Con Giorgia Meloni, però, venite da due universi ideologici molto distanti.
    «Non mi sembra che lei sia l’erede di Mussolini. Mi sembra più un’erede del Pentapartito. E non credo che ideologie diverse possano pregiudicare una collaborazione».

    C’è stato un tempo in cui l’ideologia era tutto per lei?
    «Le dico solo che io ho imparato l’italiano da mia nonna, che era originaria di Venezia. Poi ho smesso di parlarlo quando sono diventato marxista e consideravo la vostra una lingua di fascisti. Mi sono riavvicinato tempo dopo, capendo che non potevo essere più stupido di così».

    Di che anni stiamo parlando?
    «La mia adolescenza. Ero un ragazzo ribelle, non nel senso che scappavo di casa. Ero ribelle di testa. Mia madre mi diceva: “Quella lingua ti manderà all’inferno”».

    Aveva ragione?
    «Per poco non mi ha mandato all’obitorio. Durante un periodo prima del crollo delle finanziarie, qualcuno mi ha teso un agguato. Avevano il volto coperto e la spranga di ferro in mano. Mi hanno lasciato per strada, quasi morto. Quell’episodio poteva cambiare la mia vita».

    Cioè?
    «Avevo deciso di rimanere a Parigi, dove mi ero trasferito con una borsa di studio come pittore. Dipingevo, esponevo, credevo nei nuovi filosofi francesi. Mi comportavo come un intellettuale impegnato».

    Poi?
    «È morto mio padre, a cui ero legatissimo. Sono tornato in Albania e, lo stesso giorno del funerale, il primo ministro di allora, Fatos Nano, mi offre il ministero della Cultura. Avevo già rifiutato in precedenza, ma in quel momento mi sentivo in colpa perché vivevo all’estero senza poter fare niente per il mio Paese. Così ho accettato. Poco dopo mi raggiunge a casa il suo addetto stampa e mi dice: “Mi serve un tuo curriculum”. Prendo un pezzo di carta e scrivo: “Sono Edi Rama, nato il 4 luglio, e questo deve bastare”».

    Si è mai pentito di essere tornato indietro?
    «Quando sono rientrato a Parigi per prendere le mie cose ho pianto durante tutto il tragitto. Dopodiché mai più. Ho avuto momenti difficili, ma ho vissuto intensamente. La mia vita è come un film. Non ho altro da chiedere a Dio».

    È credente?
    «Sono cattolico, ma non frequento la Chiesa. Ero molto legato a papa Francesco: lui mi diceva spesso che pregava per me e per l’Albania. E poi ha fatto un gesto straordinario: in uno degli incontri ero con mia moglie, Linda, e nostro figlio, Zaho, appena nato. Noi siamo una famiglia multireligiosa perché lei è musulmana, i figli dei nostri primi matrimoni entrambi ortodossi. Quindi ho chiesto al Papa: “E il mio ultimo, che cosa dovrà essere?”. Lui ha risposto: “Deciderà lui”».

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