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    Redazione Cronaca

    ​Il racconto, ora dopo ora, dalle 2 di quella drammatica giornata, destinata a lasciare un segno profondo nella memoria collettiva e a mobilitare una catena di solidarietà internazionale

    Sessant’anni fa Firenze si svegliava sommersa dall’acqua e dal fango. Era venerdì 4 novembre 1966 quando l’Arno, dopo giorni di piogge eccezionali, ruppe gli argini e si riversò con una violenza senza precedenti nel cuore della città.

    Una delle più gravi catastrofi della storia italiana del Novecento, destinata a lasciare un segno profondo nella memoria collettiva, a mettere in ginocchio interi territori e a mobilitare una straordinaria catena di solidarietà internazionale. Le vittime furono 36, tra la provincia e il capoluogo: l’ultima, Mario Maggi, 44 anni, è stata ufficialmente riconosciuta come tale nel 2023, 57 anni dopo l’alluvione. 



















































    Mai stimati invece con esattezza i dispersi. Insieme al Crocifisso di Cimabue, simbolo della devastazione e del riscatto, l’ondata di piena danneggiò circa 1.200 opere d’arte tra tele, affreschi, sculture. 

    Nelle stesse ore, altre regioni italiane furono colpite da esondazioni e allagamenti: dal Veneto al Friuli, dal Trentino alla Maremma, mentre Venezia affrontava un’eccezionale acqua alta. 

    Ripercorriamo qui, ora per ora, quanto accadde a Firenze.

    Alle ore 2 del 4 novembre 1966, il torrente Mugnone straripa alle Cascine, a Firenze saltano le prime fogne. 

    Alle 3 l’Arno rompe gli argini a Nave a Rovezzano: da lì in poi, di ora in ora, tutto peggiora e in maniera così repentina che non c’è modo di fermare l’acqua che scorre e travolge. 

    Alle 4 il fiume invade i quartieri di Gavinana e Ricorboli mentre alle 5 vengono chiusi al traffico i ponti e gli orafi su Ponte vecchio fanno la corsa per togliere oro e gioielli dalle botteghe.

    Ma è alle 5.30 che la furia dell’Arno raggiunge il suo apice, superando le spallette in molti punti dei Lungarno e arrivando anche in Oltrarno.

    Alle 6.50 la Biblioteca Nazionale centrale viene allagata. Resterà celebre la foto degli Angeli del Fango che, dopo l’alluvione, cercheranno di salvare i libri rimasti.

    Alle 8.30 cedono le spallette dei Lungarni attorno Ponte Vecchio e l’acqua corre per le strade a 60 chilometri orari: arriva agli Uffizi, piazza Signoria, Duomo, Battistero. Ora dopo ora anche tutti i quartieri periferici vengono raggiunti: Peretola, Brozzi, San Donnino, l’Osmannoro, san Salvi. Non si salvano piazze, strade, case.

    Alle 11 radio Londra annuncia al mondo che Firenze è sott’acqua.

    Mezzora dopo, i detenuti scappano dal carcere delle Murate, in pieno centro cittadino, per sfuggire all’acqua.

    Alle 14, c’è il secondo picco della piena: l’acqua continua a salire e arriva ai primi piani delle case. Da una di quelle, affacciato alla finestra, Marcello Giannini, cronista della Rai, fa capire all’Italia cosa sta accadendo, facendo ascoltare in diretta il suono dell’acqua che scorre in via Panzani e via Cerretani.

    È solo alle ore 18 che la piena si placa. 

    Alle ore 20 inizia il lento deflusso dell’acqua: ciò che resta è qualcosa di inimmaginabile: negozi devastati, monumenti pieni di fango, i quadri degli Uffizi rovinati.

    Il 5 novembre smette finalmente di piovere, l’acqua si ritira: si organizzano i primi soccorsi, lo fanno i cittadini spontaneamente mentre il sindaco Bargellini mette in moto la «macchina» degli aiuti e lancia appelli alla popolazione.

    Il 6 novembre l’Arno è ormai rientrato nell’alveo. Resta un mare di fango, nafta e gravissimi danni in tutta la città. Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat arriva in visita in città e viene fischiato: «Lo Stato ci lascia soli», dicono i fiorentini.

    L'alluvione di Firenze del 1966: cosa successe il 4 novembre, ora per ora

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    4 novembre 2026 ( modifica il 4 novembre 2026 | 11:55)

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