L’abbondanza idrica ha reso i fiumi la principale fonte di produzione elettrica del Paese: il 98% dell’elettricità albanese proviene dall’idroelettrico, una percentuale che riguarda la produzione di elettricità e non il fabbisogno energetico complessivo.
Si tratta però del risultato di una precisa linea politica affermatasi dopo la fine della dittatura, fondata sullo sfruttamento delle risorse naturali per sostenere crescita economica e sviluppo turistico. Quando si insediò, nel 2013, Edi Rama aveva promesso di cambiare rotta rispetto al governo precedente, guidato da Sali Berisha. Aveva persino criticato la pratica di concedere permessi per piccole centrali idroelettriche all’interno di aree protette e promesso di impedirne la costruzione, in particolare nei parchi nazionali e nelle zone tutelate.
Negli anni successivi, tuttavia, il ricorso all’idroelettrico non si è arrestato. Secondo Citizens.al, il governo Rama ha concesso circa 200 licenze per centrali idroelettriche private, mentre EcoAlbania ha documentato che, delle circa 540 centrali presenti nel Paese, almeno 60 si trovano all’interno di parchi nazionali. Nella maggior parte dei casi non si tratta di grandi dighe, ma di piccoli impianti, i cosiddetti Small Hydropower Plants (SHPP). La dimensione ridotta di questi impianti non significa necessariamente un impatto ambientale ridotto. La deviazione dei corsi d’acqua può modificare la portata dei fiumi nei mesi di secca, alterare gli habitat e interrompere il trasporto dei sedimenti. In molti casi, questi interventi hanno incontrato la forte e documentata resistenza delle comunità locali, su cui ricadono le conseguenze di questi progetti.
Il caso più emblematico è quello della Vjosa. Per anni cittadini, scienziati e associazioni ambientaliste si sono opposti ai progetti idroelettrici che minacciavano uno degli ultimi grandi fiumi a corso libero d’Europa. La campagna di EcoAlbania, guidata da Besjana Guri e Olsi Nika, ha coinvolto comunità locali, ricercatori e organizzazioni internazionali e portato la questione all’attenzione internazionale. Nel corso della mobilitazione il governo albanese aveva previsto la costruzione di 45 dighe lungo la Vjosa e i suoi affluenti. Dopo oltre un decennio di campagne, nel marzo 2023 l’Albania ha istituito il Parco Nazionale del Fiume Selvaggio Vjosa, proteggendo il corso del fiume in territorio albanese e i suoi principali affluenti. Nel 2025 Guri e Nika hanno ricevuto il Goldman Environmental Prize per la campagna che ha portato a questo risultato.
Una tutela che, però, non ha eliminato le pressioni sul sistema fluviale. A pochi chilometri di distanza, sulla Shushica, le comunità della valle si oppongono al progetto dell’acquedotto di Himara. L’opera prevede di prelevare acqua dalla Shushica e convogliarla per circa 17 chilometri verso la costa. Dal 2023 gli abitanti di decine di villaggi contestano il progetto, temendo conseguenze sull’agricoltura e sull’ecosistema del fiume. Le proteste hanno portato alla sospensione dei lavori nel gennaio 2025, ma il cantiere è ripartito a marzo dello stesso anno.
L’idroelettrico e il prelievo d’acqua non sono però gli unici modi in cui i fiumi vengono sfruttati. Da anni l’estrazione di sabbia e ghiaia dai letti fluviali, utilizzate come materiali inerti per l’edilizia e le infrastrutture, modifica la morfologia di diversi corsi d’acqua, contribuendo all’erosione delle sponde e alla riduzione del trasporto di sedimenti verso la costa. Tra i casi documentati c’è lo Shkumbin, dove l’estrazione ha contribuito all’approfondimento del letto del fiume e all’erosione delle aree circostanti.
A queste forme di sfruttamento si aggiunge quella dell’inquinamento. Scarichi urbani e industriali, attività agricole e gestione dei rifiuti continuano a incidere sulla qualità delle acque fluviali, utilizzate come discariche a cielo aperto. Un monitoraggio condotto nel 2025 su 14 corpi idrici albanesi ha evidenziato diverse criticità nella qualità delle acque, sia dal punto di vista chimico e fisico sia microbiologico.
Le lotte per i fiumi raccontano quindi qualcosa che va oltre i singoli corsi d’acqua. Sono parte di una storia più ampia di mobilitazioni legate alla trasformazione del territorio albanese e al modo in cui vengono gestiti gli investimenti. La legge sugli investimenti strategici del 2015 ha introdotto procedure e agevolazioni per facilitare la realizzazione di grandi progetti, mentre negli anni successivi la normativa sulle aree protette è stata modificata. Più recentemente, nel 2024 è invece stata modificata anche la normativa sulle aree protette con i decreti sugli investimenti strategici per il “turismo d’eccellenza”. Ed è qui che i temi convergono unendo i puntini che hanno condotto a oltre cento giorni di mobilitazione con la “Flamingo Revolution”.
