Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini e la fecondità è precipitata a 1,14 figli per donna, nuovo minimo.

    Ma c’è un problema ancora più difficile da correggere: diminuiscono anche le persone che possono diventare genitori.

    L’ISTAT ricorda infatti che il calo delle nascite dipende ormai sia dalla minore propensione ad avere figli sia dalla riduzione delle generazioni in età riproduttiva.

    E non è soltanto un problema italiano. Nel 2024 la fecondità media dell’Unione europea è scesa a 1,34 figli per donna, il minimo della serie Eurostat.

    Francia 1,61, Svezia 1,43, Germania 1,36, Ungheria 1,41, Polonia 1,14, Spagna appena 1,10.

    Nessun grande Paese europeo raggiunge il livello di sostituzione generazionale di circa 2,1.

    Francia e Scandinavia: il welfare aiuta, ma non basta

    Francia e Paesi nordici rappresentano probabilmente l’esperimento europeo più interessante. Congedi parentali, servizi per l’infanzia, sostegno economico alle famiglie e maggiore compatibilità tra maternità e occupazione femminile hanno contribuito per anni a mantenere la fecondità relativamente elevata.

    L’OCSE sottolinea che Francia, Danimarca, Norvegia e Svezia hanno costruito sistemi abbastanza continui di sostegno dalla nascita alla scuola materna, investendo circa il 3% del PIL o più nelle politiche familiari.

    Ha funzionato? Sì, ma solo relativamente. Questi Paesi hanno fatto meglio dell’Italia per molti anni, ma anche lì la natalità è successivamente diminuita.

    La Francia resta tra i Paesi UE con maggiore fecondità, mentre la Svezia nel 2024 era scesa a 1,43.

    Ungheria: tanti soldi, risultato temporaneo

    Budapest ha scelto una strada decisamente natalista: detrazioni, prestiti agevolati, sostegni alle famiglie numerose e crescenti esenzioni fiscali per le madri. La fecondità è effettivamente risalita rispetto ai livelli molto bassi dei primi anni Duemila.

    Ma il risultato non è diventato strutturale. Nel 2024 l’Ungheria era nuovamente a 1,41 figli per donna.

    L’OCSE conclude che bonus e incentivi fiscali possono anticipare o aumentare alcune nascite, ma generalmente producono effetti modesti e spesso temporanei, a fronte di costi pubblici elevati.

    Anche la Polonia offre una lezione importante: il generoso programma di trasferimenti monetari alle famiglie non ha prodotto un aumento duraturo della fecondità.

    Cosa sembra funzionare meglio

    Le evidenze internazionali indicano una strada diversa dal semplice assegno: asili accessibili, congedi parentali realmente utilizzabili anche dai padri, occupazione femminile, stabilità del lavoro, casa sostenibile e continuità degli aiuti durante i primi anni di vita del bambino.

    L’OCSE trova un’associazione positiva tra fecondità, occupazione femminile e maschile, congedi e servizi educativi per la prima infanzia; il costo dell’abitazione agisce invece in direzione opposta.

    Ed è qui che l’Italia mostra la propria fragilità. Solo circa il 55% delle madri italiane lavora, secondo l’OCSE, e nel Mezzogiorno si scende poco sopra il 35%.

    Gli asili nido restano insufficienti e territorialmente diseguali.

    Il vero problema sarà la sanità

    C’è infine una conseguenza di cui si parla troppo poco. Meno bambini oggi significa meno lavoratori e contribuenti domani, mentre aumenteranno anziani, cronicità e non autosufficienza.

    La Commissione europea nel suo Demography Report 2026 cambia significativamente prospettiva: non soltanto contrastare il declino demografico, ma adattarsi alle sue conseguenze.

    Per il SSN significa spostare progressivamente risorse verso prevenzione, assistenza territoriale, domiciliarità, telemedicina, long-term care e tecnologie capaci di aumentare la produttività di una forza lavoro sanitaria che sarà anch’essa più scarsa.

    L’Europa ci lascia quindi una lezione piuttosto netta: i bonus possono aiutare, ma non fanno bambini da soli.

    Bisogna rendere possibile avere i figli desiderati. E contemporaneamente avere il coraggio di progettare un welfare e un Servizio sanitario capaci di funzionare anche in una società con meno giovani e molti più anziani.

    Fonti:

    ISTAT, Indicatori demografici 2025; Eurostat, Fertility statistics 2024; OECD, Society at a Glance 2024 e Economic Survey Hungary 2026; OECD, Economic Survey Italy 2026; Commissione europea, Demographic transformation in the EU: understanding change and adapting to its consequences, 2026; La Stampa, 15 settembre 2026.

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