Enrico Petrillo, tra le sedici donne italiane citate dalla premier Meloni nel suo discorso sulla fiducia c’era anche sua moglie, Chiara Corbella, giovane romana morta nel 2012 e oggi sulla via della beatificazione. È stata ricordata accanto a figure come Nilde Iotti, Tina Anselmi, Grazia Deledda, Rita Levi Montalcini e Oriana Fallaci. Che effetto le ha fatto vederla in quell’elenco?
«Non me l’aspettavo, anche se nel corso degli anni ho imparato a non meravigliarmi di ciò che accade attorno alla memoria di Chiara. Ho pensato ancora una volta: ‘Chiara, sei molto più grande di quanto avrei mai potuto immaginare’. Ovviamente ne sono onorato. Io non ho mai parlato con Giorgia Meloni e nemmeno la conosco. Però vorrei ricordare una cosa: mia moglie era una ragazza normalissima».
Non è però proprio ordinario essere il marito di una candidata alla santità ormai conosciuta nel mondo…
«Il percorso della Chiesa farà il suo iter tuttavia per me Chiara resta un gigante per l’esempio di fede incrollabile che ha dato. È stata coerente con il messaggio evangelico, vivendo un’esistenza centrata in Cristo e aperta al dono di sé. Se devo trovare un aggettivo per descriverla, direi “mite”. Ma non nel senso che vivesse passivamente la vita, tutt’altro. Affrontava le cose, entrava dentro la realtà, con serenità e dolcezza. E poi era ironica, allegra. Sempre felice. Persino quando è morta».
Lei ha scritto di essersi accorto della sua santità anche dal modo in cui è rimasta attaccata alla sua croce. Cosa intende?
«Sono fisioterapista nelle cure palliative e ho visto morire tante persone, ma nessuno come lei. Mi viene in mente il Centurione romano del Vangelo che vede morire Cristo, lo guarda e dice: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”. In un misterioso parallelismo posso dire di non avere mai visto nessuno morire con la consapevolezza di mia moglie e, soprattutto, con una felicità nel cuore così inesauribile. Non perché fosse contenta di salutare me e nostro figlio Francesco. È stato difficilissimo salutarci e abbiamo pianto. Ma la sua fede era tale che sapeva che stava per abbracciare il Padre Celeste. Non so se riesco a rendere l’idea. Chiara ha mostrato di avere con Cristo una relazione indistruttibile e per questo, nonostante tutto, era felice. Penso che soltanto i santi riescano ad arrivare a una consapevolezza simile».
Come vi siete conosciuti?
«Siamo entrambi romani de Roma. Io abitavo all’Eur e lei a Colle Oppio. Ci siamo incontrati per caso a Medjugorje. Facevamo parte di due comitive diverse in pellegrinaggio e frequentavamo anche due comunità parrocchiali differenti: lei Sant’Angelo in Pescheria, vicino al Ghetto, io Sant’Ignazio».
Lei ha appena pubblicato per le Edizioni San Paolo “Solo il vino migliore”. Nel libro (che sarà presentato alla Sapienza il 15 settembre) sostiene che la memoria di Chiara rischia di essere manipolata o stravolta. In che senso?
«Nel corso degli anni ho visto questo rischio manifestarsi in diverse circostanze. Ho anche dovuto bloccare tanti scritti su di lei di persone che sostenevano di avere parlato con i familiari, cosa che in realtà non era mai avvenuta. Ho visto tentativi di strumentalizzarla, di metterle in bocca cose che non aveva mai detto».
A chi o a cosa si riferisce?
«Per esempio a certi movimenti cattolici piuttosto politicizzati che vorrebbero ingabbiare la figura di Chiara e farne una paladina della battaglia contro l’aborto, una specie di bandierina del movimento pro-life. Non che Chiara fosse favorevole all’aborto, lei era contraria. Ma ridurla a questo è assolutamente limitante rispetto a ciò che era, alla sua fede, alla coerenza con cui cercava di vivere pienamente da cristiana ogni momento. Per Chiara Cristo era il motore di tutto. Non ha difeso la vita di nostro figlio a scapito della propria per portare avanti un’ideologia. Lo ha fatto perché amava il Signore. E mi pare un distinguo non da poco».
Chiara però rinunciò alle cure mediche quando scoprì di avere un tumore per poter dare alla luce vostro figlio?
«Sì, proprio così. Ma lo fece con la consapevolezza di essere figlia di Dio e che, come tale, non avrebbe potuto agire diversamente. Se si è cristiani, la vita si difende dall’inizio alla fine, con costanza e coerenza. Ecco perché penso che presentarla soltanto come una paladina della crociata antiabortista sia davvero riduttivo e semplicistico. Quando ho visto Chiara morire felice mi sono interrogato anche sulla morte di Cristo. Mi è venuto in mente un crocifisso conservato in Portogallo che raffigura Gesù mentre muore sulla croce sorridendo. Perché se l’amore porta la gioia nel nostro cuore, allora com’è possibile che al culmine dell’amore non ci sia gioia? C’è gioia».
Come ci si sente a essere stato il marito di una futura santa?
«È stata una compagna di viaggio incredibile, un dono infinito per dieci anni della mia vita. Ora cerco di essere lo stesso grullo di sempre, consapevole della grazia che mi è capitata».
Nel libro parla anche della sua condizione di vedovo e non esclude che un giorno possa risposarsi…
«È vero. Se mai mi dovesse capitare, perché no? La vita va avanti».
A Francesco, vostro figlio, cosa racconta di sua madre e del fatto che un giorno potrebbe essere proclamata santa?
«Oggi Francesco è un adolescente. Nel corso degli anni mi ha fatto tante domande sulla mamma e ho sempre cercato di dargli risposte adatte alla sua età. Una volta, quando aveva cinque anni, mi chiese dove fossero le ossa della mamma. Non lo avevo mai portato al cimitero perché aspettavo che fosse lui a chiedermelo. Il suo ragionamento era semplice: visto che oggi si ritrovano persino le ossa dei dinosauri, da qualche parte dovevano esserci anche quelle della mamma. Gli spiegai che le conservavamo in un luogo chiamato cimitero e gli dissi: “Se vuoi, andiamo a cercarle”. E così siamo andati. Era la prima volta. Oggi invece mi dice spesso: “Papà, tutti mi parlano di Chiara, mi dicono che assomiglio a lei”. E devo dire che questo un po’ mi preoccupa, anche perché molte delle persone che gli parlano di sua madre in realtà non l’hanno mai conosciuta. Francesco è in un’età nella quale sta costruendo la propria personalità e deve poter trovare la sua strada. Non può essere ingabbiato soltanto nel ruolo di “figlio di Chiara”».
Perché ha sentito il bisogno di scrivere questo libro?
«All’inizio non pensavo affatto a un libro. Avevo cominciato semplicemente a mettere nero su bianco quello che mi passava per il cuore, anche come un modo per liberarmi dal dolore. Poi, negli ultimi anni, ci sono stati diversi tentativi di pubblicare libri su Chiara che ho intercettato e che, per fortuna, non sono arrivati in libreria, perché contenevano molte cose false. Mi sono chiesto: a cosa serve un altro libro che crea soltanto confusione e non approfondisce nulla? C’è poi un altro rischio: mettere Chiara su un altare e trasformarla in una santa distante, irraggiungibile, quasi un’eroina. Ma Chiara non era questo. Chiara era una di noi. Il punto non è dire: guardate quanto era eccezionale questa donna. Il punto è capire che Dio può fare cose meravigliose anche con te. Difendere la vita che si porta nel grembo è qualcosa che fanno tante donne, anche al di là della fede cattolica, grazie a Dio. È qualcosa che appartiene anche all’essere madre».
Quindi qual è, secondo lei, il messaggio più profondo che lascia Chiara?
«Che c’è qualcosa di più. Che ogni sofferenza, ogni malattia, ogni croce, persino la perdita di un figlio o la propria morte, può essere vissuta con Cristo. Non perché improvvisamente non faccia più male, ma perché se Cristo è con te anche quello strumento di tortura che è la croce può essere trasformato. E non è opera nostra: da soli non siamo capaci di farlo».
In fondo, quindi, Chiara era davvero la ragazza della porta accanto?
«Assolutamente sì. Nel suo modo di vivere, nel lavoro quotidiano, negli errori, nell’educazione ricevuta, nelle amicizie. Era una persona normale. Tra le sue migliori amiche, per esempio, ce n’erano una buddista e una non battezzata. Chiara non viveva chiusa in un recinto. Era una ragazza come tante. Ed è proprio questo, forse, che rende la sua storia così importante».
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