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Nella Repubblica Ceca ci sono state nuove grandi proteste e scioperi contro un piano del governo che rivede il modo in cui vengono finanziati i media pubblici. Secondo chi manifesta il progetto ha l’intento non dichiarato di ridurre l’indipendenza e l’autonomia economica dei mezzi d’informazione, al fine di renderli più manipolabili.
Le proteste contro la legge erano cominciate già in primavera: sono riprese ora perché a fine ottobre la maggioranza ha approvato la legge in prima lettura con una procedura accelerata, durante una seduta fissata a un orario improbabile.
Il piano riguarda la televisione pubblica, Česká televize (ČT), e la radio pubblica, Český rozhlas (ČRo). Martedì in varie città hanno manifestato migliaia di persone, e più di 3.500 dipendenti e collaboratori di ČT e ČRo hanno scioperato. I telegiornali del canale di notizie di ČT, ČT24, sono stati accorciati e trasmessi in uno studio buio: in segno di protesta i giornalisti erano vestiti di nero.
Questo, per esempio, è il telegiornale che è andato in onda alle 16:00
Il governo, che è formato da una coalizione di destra ed è guidato dal politico populista Andrej Babiš, promuove la legge da mesi. Vuole eliminare il canone, cioè la tassa che famiglie e aziende pagano per finanziare la televisione e la radio pubbliche, e sostituirlo con un finanziamento stabilito di anno in anno dal governo con la legge di bilancio.
Il ragionamento di chi contesta la proposta è questo: un canone autonomo dà alle due emittenti un’entrata fissa, il cui valore non può essere stabilito dalla politica. Finanziarle attraverso fondi nel bilancio dà più potere al governo di decidere quanti soldi investire di anno in anno: quindi, in teoria, potrebbe usare questa possibilità come uno strumento di pressione.
Babiš sostiene che il canone sia una tassa ingiusta, che colpisce indifferentemente tutti quanti, che guardino la televisione oppure no. Al momento in Repubblica Ceca è di circa 8 euro al mese in tutto, e viene pagato ogni mese. Lo pagano anche le aziende, in base al numero dei dipendenti. Anche l’importo del canone è stabilito dal governo, quindi è soggetto a variabili politiche, ma viene pagato direttamente alle emittenti radiotelevisive: per cambiarlo quindi serve una legge, mentre se la riforma di Babiš fosse approvata i fondi sarebbero ridiscussi ogni anno con la legge di bilancio.
Babiš aveva promesso di eliminarlo in campagna elettorale, e il 24 ottobre la camera bassa del parlamento ceco ha approvato la riforma in prima lettura. Ha usato una procedura forzata, con tempi di dibattito ridotti e durante una sessione fissata alle 4:36 del mattino. La legge, tra le altre cose, prevede una riduzione dei fondi di circa il 15 per cento per ČT e ČRo. L’EBU, l’organizzazione che mette insieme le emittenti pubbliche europee, e la Federazione dei giornalisti europei hanno criticato la scelta di approvare la legge con così poco dibattito.
Al momento il canone è ancora in vigore. La procedura di approvazione in parlamento è ancora lunga, e il voto definitivo sarà probabilmente a gennaio. Ci sono diverse cose che potrebbero accadere: il presidente della Repubblica, il politico indipendente Petr Pavel, ha detto che potrebbe opporsi con un veto. Babiš ha anche fatto capire che sarebbe disposto a cambiare alcune parti della riforma per venire incontro alle critiche: per esempio, per fare in modo che chi lo desidera continui a pagare il canone.

Andrej Babiš (AP/Petr David Josek)
Babiš è noto per i suoi attacchi e le sue critiche nei confronti dei giornalisti. È un imprenditore e uno degli uomini più ricchi della Repubblica Ceca: era già stato primo ministro dal 2017 al 2021, e lo è ridiventato alla fine del 2025. Il suo partito, ANO (Azione dei cittadini insoddisfatti: l’acronimo significa Sì, in ceco), non ha una vera ideologia, ma con il tempo si è spostato su posizioni sempre più di destra, vicine a quelle dell’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, che governò in modo autoritario l’Ungheria dal 2010 alla scorsa primavera.
La Repubblica Ceca al momento è un paese democratico e in cui la separazione dei poteri è rispettata. Il governo di Babiš però ha dimostrato di avere alcune tendenze illiberali. In primavera, per esempio, aveva presentato un progetto di legge per obbligare le Ong che ricevono finanziamenti dall’estero a registrarsi come soggetti che hanno “legami con l’estero”: la legge era stata molto criticata perché ricordava leggi simili approvate in Russia nel 2012, che il governo russo ha utilizzato per multare, attaccare e far chiudere organizzazioni e media accusandoli falsamente di operare sotto l’influenza di paesi stranieri. La proposta di legge era stata poi ritirata, dopo che anche in quel caso c’erano state proteste e manifestazioni.
