Israele, la «rivoluzione» è rimandata: i possibili scenari

    Una versione di questo articolo è stato pubblicato in Prima Ora, la rassegna stampa del Corriere della Sera

    (di Gianluca Mercuri) Il mondo attendeva la fine dell’era Netanyahu in Israele. Probabilmente, dovrà aspettare ancora una volta. Con circa la metà delle schede ancora da scruitinare, il totale delle opposizioni supererebbe la coalizione governativa (65 a 55), ma un’alleanza tra il blocco di Eisenkot e gli arabi, già da lui esclusa in partenza, è a questo punto ancora più difficile. Prima del voto, uno scenario prevedeva che lo sfidante potesse guidare un governo di minoranza con l’appoggio esterno degli arabi, ma la condizione minima era che sopravanzasse il blocco di Netanyahu e gli mancassero pochi seggi per la maggioranza. Invece, se queste proiezioni fossero confermate dal prosieguo dello scrutinio, quella di Eisenkot sarebbe una sconfitta se non una disfatta. Va notato che il conteggio potrebbe durare fino a domani, se non fino a venerdì, in modo da includere i voti per corrispondenza e quelli dei seggi speciali – basi militari, ospedali, carceri e ambasciate – che in passato si sono sempre orientati in gran parte verso Netanyahu. La rimonta del premier rappresenta comunque un esito clamoroso, che nella notte si è palesato a poco a poco. Lo scenario delineato inizialmente dagli exit poll vedeva il blocco di Eisenkot in vantaggio di un paio di seggi, con gli arabi proiettati verso un risultato storico, tra i 18 e i 20. Per Netanyahu, il cui partito restava comunque primo, si sarebbe trattato di una sconfitta notevole, con il totale delle opposizioni avviate a conquistare una settantina di seggi, contro la cinquantina dei partiti di governo. Ma la notte ha ribaltato gli scenari, e consegnato al premier più longevo della storia dello Stato ebraico – che ha governato per 19 degli ultimi 30 anni – l’ennesima rimonta. Quando si profilava un testa a testa, Netanyahu aveva invitato settori dell’opposizione ad allearsi con lui in un «forte governo di destra», alla luce del fatto che la destra godeva di una «grande maggioranza» tra il «pubblico sionista», ovvero con l’esclusione degli arabi. Eisenkot, da parte sua, si era sbilanciato dopo i primi exit poll che, aveva detto, «indicano una totale sfiducia nei confronti di Netanyahu e del governo del 7 ottobre da parte della maggioranza sionista e della maggioranza dei cittadini israeliani». Lo sfidante aveva promesso di fare «tutto il possibile per soddisfare la volontà del popolo» – frase che sembrava alludere a una possibile apertura verso gli arabi – affermando che indire nuove elezioni sarebbe «un errore» e intimando a Netanyahu di evitare di attaccare l’Iran in queste ore e giorni decisivi: «Non osi usare la sicurezza di Israele per il proprio tornaconto politico». Invece, la situazione si è rovesciata al punto da fare esultare Donald Trump, che com’è nel suo stile si è attribuito il merito della svolta: «Quando il presidente Trump ha espresso il proprio sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione si è completamente ribaltata e ora, anziché una sconfitta decisiva per un grande primo ministro, sembra che si sia arrivati a un grande pareggio in rimonta, o addirittura a una VITTORIA per Netanyahu», ha scritto Trump sul suo social Truth. «Tutto ciò è avvenuto DOPO l’appoggio del presidente Trump, che vuole solo il bene del Medio Oriente, di Israele e degli Stati Uniti d’America!». Ma al di là dei toni di Trump, con questi numeri, con ogni probabilità, sarà a Netanyahu che il presidente israeliano Herzog affiderà l’incarico di formare il nuovo governo. La legge assegna al leader designato 28 giorni di tempo, più un’eventuale proroga di due settimane. In questo lasso di tempo, Netanyahu resterà comunque al timone e proverà in ogni modo a staccare pezzi dell’opposizione e attrarli a sé. A questo proposito, poche ore prima della chiusura dei seggi il leader dei Democratici Yair Golan aveva espresso sfiducia negli alleati: «Siamo in una situazione di emergenza; stiamo perdendo voti. Siamo gli unici che sicuramente non si siederanno al tavolo con Netanyahu». Il tavolo di Netanyahu non è mai vuoto. «Re Bibi» non muore mai. 

    Share.
    Leave A Reply