La colpa di esistere, si potrebbe dire. Una denuncia terribile su quanto accade in questa guerra che si combatte non lontano dai confini europei viene da Claudia Fuentes Julio, segretaria generale aggiunta delle Nazioni Unite. A quattro anni e mezzo dall’inizio dell’«operazione militare speciale» lanciata da Vladimir Putin, oltre 16.000 civili ucraini catturati sono ancora detenuti. «Molti di loro hanno subito torture sistematiche e violenze sessuali», ha affermato l’ex diplomatica cilena durante una riunione informale del Consiglio di Sicurezza, convocata da Lettonia e Gran Bretagna, che la vice ambasciatrice di Mosca Maria Zablolotskaya ha sprezzantemente definito «un episodio della campagna di disinformazione contro la Russia dei Paesi Nato coinvolti nel conflitto».

    Altro che «disinformazione». Il Cremlino accusa gli altri dei metodi che pratica in tutto il mondo. L’Alto Commissariato per i Diritti umani dell’Onu, che non ha avuto accesso ai luoghi di reclusione in Russia (al contrario di quanto è avvenuto in Ucraina), ha lavorato in realtà su testimonianze dirette: interviste realizzate con i civili che, tornati in libertà, hanno denunciato le sofferenze alle quali sono stati sottoposti. Per quanto riguarda i prigionieri di guerra, Claudia Fuentes Julio ha detto che «dal febbraio 2022, sono state documentate 129 esecuzioni mentre 48 persone sono morte durante la detenzione, a seguito di torture, mancata assistenza medica o altre condizioni di prigionia disumane».



















































    In questo scenario drammatico si tratta anche di pensare al futuro. La segretaria generale aggiunta dell’Onu sostiene che «la sfida ora consiste nel garantire che tutte le persone detenute vengano rilasciate in condizioni di sicurezza e nel rispetto della legge». È necessario, aggiunge, che «la protezione dei prigionieri di guerra e dei detenuti civili non venga considerata un aspetto secondario, ma parte integrante del processo di cessate il fuoco e di definizione di un accordo politico, di cui c’è così disperatamente bisogno». Un linguaggio diplomatico, il suo, che sembra esprimere però grande preoccupazione. Ancora più chiare, in ogni caso, le parole dette nei giorni scorsi alla Cnn da Volodymyr Zelensky: «Non c’è sufficiente pressione su Putin».

    14 agosto 2026

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