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Le rivolte e i disordini legati al caro vita stanno mettendo sotto pressione non solo le città europee, ma anche l’equilibrio economico e democratico del continente. La frammentazione sociale, tra chi vive la disperazione per l’inflazione e chi chiede ordine e sicurezza, rischia di alimentare una spirale di instabilità con conseguenze durature.
Gli assalti ai negozi e i danni alle attività commerciali aumentano i costi per assicurazioni e banche, con effetti a cascata su prezzi e credito. Se salgono premi assicurativi e tassi di interesse per i commercianti, aumentano anche i costi dei beni di consumo, riducendo ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie.

foto di GNS
La divisione tra chi protesta per la disperazione economica e chi si sente minacciato e chiede sicurezza rischia di alimentare un clima di scontro permanente. In questo contesto, i partiti populisti ed estremisti possono cavalcare il malcontento in vista delle elezioni, sfruttando la rabbia per guadagnare consenso.
La storia mostra che le rivolte nate dalla disperazione possono produrre due esiti opposti: deriva autoritaria, come nel biennio rosso italiano o nella Francia del 1848, oppure grandi riforme sociali, come nel maggio francese del 1968.
L’instabilità sociale e geopolitica spaventa i mercati. In Francia e Italia, l’immagine di Paesi che potrebbero divenire fuori mira a contribuire a far salire i rendimenti dei titoli di Stato. Infatti seppur sotto controllo è aumentato. Questo si traduce in mutui più cari per le famiglie e in minori risorse disponibili per le imprese, con un rischio di rallentamento dell’economia già segnalato dagli analisti.
Politicamente e a livello strettamente nazionale a beneficiare di questo “clima” sono i partiti populisti ed estremisti, capaci di incanalare la rabbia e la frammentazione sociale in consenso elettorale. Ma è come guardare al dito che nasconde la Luna.
Il discorso geopolitico va osservato ed analizzato in maniera più ampio: chi potrebbe trarre vantaggio dalla spaccatura europea?
La domanda è legittima, ma va distinta tra chi organizza le proteste e chi le sfrutta. Le indagini europee non hanno trovato prove che una potenza straniera abbia orchestrato direttamente le rivolte in Francia, Italia o negli altri Paesi UE. Esistono, però, indizi di un’amplificazione online del caos da parte di reti filo-russe, iraniane e algerine, con l’obiettivo di alimentare sfiducia e polarizzazione.

foto di GNS
La potenza straniera più spesso indicata è la Russia. Non come regia diretta delle manifestazioni, ma come attore capace di sfruttare il malcontento preesistente per amplificare video violenti, diffondere narrazioni false e indebolire la fiducia nelle istituzioni europee. L’Unione Europea sta esaminando proprio queste campagne, con account filo-russi già collegati a operazioni di disinformazione precedenti.
L’obiettivo non sarebbe tanto provocare le proteste, quanto allargarle e trasformarle in un segnale di fragilità democratica. Accanto a Mosca, Bruxelles starebbe valutando anche il ruolo di Iran e Algeria, sospettati di aver rilanciato contenuti violenti e narrazioni polarizzanti. Anche in questo caso, non emergono prove di un coordinamento diretto, ma di un uso opportunistico del caos per indebolire l’Europa.
Parigi ha segnalato anche l’azione di narrazioni ostili provenienti da Cina e da ambienti vicini al movimento MAGA statunitense. Anche qui, il meccanismo non è la regia delle rivolte, ma lo sfruttamento della rabbia sociale per promuovere una visione dell’Europa come sistema in crisi.
Probabilmente nessuna potenza straniera ha di fatto creato la protesta. Sarebbe una cosa da altri tempi e che metterebbe in ridicolo la cybersecurity degli stati interessati. Bisogna parlare più concretamente di ingerenza e cioè di chi scientemente ha contribuito ai fattori che l’hanno generata. Concretamente alcuni “attori” esterni — in particolare la Russia, hanno un ruolo di primo piano — amplificano e cavalcano ciò che succede per guadagnare vantaggio geopolitico.
Fabrizio Pace
