Gli studenti hanno vinto. E non di misura. Hanno conquistato la maggioranza assoluta del Parlamento serbo, sconfitto il partito che governa il Paese dal 2012 e costretto Aleksandar Vučić, l’uomo che per oltre un decennio ha dominato la politica nazionale, a presentarsi davanti alle telecamere per pronunciare parole che fino a qualche mese fa sembravano difficili persino da immaginare: «È chiaro che abbiamo perso queste elezioni. La Lista degli Studenti ha vinto».
La Serbia si è svegliata, lunedì 26 ottobre 2026, con un risultato destinato a segnare la sua storia politica. Secondo le proiezioni di Ipsos e CeSID, elaborate sull’80,8% del campione elettorale, la lista Studenti pobeđuju!, cioè «Gli studenti vincono», ha ottenuto il 52,7% dei voti e 140 seggi sui 250 dell’Assemblea nazionale. La coalizione Aleksandar Vučić – Serbia Unita si è fermata al 38,9% e a 104 seggi.
Per governare ne bastano 126. Gli studenti, dunque, avrebbero una maggioranza autonoma, senza bisogno di alleanze con i partiti tradizionali. Nessun’altra lista non rappresentativa delle minoranze etniche, secondo le proiezioni, ha raggiunto la soglia di sbarramento del 3%. Ai piccoli partiti delle minoranze andrebbero i seggi rimanenti.
Sono ancora proiezioni, non risultati ufficiali definitivi, ma il vantaggio è talmente ampio che lo stesso Vučić ha riconosciuto la sconfitta. Secondo le stime comunicate dall’ex presidente, la sua coalizione ha raccolto circa 1 milione e 720 mila voti, contro i 2 milioni e 200 mila attribuiti alla Lista degli Studenti. Quasi mezzo milione di preferenze di differenza.
Non è soltanto un cambio di maggioranza. È la conclusione elettorale di una lunghissima mobilitazione cominciata davanti a una stazione ferroviaria, proseguita nelle università, arrivata nelle campagne, nei piccoli centri e nelle piazze di tutto il Paese. Una mobilitazione capace di trasformare una richiesta di verità e giustizia in un progetto politico.
La notte in cui Belgrado è scesa in strada
Sono da poco passate le 21.30 di domenica 25 ottobre quando Vučić compare nella sede del Partito Progressista Serbo (SNS), davanti ai dirigenti e ai giornalisti. Le urne si sono chiuse alle 20. Sono trascorsi appena novanta minuti.
Molti si aspettano la consueta rivendicazione di una vittoria. Invece l’ex presidente comunica che, sulla base dei dati disponibili, il suo partito ha perso e gli studenti avranno tra 135 e 140 deputati.
Riconosce il risultato, ma non rinuncia alla polemica. Torna ad accusare i media indipendenti e non meglio precisati ambienti stranieri di aver favorito i suoi avversari. Sostiene che il suo partito rimane un’organizzazione solida e che continuerà a combattere politicamente. Non è un uomo che annuncia il proprio ritiro. È un leader che prende atto di aver perso una battaglia elettorale decisiva.
Fuori, intanto, succede qualcosa di molto diverso.
Belgrado si riempie di persone. Migliaia, poi decine di migliaia. Le automobili procedono a passo d’uomo, i clacson suonano, i tram si fermano, la gente invade i grandi viali della capitale. Ci sono bandiere serbe, fumogeni, musica, abbracci, ragazzi saliti sulle automobili per farsi vedere e gruppi di amici che continuano a gridare di aver vinto.
Si canta, si balla. Una banda di ottoni accompagna i festeggiamenti. Spuntano palloncini a forma di numero 3, il numero assegnato sulla scheda elettorale alla Lista degli Studenti.
Nella sede del movimento, candidati che fino a poco tempo fa erano pressoché sconosciuti si abbracciano increduli. Il cardiologo Ilija Srdanović, capolista, si commuove. Radomir Šajčić, professore dell’Università di Belgrado, prende la parola per ricordare che la vittoria appartiene ai cittadini e che il giorno dopo comincerà il lavoro più difficile: trasformare le promesse in governo.
Tra la folla c’è anche Dijana Hrka, la madre di una delle vittime del crollo della stazione di Novi Sad. Piange mentre racconta ai giornalisti di aver aspettato quel momento per due anni. E spera che adesso arrivino finalmente le responsabilità e la giustizia.
Non tutta la notte è pacifica. Alcuni manifestanti abbattono le recinzioni del Parco dei Pionieri, nel centro della capitale, dove da oltre un anno si trovava un accampamento di sostenitori del presidente, conosciuto come Ćacilend. Una tenda prende fuoco, mentre vengono segnalati lanci di pietre contro mezzi della polizia in ritirata. Gli incidenti non cancellano la dimensione della festa, ma ricordano quanto siano state profonde le divisioni politiche di questi anni.
La celebrazione raggiunge anche Novi Sad, la città dalla quale tutto è cominciato. Qui, poco prima della mezzanotte, la folla osserva sedici minuti di silenzio. Uno per ciascuna delle persone morte nel disastro ferroviario del 2024.
Sedici minuti senza slogan. Il filo che unisce la tragedia alla vittoria elettorale.
Il 1° novembre 2024: il giorno in cui tutto comincia

Per capire quello che è successo domenica bisogna tornare indietro di quasi due anni.
È il 1° novembre 2024 quando, alla stazione ferroviaria di Novi Sad, nel nord della Serbia, crolla una grande pensilina di cemento. La struttura precipita sulle persone che si trovano sotto. Il bilancio finale è di 16 morti.
La stazione era stata interessata da importanti lavori di ristrutturazione, realizzati nell’ambito di un grande progetto infrastrutturale con la partecipazione di imprese straniere, comprese società cinesi.
La tragedia solleva immediatamente interrogativi sulla qualità degli interventi, sui controlli, sugli appalti e sulla documentazione relativa ai lavori. Le indagini giudiziarie cercano di accertare le responsabilità; la corruzione viene indicata dai manifestanti come una possibile causa delle carenze che avrebbero contribuito al disastro.
Ma per una parte sempre più consistente della società serba il problema non riguarda soltanto una pensilina.
Quella struttura diventa il simbolo di un sistema. Un sistema accusato dagli oppositori di aver concentrato il potere politico, favorito reti clientelari, indebolito i controlli pubblici e ridotto gli spazi di indipendenza della magistratura e dell’informazione.
Le autorità respingono le accuse di corruzione sistemica e gli addebiti di repressione politica. Vučić sostiene che le proteste siano alimentate anche dall’estero. I manifestanti contestano queste ricostruzioni e chiedono soprattutto la pubblicazione dei documenti e l’accertamento delle responsabilità.
A muoversi sono inizialmente gli studenti universitari. Organizzano assemblee, blocchi delle lezioni, presidi e commemorazioni. Chiedono che le istituzioni rendano conto di quanto accaduto e che le indagini possano procedere senza interferenze.
Poi le proteste si allargano.
Dalle università alle campagne: ventidue mesi di mobilitazione
Quello che sembrava destinato a rimanere un movimento universitario diventa progressivamente una protesta nazionale.
Gli studenti organizzano lunghissime marce a piedi, attraversano città e paesi, viaggiano in bicicletta, raggiungono le zone rurali dove il partito di Vučić ha tradizionalmente raccolto una parte importante dei propri consensi. Vanno a parlare con agricoltori, commercianti, lavoratori e pensionati.
Non si limitano a chiedere solidarietà attraverso i social network. Si presentano nelle comunità, incontrano le persone, spiegano le loro richieste.
Alle manifestazioni partecipano professori universitari, insegnanti, famiglie, professionisti, associazioni e cittadini che non avevano mai preso parte a una protesta politica.
È una delle caratteristiche principali di questa mobilitazione: non nasce da un partito già organizzato e non ha un unico capo riconoscibile. Le decisioni vengono discusse nelle assemblee delle università e i coordinamenti cercano di conservare una struttura collettiva.
Nel frattempo cresce anche la tensione.
Manifestanti e attivisti denunciano intimidazioni, controlli, aggressioni e arresti. Le organizzazioni che monitorano i diritti civili segnalano un deterioramento delle libertà politiche e delle condizioni in cui si svolge il confronto pubblico. Il governo nega di aver organizzato una campagna di repressione e sostiene di dover garantire la sicurezza del Paese.
La protesta, però, non si esaurisce.
Nel 2025 il primo ministro Miloš Vučević lascia l’incarico, in una crisi politica alimentata dalle manifestazioni. Al suo posto arriva Đuro Macut, medico e figura formalmente indipendente, ma sostenuta dalla maggioranza del Partito Progressista.
Il cambio di governo non basta a fermare la mobilitazione.
Gli studenti chiedono elezioni anticipate e continuano a organizzare manifestazioni. Le autorità resistono per mesi alla pressione, fino al 9 settembre 2026, quando vengono indette le elezioni parlamentari per il 25 ottobre.
Una lista senza capi e senza studenti candidati
È qui che arriva un’altra particolarità di questa storia.
Quando il movimento decide di presentarsi alle elezioni, non sceglie di trasformare i principali organizzatori delle proteste in candidati parlamentari.
Costruisce invece una lista di 250 persone, selezionate attraverso un percorso partito dalle assemblee universitarie. Il criterio principale è individuare figure competenti e riconoscibili nella società, preferibilmente senza precedenti incarichi politici di primo piano.
Ci sono medici, professori, avvocati, agricoltori, artisti, sportivi e professionisti. Tra loro anche Dejan Šoškić, ex governatore della Banca centrale serba.
Gli studenti costruiscono la lista, la promuovono, organizzano la campagna e mobilitano gli elettori, ma non occupano personalmente i posti in Parlamento.
Una scelta con un significato preciso: presentarsi non come una nuova organizzazione politica costruita intorno a un leader, ma come uno strumento di cambiamento delle istituzioni.
Il volto più conosciuto è il cardiologo Ilija Srdanović, primo nome della lista, che però rifiuta di essere considerato il capo del movimento.
La campagna ruota intorno ad alcuni obiettivi: contrastare la corruzione, rendere trasparenti gli appalti pubblici, rafforzare l’indipendenza delle istituzioni, ripristinare la fiducia nella giustizia e garantire condizioni elettorali più corrette.
Nel programma, presentato a settembre e articolato in undici punti, compaiono proposte per la confisca dei patrimoni acquisiti illegalmente, il rafforzamento degli strumenti investigativi contro la corruzione, libri scolastici gratuiti e una riduzione dei prezzi dei medicinali.
Non tutto è definito nei dettagli. Gli osservatori rilevano che alcune promesse richiederanno riforme profonde e che il movimento tiene insieme sensibilità politiche molto differenti.
Ma proprio questa capacità di raccogliere persone con idee diverse rappresenta una novità nel panorama serbo.
Il sistema politico che gli studenti hanno sfidato
Il Partito Progressista Serbo governa dal 2012. Vučić diventa primo ministro nel 2014 e presidente della Repubblica nel 2017. Da allora rimane il punto di riferimento della maggioranza.
Il suo consenso si è consolidato anche attraverso la crescita economica, l’aumento degli investimenti e la realizzazione di infrastrutture, elementi che i suoi sostenitori continuano a rivendicare.
La critica dei suoi avversari riguarda invece la progressiva concentrazione del potere, il peso delle reti di fedeltà politica e l’influenza sulla pubblica amministrazione e sui media.
Secondo un’analisi del Centro per gli studi orientali di Varsavia (OSW), nelle prime tre settimane della campagna elettorale cinque televisioni nazionali hanno dedicato il 69% dello spazio politico al partito di governo, contro il 31% riservato alle opposizioni.
Sempre secondo i dati richiamati dall’istituto, Vučić era apparso pubblicamente 371 volte nei primi otto mesi del 2026.
La Lista degli Studenti ha dunque affrontato la campagna con una struttura organizzativa e mediatica molto meno consolidata di quella dei suoi avversari.
Ha compensato questa differenza puntando sulla mobilitazione dal basso e sulla presenza capillare nel Paese.
Un ruolo importante lo ha avuto anche il progressivo sostegno di formazioni dell’opposizione tradizionale. Partiti liberali, ambientalisti, gruppi della sinistra e organizzazioni nazional-conservatrici hanno sostenuto, con modalità differenti, la richiesta di cambiamento, pur mantenendo profonde divergenze programmatiche.
Una parte dell’opposizione ha scelto di presentarsi autonomamente alle elezioni. Ma il voto ha finito per concentrarsi soprattutto sulle due liste principali.
Il risultato è stato una competizione molto vicina a un referendum politico sulla prosecuzione del sistema di governo costruito intorno a Vučić.
Il tentativo di tornare primo ministro
C’è anche una decisione personale dell’ex presidente che rende particolarmente significativo il risultato.
Il 27 settembre 2026, meno di un mese prima del voto, Vučić si dimette dalla presidenza della Repubblica. La carica passa temporaneamente alla presidente dell’Assemblea nazionale, Ana Brnabić, in attesa di nuove elezioni presidenziali, da tenere entro la fine dell’anno.
L’obiettivo politico di Vučić è tornare alla guida del governo.
Non potendo candidarsi per un terzo mandato presidenziale consecutivo, si presenta come candidato premier della coalizione di maggioranza, cercando di trasformare le elezioni anticipate in un nuovo mandato personale.
La campagna elettorale contrappone dunque due modelli: da una parte la continuità garantita dal leader che domina la politica serba da anni, dall’altra un movimento senza una figura politica unica, che propone di rinnovare il funzionamento delle istituzioni.
Alla fine, gli elettori scelgono il secondo.
Un’affluenza vicina al 70%, ma anche molte irregolarità
La mobilitazione si vede già durante la giornata elettorale.
Sono 6.451.292 gli elettori aventi diritto, chiamati a votare in oltre 8.300 seggi. Le code si formano fin dal mattino, nei grandi centri e nelle località più piccole.
Secondo l’organizzazione indipendente CRTA, alle 10 ha già votato il 19,8% degli aventi diritto, contro il 9,8% registrato alla stessa ora nelle elezioni del 2023.
Alle 13 l’affluenza raggiunge il 41,1%, contro il 26,6% delle precedenti parlamentari. Alle 16 arriva al 56,4% e alle 19 al 67,8%.
Le stime successive di Ipsos e CeSID indicano un’affluenza intorno al 69,7%, rispetto al 58,8% del 2023. Una partecipazione eccezionalmente alta per il Paese.
Anche i serbi residenti all’estero partecipano al voto, con lunghe file in diverse sedi diplomatiche. Prima delle elezioni erano state sollevate critiche sulla distribuzione dei seggi all’estero e sugli orari di apertura, collegati all’ora serba anche in Paesi con fusi orari molto differenti.
La giornata, però, presenta anche problemi significativi.
CRTA, che ha mobilitato oltre duemila osservatori per controllare un campione rappresentativo di 500 seggi, denuncia numerose irregolarità.
Nel suo aggiornamento serale riferisce che nel 48% dei seggi monitorati sono stati osservati episodi di fotografazione delle schede elettorali, una pratica che può compromettere la segretezza del voto e favorire pressioni sugli elettori.
A Belgrado il fenomeno viene segnalato addirittura nel 79% dei seggi controllati, mentre in Vojvodina nel 58%.
Gli osservatori registrano inoltre mancati controlli con le lampade a raggi ultravioletti, casi di voto senza documenti validi e ostacoli al lavoro dei componenti dei seggi. A Veternik viene presentata una denuncia alla polizia per sospetti di compravendita di voti e voto organizzato mediante il sistema del cosiddetto carosello.
Si verificano anche episodi di violenza e intimidazione fuori dai seggi, in particolare a Belgrado, Pančevo, Vranje e Novi Sad.
Si tratta di segnalazioni documentate dagli osservatori, non di un accertamento definitivo della responsabilità di singoli partiti. Saranno le autorità competenti a dover verificare le eventuali violazioni. La vittoria della Lista degli Studenti, comunque, risulta nettamente confermata dalle proiezioni disponibili.
La Serbia davanti all’Europa
Il cambiamento politico non riguarda soltanto Belgrado.
La Serbia è un Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea, ma negli ultimi anni il percorso di adesione ha incontrato numerose difficoltà, anche per le questioni legate allo Stato di diritto, alla libertà dell’informazione e ai rapporti con il Kosovo.
Nel frattempo Vučić ha mantenuto relazioni politiche ed economiche con attori molto diversi tra loro.
L’Unione europea è il principale partner commerciale della Serbia. La Cina è un investitore importante nelle infrastrutture e nell’economia nazionale. La Russia rimane un interlocutore strategico, soprattutto per le forniture energetiche, oltre che per i legami storici e politici.
La Lista degli Studenti non ha ancora definito con precisione tutte le proprie scelte internazionali.
Pur raccogliendo un elettorato in buona parte favorevole a maggiori rapporti con l’Europa, il movimento ha dichiarato di non voler introdurre sanzioni contro Mosca. Sul Kosovo richiama la Costituzione serba, che considera il territorio parte della Serbia, nonostante l’indipendenza proclamata da Pristina nel 2008.
La sfida sarà quindi trovare una posizione comune tra sensibilità diverse senza rompere l’ampia coalizione sociale che ha reso possibile la vittoria.
Da Bruxelles arrivano intanto le congratulazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e della commissaria all’Allargamento Marta Kos. Le istituzioni europee manifestano disponibilità ad accompagnare riforme per rafforzare magistratura, libertà dei media e lotta alla corruzione.
Si congratula anche il primo ministro ungherese Péter Magyar, che ha a sua volta conquistato il governo nel 2026 dopo la sconfitta di Viktor Orbán, uno dei principali alleati internazionali di Vučić.
Arrivano messaggi dal Montenegro, dal Consiglio d’Europa e da altri interlocutori regionali.
Adesso arriva la prova del governo
Il Parlamento che uscirà dalle elezioni avrà 250 componenti. Se le proiezioni saranno confermate, la Lista degli Studenti disporrà di una maggioranza sufficientemente ampia per governare senza il sostegno di altre formazioni.
Non significa, però, che tutti i problemi siano risolti.
Il movimento deve ancora individuare il futuro primo ministro, distribuire gli incarichi ministeriali, definire le priorità legislative e trasformare le richieste delle piazze in decisioni concrete.
Dovrà misurarsi con un apparato amministrativo e istituzionale nel quale il Partito Progressista ha esercitato per molti anni una forte influenza. E dovrà confrontarsi con un’opposizione che, pur sconfitta, conserva milioni di elettori e una struttura organizzativa radicata.
La Commissione elettorale dovrà completare la pubblicazione dei risultati e gli osservatori internazionali esprimere le proprie valutazioni sulla regolarità delle operazioni.
Ci saranno poi le elezioni presidenziali, rese necessarie dalle dimissioni anticipate di Vučić.
E ci sarà soprattutto da verificare se una lista composta da persone con storie, competenze e convinzioni differenti riuscirà a conservare quella capacità di lavorare insieme che ha caratterizzato il movimento nelle università.
È una sfida politica, amministrativa e anche culturale.
Per quasi due anni gli studenti hanno chiesto che il potere rendesse conto delle proprie decisioni. Adesso, grazie ai voti raccolti, una parte di quelle responsabilità potrebbe passare proprio alle persone che hanno scelto di candidare.
Da Novi Sad a Belgrado, sedici vite e una domanda di giustizia
Rimane un’immagine, tra le tante della notte elettorale, che spiega forse meglio di ogni altra l’origine di questo risultato.
Mentre a Belgrado le strade sono piene di bandiere, musica e persone che festeggiano, a Novi Sad si osservano sedici minuti di silenzio.
Non è un gesto improvvisato. Durante questi due anni il ricordo delle vittime è stato uno degli elementi centrali delle manifestazioni. Un modo per non lasciare che la tragedia venisse assorbita dalle polemiche politiche e poi dimenticata.
Il 1° novembre 2024 sedici persone sono morte sotto una pensilina di cemento. Il 25 ottobre 2026 un movimento nato per chiedere verità e responsabilità su quelle morti ha conquistato la maggioranza del Parlamento.
In mezzo ci sono stati migliaia di chilometri percorsi a piedi e in bicicletta, lezioni sospese, assemblee interminabili, piazze gremite, scontri, arresti, accuse e quasi due anni di mobilitazione.
C’è stato anche un cambiamento nel modo in cui una parte della società serba ha scelto di partecipare alla politica: non limitandosi a protestare, ma organizzandosi per arrivare alle elezioni.
La giustizia per le vittime di Novi Sad non è ancora una pagina definitivamente chiusa. E una maggioranza parlamentare, da sola, non può garantirla.
Ma è da quella stazione ferroviaria, dalle sue macerie e dalle domande rimaste senza una risposta soddisfacente per tante famiglie che comincia la storia della vittoria degli studenti serbi.
