di
    Elvira Serra

    Salvatore Attanasio, il papà dell’ambasciatore ucciso in Congo nel 2021: «Quel giorno lo sentii, era felice di tornare dalle sue bambine». Il cordoglio: «Abbiamo ricevuto settemila telegrammi»

    DALLA NOSTRA INVIATA
    LIMBIATE (MONZA E BRIANZA) – Zakia e le bambine sono arrivate venerdì a Limbiate a trovare i nonni. Ricordano ancora, soprattutto Sofia, la maggiore (10 anni), di quando il papà le svegliava al mattino per andare a prendere le uova fresche nel pollaio in giardino, o delle volte che si piantavano davanti alla lampada per aspettare che il guscio si spaccasse e spuntasse il pulcino, o dei semi portati dall’Italia che piantavano sul terrazzo per l’orto. 

    A noi, queste cose, le racconta Salvatore Attanasio, il papà di Luca, l’ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo ucciso a 43 anni il 22 febbraio 2021 mentre percorreva la Route nazionale numero 2, tra Goma e Rytshuru. Con lui morirono il carabiniere scelto Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo. La jeep su cui viaggiavano non era blindata e il convoglio non aveva una scorsa adeguata alla trasferta. Per Rocco Leone e Mansour Rwagaza, i due funzionari del Programma alimentare dell’Onu che viaggiavano nello stesso convoglio e che erano responsabili del servizio di sicurezza, accusati di omicidio colposo, il Gup di Roma nel 2024 ha emesso una sentenza di non luogo a procedere, poiché gli imputati si sono avvalsi della «immunità funzionale». 



















































    A settembre, invece, il pm ha chiesto l’archiviazione per il secondo filone dell’inchiesta italiana, contro ignoti, legato al terrorismo. Ma Salvatore Attanasio e il suo legale Rocco Curcio hanno depositato un’opposizione di cento pagine. Il prossimo 25 febbraio il gip deciderà se accoglierla o no.

    Il primo ricordo di Luca?
    «Sono tanti, è sempre stato curioso e amava gli animali: aveva trasformato il nostro giardino nell’Arca di Noè».

    Mi racconti.
    «Sul balcone allevava i girini dentro le bacinelle. Per le anatre creammo uno stagnetto artificiale in giardino. A 10 anni davanti a una bancarella impazzì per una scimmietta e ci supplicò di prendergliela: il compromesso fu di tornare a casa con un merlo che imparò subito il suo nome, perché la mamma ogni mattina doveva chiamarlo più volte per farlo scendere dal letto».

    Quando ha parlato con suo figlio per l’ultima volta?
    «Il giorno dell’agguato. Ogni mattina ci mandava un messaggio su WhatsApp oppure faceva una telefonata veloce. Il 22 febbraio chiamò alle 8.30. Era felice perché doveva fare l’ultimo viaggio prima di tornare dalle bambine».

    Dopo la scomparsa ha ricevuto messaggi inaspettati?
    «Siamo stati inondati di telegrammi. Solo alla Farnesina ne sono arrivati cinquemila, che può vedere rilegati in questi sei volumi: nel primo ci sono quelli arrivati dai capi di Stato, nell’ultimo quelli dei cittadini comuni. A Limbiate, dal sindaco e dai carabinieri, ne sono arrivati duemila».

    È appena uscito per Zolfo un saggio di Pierfrancesco Majorino e Daniele De Luca intitolato «L’Ambasciatore. La morte di Luca Attanasio tra verità e giustizia». Cosa le fa più rabbia?
    «Trovo clamoroso che lo Stato italiano, che si era costituito parte civile nel processo in Congo, non abbia fatto la stessa cosa in Italia. Era l’unico a poter chiedere la revoca dell’”immunità funzionale”».

    Mi perdoni: ma anche lei e la sua famiglia avreste potuto fare ricorso contro la sentenza di non luogo a procedere.
    «Le dico la verità. L’Onu ha predisposto un risarcimento per le mie tre nipoti e ha preteso che anche io e mia moglie firmassimo un documento. Non ho problemi a dire che c’era in ballo un legittimo interesse risarcitorio per il futuro delle bambine. Ma lo Stato italiano aveva e ha il dovere di pretendere verità e giustizia. Luca è l’unico ambasciatore morto in tempo di pace: un secolo fa sarebbe scoppiata una guerra».

    Cosa l’amareggia di più?
    «Che imbastiscano per mesi programmi televisivi per parlare di una macchia sul muro a Garlasco e nessuno, invece, voglia scoprire la verità sulla morte di Luca».

    Come paga le spese legali?
    «Usando tutti i risparmi miei e di mia moglie, e speriamo in futuro di non avere bisogno di una Rsa, perché non vogliamo pesare su nostra figlia. Ma non ci arrendiamo».

    So che ha incontrato papa Francesco. Che ricordo ha?
    «Ci accolse a Santa Marta con Zakia, sua madre e le bambine. Restammo un’ora. Ci lasciò dicendo che noi italiani eravamo fortunati perché avevamo tre cose: il volontariato, i nonni e gli oratori».

    Il segretario di Stato Pietro Parolin è venuto a Limbiate per il quinto anniversario della scomparsa di Luca.
    «È stato un gesto importantissimo. Parolin è l’ambasciatore del Vaticano. Abbiamo incontrato anche papa Leone: gli abbiamo portato il libro del vaticanista Fabio Marchese Ragona su Luca. Gli ho chiesto di leggere a pagina 90, dove c’è una lettera che mio figlio scrisse a sé stesso nel 2000. Chiudeva dicendo: “Non ti affannare per voler apparire il migliore. Impegnati e dai il meglio di te in tutto. In tutto, però, non solo nelle cose che ti vengono più comode”».

    2 novembre 2026

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