Colpo di stato o ripristino della democrazia? Dopo una grave crisi politica esplosa il 30 ottobre, in Polonia (e non solo) imperversa la battaglia tra due narrazioni opposte, che mostra la difficoltà di ristabilire le norme democratiche dopo che le forze populiste sono state a lungo al potere.
Lo scontro è tra il governo centrista e filoeuropeo di Donald Tusk, ex presidente del consiglio europeo, e Diritto e giustizia (Pis), il partito di destra nazionalista ed euroscettico che mantiene la presidenza del paese con Karol Nawrocki, eletto l’anno scorso. Questa difficile coabitazione è segnata da forti tensioni, in attesa delle elezioni in programma nell’ottobre 2027.
In questo contesto di estrema polarizzazione il 30 ottobre alcuni giudici della corte eletti dalla maggioranza filoeuropea, ma alle cui nomine si oppone Nawrocki, hanno provato a esautorare il presidente e il vicepresidente del tribunale. A quel punto la prova di forza giuridica è diventata una prova di forza fisica.
La polizia si è presentata in assetto antisommossa davanti alla sede della corte costituzionale, dove c’erano anche i militanti del Pis. Intanto il ministro della giustizia aveva avviato una procedura per revocare l’immunità del presidente della corte, mentre il capo dello stato, in viaggio verso il Senegal, ha invertito la rotta per andare direttamente al tribunale.
Nawrocki ha denunciato un tentativo di colpo di stato del governo, che però sostiene di aver agito legalmente. Il caos è totale.
Il 31 ottobre il Pis ha annunciato di voler rovesciare il governo attraverso una mozione di sfiducia in parlamento e di sostituirlo con un esecutivo tecnico che dovrebbe restare in carica fino alle elezioni dell’anno prossimo.
La vicenda ha una dimensione europea. Il primo ministro si appella a una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, che riconosce al parlamento il diritto di nominare i giudici. Il 31 ottobre la Commissione europea ha chiesto a Nawrocki di convalidare la nomina dei giudici.
La crisi polacca ha fatto irruzione nella campagna elettorale francese. Il 31 ottobre Marine Le Pen, candidata dell’estrema destra, ha manifestato la sua “profonda inquietudine” parlando di una “manovra forzata per prendere il controllo di un’istituzione costituzionale”. Immediatamente è arrivata la risposta secca del candidato socialista Raphaël Glucksmann, che ha ricordato a Le Pen “le violazioni dello stato di diritto commesse dai suoi amici ultraconservatori in Polonia”.
La posta in gioco è alta: i governi illiberali hanno regolarmente preso di mira la giustizia, dall’Ungheria di Viktor Orbán alla Polonia del Pis, fino a Israele con Benjamin Netanyahu. Come si fa a tornare indietro nel caso di un’alternanza democratica (come in Ungheria) o di una coabitazione (come in Polonia)? Battere i populisti alle urne non basta a ristabilire le regole democratiche, perché i danni che hanno provocato possono essere molto profondi.
Nella battaglia che nasce da ogni incidente nelle democrazie liberali polarizzate, con la Russia sempre pronta a gettare benzina sul fuoco, i populisti invocano uno stato di diritto che però hanno l’abitudine di maltrattare. È un modo per capovolgere i ruoli, incolpando l’Europa e vendendo agli elettori una realtà alternativa.
La Polonia sta vivendo un momento di questo tipo, a un anno dalle elezioni generali. Com’era prevedibile, la Francia, in piena campagna elettorale, vede nella crisi polacca un’anticipazione delle possibili battaglie tra Le Pen e il consiglio costituzionale.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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