Dopo la prova di forza nelle piazze, adesso si aspetta quella nelle urne. In una Belgrado ancora frastornata dalla chiusura di campagna elettorale, fra il corteo oceanico della Lista degli studenti e l’ex presidente, oggi candidato premier Alexander Vucic asserragliato con i fedelissimi a Novi Beograd, l’unica certezza è che lunedì ci sarà una nuova Serbia. Per la prima volta, da quando 14 anni fa si è preso il Paese, l’ex presidente, Vucic, forse non potrà contare sulle maggioranze ampie, se non bulgare, che gli hanno consentito fare e disfare direttamente o indirettamente leggi, regolamenti, aziende di Stato, media pubblici e privati.

    Dopo due anni di mobilitazioni, gli studenti scesi in piazza per chiedere giustizia dopo il crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad e diventati la sua personale spina nel fianco, non solo sono riusciti a mettere giù una lista. Nel corso del tempo, sono soprattutto diventati simbolo e catalizzatore di chiunque cerchi un’alternativa all’ex presidente e al suo ramificato sistema di potere. Quale che sia. E i sondaggi – tutti – dicono che sono tanti.

    Si vota domenica, tutti alla stessa ora, da Belgrado a Sidney, soluzione che ha fatto protestare non poco le liste dell’opposizione, ma che la commissione elettorale ha sdoganato. E tutti si attendono un’affluenza record, superiore al 60%. Sul responso delle urne, invece ci si divide. Per l’istituto Birodi, gli studenti, forti anche della desistenza di tutti o quasi i partiti di opposizione, sono avanti di 10 punti. Il sondaggio Ipsos, commissionato dal Sns di Vucic, dà invece il partito dell’ex presidente in vantaggio di quasi sette punti, più o meno in linea con i risultati delle amministrative dell’anno scorso.

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    Di certo, per la prima volta in più di un decennio lo scenario è incerto. Quella pensilina, fresca di ristrutturazione, che il 1° novembre 2024 crollando ha ucciso 16 persone è diventata il simbolo della corruzione che svuota e svende le opere pubbliche, pezzi di Paese e di futuro. E “Serbia o mafia”, lo slogan che ha cucito insieme anime diverse che vanno dai nazionalisti ai panslavisti, dall’ex sindacato dei militari agli ecologisti, dalle femministe a gruppi ultraortodossi.

    Tradotto in candidature, oggi significa che fra i 250 artisti, docenti, accademici, agricoltori, difensori dei diritti umani, avvocati e altri della Lista degli studenti ci sono l’ex governatore della banca centrale Dejan Šoškić e il sociologo e professore universitario Jovo Bakić, punto di riferimento nei Balcani della sinistra europea, Dejan Bodiroga, stella del basket, noto per le simpatie nazionaliste e vicinissimo a ambienti della Chiesa Ortodossa e Tihomir Stanić, attore dichiaratamente antifascista. Ecco perché nei cortei, incluso quello di chiusura, c’è chi trascina per chilometri una croce di legno di tre metri e chi porta un cartonato con la maglia di Maradona e il numero tre.

    È quello che la commissione elettorale ha assegnato alla “Lista degli studenti” e per tutti è diventato simbolo e rivendicazione. Per le anime più destre del movimento, è un richiamo alla sacra trinità ortodossa in cui pesca a mani piene il nazionalismo serbo. “L’importante – dice Ilija, studente di medicina di Novi Sad, fra i pionieri del movimento – è che nessuno cerchi di imporre la propria visione agli altri. In due anni abbiamo imparato a discutere e fare sintesi”. Come sulle sanzioni alla Russia, che – si è deciso, chi per legami storici e culturali, chi per affinità – in caso di vittoria non ci saranno. Su punti salienti e assai divisivi come il Kosovo invece, si vedrà poi.

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    Da vecchia volpe, in grado di fornire munizioni all’Ucraina e sedersi in prima fila alla corte di Putin, blandire l’Europa, sollecitando una missione di osservazione elettorale dell’Osce e brigare con Trump, mentre compra droni da Erdogan e fa affari con Israele, Vucic lo sa e sulle differenze ci gioca. Lo ha fatto durante tutta la campagna elettorale, passata attraversando tutta la Serbia per inaugurare nuovi ponti, case, strade, scuole, fabbriche, mentre chinava compunto il capo in onore del boia di Srebrenica, Ratko Mladic, lasciando formalmente i suoi ministri in prima linea a fare gli onori per non irritare troppo l’Ue e puntava il dito contro gli studenti “sabotatori che hanno distrutto il nostro Paese” e non meglio precisate agenzie straniere che a suo dire li manovrano e finanziano. Ma secondo gli analisti locali, probabilmente ci giocherà soprattutto dopo il voto, puntando sullo shopping post-elettorale per superare la maggioranza assoluta di 126 seggi che almeno sulla carta nessuna delle formazioni potrebbe raggiungere.

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    Con che risultati, è tutto da capire. Così come difficile da immaginare è la situazione nelle piazze dopo il voto. All’appuntamento con le urne si è arrivati in un clima teso, fra arresti e perquisizioni di attivisti, accuse di brogli nella registrazione degli aventi diritto, denunce di spionaggio illegale dopo che quattordici fra procuratori, docenti e attivisti si sono trovati i telefoni infettati con lo spyware Paragon, manovre per controllare i media. “Non ci faremo scippare la libertà”, promettono gli studenti. “Non permetteremo a agenti e ambasciate straniere di controllare il futuro del Paese”, risponde l’ex presidente. L’Ue ricorda che “elezioni libere, eque e trasparenti costituiscono il nucleo della democrazia europea e devono essere organizzate in conformità con gli standard europei e internazionali”. La Serbia aspetta con il fiato sospeso.

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