. Coraggiosamente, Lazar si oppose coraggiosamente alla pulizia etnica attuata dalle autorità serbo-bosniache, rifiutandosi di sottostare alle loro imposizioni: ammettere nella sua scuola soltanto studenti serbi e consegnare loro un elenco degli alunni appartenenti alle altre comunità.
Di fronte alle telecamere di una emittente straniera, divenne celebre la sua dichiarazione di voler riconoscere nella sua scuola soltanto due nazionalità: la nazione degli “studenti” e quella degli “insegnanti”. Inoltre, mettendo a repentaglio la sua vita, in altre occasioni riuscì a mettere in salvo diversi bosgnacchi dal campo di concentramento di Batković.
Latinka Perović, la prima voce critica sul genocidio di Srebrenica
Classe 1933, nel dopoguerra la storica Latinka Perović scalò i ranghi della Lega dei comunisti serbi, fino a raggiungere la carica di segretaria del Comitato centrale. In questo ruolo, Perović sostenne, in aperta controtendenza, la decentralizzazione istituzionale della Jugoslavia. Per questo, fu prima messa ai margini del Comitato da parte della nomenklatura jugoslava e infine rimossa da ogni incarico politico di alto livello.
Non datasi per vinta, Perović si rivolse al mondo accademico, dedicandosi allo studio critico tanto della retorica bellicista di Milošević quanto dei successivi tentativi di revisionismo storico in Serbia in relazione alle guerre nell’ex Jugoslavia.
Secondo Perović, infatti, fare i conti con le responsabilità storico-politiche del proprio Paese rappresentava la conditio sine qua non per avviare un autentico processo di riconciliazione regionale, fondato sul dialogo interetnico. Fu inoltre tra le prime voci in Serbia a parlare apertamente dei crimini di Srebrenica come di un “genocidio”. Relegata per anni ai margini del panorama politico serbo per le sue posizioni, Perović è morta a Belgrado nel 2022.
Đoko Stevanović, dare la vita per i propri amici
Rappresentante del Partito Democratico Serbo a Brčko, nel nord della Bosnia, durante la guerra Đoko Stevanović si battè per garantire la sicurezza di numerosi civili e promuovere relazioni pacifiche tra le comunità serba, croata e bosgnacca.
A Brčko, il segretario locale del Partito d’Azione Democratica era Smail Ribić, bosgnacco e buon amico di Đoko. Dopo l’occupazione della città da parte delle milizie serbo-bosniache nella primavera del 1992, la famiglia di Smail era riuscita a fuggire in Germania. Deciso a raggiungerla, Smail chiese aiuto a Đoko, il quale accettò di accompagnarlo al confine. Tuttavia, durante il tragitto, la polizia serbo-bosniaca li fermò entrambi.
Secondo una testimonianza raccolta anni dopo, Smail venne arrestato immediatamente, mentre a Đoko (in quanto serbo-bosniaco) venne offerta la possibilità di andare via. Đoko non volle abbandonare l’amico, e venne arrestato. Entrambi trasferiti nel campo di concentramento di Luka, i due furono picchiati a lungo e poi uccisi sommariamente dalle forze serbo-bosniache. I loro corpi, infine, vennero gettati in una fossa comune; furono ritrovati soltanto dopo la fine della guerra.
—
Ricordare queste storie – solo alcune tra le tante dei “giusti” degli anni ’90, raccolte da organizzazioni come Gariwo, e citate nel libro di Svetlana Broz, “I giusti al tempo del male” – non significa ridimensionare le responsabilità per i crimini commessi, né ignorare la dimensione collettiva di una società che non riesce a (o non vuole) fare i conti con il proprio passato. Significa altresì riconoscere che, anche in relazione ad un conflitto alimentato dall’odio etnico-religioso, ci fu chi scelse di non piegarsi alla sua logica. E che, mentre a qualche centinaio di chilometri dal nostro paese si dedicano funerali di stato ad un criminale di guerra, il coraggio di queste persone merita di essere ricordato tanto quanto il buio a cui si opposero.
