governo, annullò tutte quelle nomine, comprese quelle valide, ed elesse cinque giudici propri.

    Da allora il Tribunale è diventato sempre più aderente alla volontà della maggioranza.

    Nel dicembre 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che non può essere considerato un organo indipendente, imparziale e precostituito per legge, come avevano già fatto la Corte europea dei diritti dell’uomo e la Commissione di Venezia.

    Dopo il ritorno al governo della coalizione europeista nel 2023, le riforme si sono scontrate con i veti dei presidenti Andrzej Duda e poi Nawrocki, che hanno rinviato diverse leggi al Tribunale.

    Il governo ha quindi scelto per molto tempo di non nominare nuovi giudici.

    Dopo la sconfitta alle presidenziali del 2025, ne ha eletti sei nel marzo di quest’anno.

    Il presidente della Repubblica si è rifiutato di ricevere il loro giuramento, con motivazioni che il professore giudica poco credibili, e una recente sentenza del Tribunale gli ha riconosciuto questo potere.

    Quattro dei nuovi giudici si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha chiesto alla Polonia di non ostacolare il loro ingresso in funzione.

    In aprile hanno giurato davanti ai presidenti della Camera e del Senato alla presenza di un notaio.

    Il presidente del Tribunale Bogdan Swieczkowski li ha però ammessi nella Corte senza consentire loro di esercitare le funzioni.

    Venerdì la giudice più anziana tra i nuovi eletti, Anna Korwin-Piotrowska, ha sospeso per un mese Swieczkowski e il vicepresidente in attesa di un procedimento disciplinare.

    Per farlo ha applicato in modo molto esteso alcune norme e, secondo Gianello, le basi legali della decisione sono deboli e gettano il Tribunale nel caos.

    Il docente osserva che entrambe le parti sono ricorse a misure di eccezione, come la mancata pubblicazione delle sentenze del Tribunale.

    Lo ha fatto il governo di Diritto e giustizia dopo il 2015 e lo ha fatto la coalizione di Donald Tusk in questi anni.

    Per il professore la soluzione può essere solo un compromesso politico, che oggi manca.

    Il governo non ha partecipato alle consultazioni convocate dal presidente, e nell’immediato la vicenda rafforza i partiti di destra a un anno dalle elezioni politiche.

    Gianello ricorda poi che la Commissione europea ha chiesto il rispetto delle sentenze della Corte di giustizia.

    Giudica frettolosa la decisione di sbloccare i fondi di coesione e quelli del Piano di ripresa e di chiudere la procedura dell’articolo 7 subito dopo la vittoria del fronte europeista.

    Infine il docente confronta la Polonia con l’Ungheria.

    Lì il partito Tisza di Péter Magyar ha una maggioranza sufficiente a modificare la Costituzione, cosa che in Polonia non è mai stata possibile.

    La rimozione del presidente della Repubblica con un emendamento costituzionale richiama però, secondo il professore, i metodi della maggioranza precedente.

    Il problema comune, per Gianello, è il ricorso a un metodo populista da entrambe le parti, anche se le responsabilità non sono distribuite in modo uguale.

    A farne le spese sono gli organi di garanzia, che dovrebbero restare un contropotere rispetto all’indirizzo politico.

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