Quando, nella notte del 25 ottobre 1991, l’ultimo soldato dell’Armata popolare jugoslava abbandonò la Slovenia, tutti o quasi, nel Paese tirarono un sospiro di sollievo. Se ne stavano andando quei militari che avevano tentato di impedire con la forza l’indipendenza della Repubblica.

    Partirono dal porto di Capodistria e salirono a bordo di un traghetto che li avrebbe portati in Montenegro. Portavano con sé le bandiere di una federazione che aveva promesso unità e fratellanza e che si stava dissolvendo sotto una crescente ondata di nazionalismi. Sulla testa avevano ancora le loro “titovke”, i berretti con la stella rossa sul frontino, che risalivano direttamente ai tempi della resistenza partigiana.

    La Slovenia non aveva ancora ottenuto il riconoscimento internazionale, ma ormai era fatta. Per molti fu una vera e propria liberazione, il coronamento di un sogno secolare, il momento in cui quello che sembrava impossibile era di colpo diventato possibile. Per altri, invece, era la fine dell’utopia jugoslava, la morte di un Paese in cui avevano creduto e che stava andando in pezzi in un bagno di sangue.

    Già da tempo, a Belgrado avevano capito che la Slovenia poteva anche essere lasciata al proprio destino e che quelle truppe, che cominciavano a tingersi sempre più di colori nazionali, avrebbero potuto servire meglio allo scopo altrove. In Slovenia non c’erano minoranze serbe da difendere né confini interni da cambiare.

    Una commemorazione che divide

    La Slovenia celebra quella partenza da Capodistria con la Giornata della Sovranità. Il governo di centrodestra, non senza un certo gusto per la provocazione, ha organizzato i festeggiamenti di quest’anno in città parlando del trentacinquesimo anniversario della Liberazione. Una liberazione da un esercito appartenente a un Paese di cui la Slovenia non voleva più far parte.

    Per il centrosinistra, però, la Liberazione è una cosa sola e riguarda la vittoria sul nazifascismo nella Seconda guerra mondiale e la conseguente redenzione dei territori della Venezia Giulia che dall’Italia passarono alla Slovenia. Il centrodestra fonda la propria narrativa sull’Indipendenza, il centrosinistra sulla Resistenza.

    La presidente della Repubblica, Nataša Pirc Musar, che avrebbe dovuto essere uno degli oratori della cerimonia, ha rinunciato al suo intervento e ha boicottato la manifestazione. Così hanno fatto anche tutti gli altri ex capi dello Stato, il centrosinistra al completo e i suoi simpatizzanti.

    Il centrodestra ha risposto dicendo che alla cerimonia avrebbero partecipato coloro che hanno la Slovenia nel cuore. Il capo del governo Janez Janša ha così avuto il palco di Capodistria tutto per sé, ma il suo discorso è stato accompagnato da fischi e schiamazzi. Molti esponenti e sostenitori del centrosinistra si sono infatti dati appuntamento davanti alla piazza dove si svolgeva l’evento per contestare la cerimonia, armati di fischietti, cartelli che inneggiavano all’antifascismo e stelle rosse.

    L’ennesima rappresentazione di due Slovenie contrapposte, divise, incapaci di parlarsi e probabilmente anche di essere d’accordo sul fatto che il mare è salato. Alla fine, qualche manifestante è stato multato. Si parla di ammende che supererebbero i 1.700 euro, ma la sinistra ha anche saputo rendere pan per focaccia.

    Lingua e politica

    L’idea geniale è venuta a Jadran Čalija, presidente della Comunità locale di Capodistria, l’equivalente di una circoscrizione in Italia. Alle sue spalle una carriera da battagliero sindacalista, pioniere nella collaborazione transfrontaliera e adesso candidato al Consiglio comunale di Capodistria con la Sinistra.

    Čalija ha fatto una cosa semplice: ha preso carta e penna e ha scritto alle guardie municipali, segnalando che durante la cerimonia non era stato usato l’italiano, come previsto dal decreto comunale che regola il bilinguismo in quest’area. Adesso anche agli organizzatori potrebbe arrivare una multa.

    Formalmente, a Capodistria, nelle manifestazioni pubbliche si dovrebbe usare anche l’italiano. La zona è bilingue e l’italiano ha pari dignità. A volte succede, a volte ci si limita a un formale saluto e a volte non c’è nemmeno quello.

    Nel dopoguerra la cittadina, che era stata sino ad allora compattamente italiana, si è trasformata, diventando un’importante città slovena, con il suo porto, le sue industrie e la sua periferia fatta di brutti palazzoni costruiti senza un vero e proprio piano regolatore e senza una logica apparente. Una città ridisegnata e reinventata in chiave nazionale, che oggi reinterpreta il Mediterraneo in salsa slovena.

    Di italiano a Capodistria è rimasto ben poco, se non i palazzi veneti e una tutela formale dei pochi italiani rimasti dopo l’esodo. Un’effimera reliquia, che gode di diritti, ma a cui è stato anche spiegato, sin dal periodo jugoslavo, che non deve abusarne.

    Non sorprende quindi che la denuncia per il mancato rispetto del bilinguismo sia arrivata dal presidente di una comunità locale, che anche in altre occasioni ha denunciato il mancato rispetto della lingua italiana sul territorio, e non da uno dei tanti rappresentanti della comunità italiana.

    Il centrosinistra, ovviamente, si è subito schierato a fianco di Čalija. Molti suoi esponenti locali hanno rimarcato che una simile mancanza è intollerabile. In altre occasioni non ci sono state reazioni altrettanto sentite.

    Sarà che siamo alle ultime battute della campagna elettorale per le elezioni amministrative in programma il 15 novembre, sarà anche che la mancata presenza dell’italiano è un altro buon pretesto per attaccare il governo di centrodestra e la sua celebrazione della liberazione dall’esercito jugoslavo.

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