Stiamo attraversando un chiaroscuro. “Un momento fluido in cui si affacciano mostri”, spiega a L’Espresso Donatella Della Porta, professoressa di Scienza Politica e Sociologia alla Scuola Normale Superiore direttrice del Center on Social Movement Studies (Cosmos). Il riferimento è ad Antonio Gramsci: il vecchio sistema muore, ma quello nuovo ancora non può nascere. “I giovani scendono in piazza perché la crisi è l’unica condizione che conoscono: ci sono nati e cresciuti – continua Della Porta – e difficilmente riescono a immaginare un futuro diverso e migliore”. Ma lo vogliono.

     

    A Tirana la protesta va avanti da mesi. “Nei cortei convergono istanze anche molto diverse”, osserva Della Porta. La Rivoluzione dei Fenicotteri nasce a maggio di quest’anno dall’opposizione al progetto di Jared Kushner, genero del di Donald Trump, per la costruzione di un lussuoso complesso turistico nel Parco nazionale marino Karaburun-Saseno. “Nelle rivendicazioni si mescolano la critica al colonialismo, perché l’investimento verrebbe dall’esterno e impiegherebbe capitali israeliani, e la lotta all’imperialismo americano”. La protesta ambientalista, continua la professoressa, si rivolge anche contro il “potere politico corrotto, che avrebbe scelto di soddisfare i bisogni di una piccola élite”.

     

    Gli studenti albanesi non arrivano in una piazza vuota. Per Della Porta erano già parte delle mobilitazioni dei Fenicotteri, ma a ottobre le loro rivendicazioni diventano più visibili: aule fatiscenti, costi degli studi insostenibili, sostegni economici insufficienti e poche prospettive di lavoro dopo la laurea. Il confronto è con la Serbia di Aleksandar Vučić, dove “il movimento degli studenti guida una protesta molto più ampia”. Il primo novembre 2024 crolla la pensilina della stazione di Novi Sad, appena ristrutturata. Il bilancio è di sedici morti. Gli studenti bloccano le facoltà e chiedono al governo che siano pubblicati i documenti sui lavori alla pensilina, perseguiti i responsabili delle aggressioni ai manifestanti e aumentati i fondi per l’istruzione superiore. La richiesta di giustizia diventa una contestazione di oltre un decennio di governo del partito di Vučić, accusato di corruzione e inefficienza. E in Serbia il movimento contro Vučić ha avuto la meglio: dopo quasi due anni di proteste, domenica 25 ottobre la lista sostenuta dagli studenti ha vinto le elezioni parlamentari, scalzando un sistema di potere durato quattordici anni di dominio del Partito progressista serbo.

     

    Le richieste cambiano da un Paese all’altro, ma le esperienze che le alimentano, nella lettura di Della Porta, si somigliano. “La generazione Z ha vissuto le crisi più drammatiche e scende in piazza per evitare che la prossima ne cancelli definitivamente il futuro”. Questi ragazzi hanno visto la crisi finanziaria, “affrontata con l’austerità che ha creato situazioni di diseguaglianza mai risolte”; poi quella climatica, “che ogni anno accentua le differenze tra ricchi e poveri”, e la pandemia, che ha sottratto occasioni di socialità e formazione. Oggi si aggiungono i discorsi sul riarmo. Della Porta dà voce ai timori dei più giovani, che “o fanno sentire la propria voce oppure i potenti li mandano a morire sui campi di una guerra che non li riguarda”.

     

    Condividere un’esperienza, però, non significa riconoscersi nella stessa protesta. I social “accelerano questi processi di identificazione”, osserva la studiosa, ma il contagio precede le piattaforme. Accadeva già nel Sessantotto, quando le immagini che arrivavano da lontano facevano pensare che fosse possibile, e necessario, scendere in piazza. Oggi chi manifesta è più consapevole di partecipare a una protesta transnazionale. Per Della Porta lo segnala anche il motto “Siamo tutti antifascisti”, che risuona in italiano per le strade francesi, albanesi, serbe o spagnole: le contestazioni non riguardano più solo le condizioni della scuola, ma le scelte politiche che le hanno prodotte. “Siamo davanti alla reazione alla crisi del capitalismo neoliberista, che oggi punta su militarizzazione e finanziarizzazione”. 

     

    I manifestanti contestano anche la priorità attribuita alla spesa militare rispetto alla protezione sociale, osserva Della Porta. Alla diseguaglianza economica si aggiunge l’esclusione politica: “Chi è ai margini non è considerato degno di parola e quindi cancellato dal dibattito pubblico”. Non siamo davanti alla borghesia che si ribella al sistema, come nel Sessantotto, continua la professoressa. Per i giovani delle periferie, le vetrine di Milano, con beni di lusso da migliaia di euro, rendono visibile la diseguaglianza e accentuano la rabbia. Della Porta richiama le parole dei giovanissimi, che nei giorni scorsi sono rimbalzate tra media e social: “Forme di azione più dirompenti sono indispensabili perché altrimenti non ci ascoltano”.

     

    Il punto, adesso, è che cosa questa capacità di riconoscersi possa cambiare. “Uno degli effetti della protesta è di creare una battaglia come viene raccontata la protesta”. Della Porta vede segnali di ascolto anche fuori dalle piazze, nelle organizzazioni sindacali e cattoliche. Ma alla possibilità di allargare il consenso si contrappone la risposta di governi che riportano le rivendicazioni sul terreno dell’ordine pubblico. È il “dilemma del dittatore”: la repressione può scoraggiare la partecipazione, “ma anche creare solidarietà e una mobilitazione maggiore di chi condivide lo stesso malcontento”.

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