L’Europa prova a definire una risposta comune alla guerra che si combatte sotto la soglia del conflitto armato. Al Consiglio Affari esteri nella formazione Difesa, riunitosi ieri a Bruxelles, il confronto si è concentrato sugli attacchi ibridi russi, dal sabotaggio agli incendi dolosi fino alle incursioni di droni, sulla difesa aerea ucraina e sulla costruzione di una capacità industriale europea più autonoma. Il quadro che emerge è quello di un’Unione consapevole dell’accelerazione della minaccia, ma ancora impegnata a trasformare questa consapevolezza in decisioni operative.

    Kaja Kallas, Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, ha definito «molto preliminare» la discussione sul nuovo protocollo europeo. L’iniziativa nasce dalla simulazione condotta a maggio sull’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato Ue, la clausola di mutua assistenza in caso di aggressione armata contro uno Stato membro. Da allora il Servizio europeo per l’azione esterna e la Commissione hanno elaborato scenari e censito le risorse disponibili, compresa l’ipotesi di un attacco contro un Paese dell’Unione che non appartenga alla Nato.

    Il punto più delicato resta il rapporto con l’Alleanza: molti governi, ha riferito Kallas, chiedono che il protocollo sia «assolutamente complementare alla Nato». L’articolo 4 prevede consultazioni, ma non un piano d’azione; il dispositivo europeo dovrebbe invece chiarire quali leve utilizzare quando un’aggressione non raggiunge la soglia di un attacco armato.

    Mentre Bruxelles discute il nuovo meccanismo, la Polonia alza autonomamente il livello della propria postura difensiva. Varsavia consentirà ai propri caccia ed elicotteri di abbattere velivoli stranieri sulla base delle rilevazioni radar o di altre informazioni disponibili al sistema, senza la previa identificazione visiva normalmente richiesta in tempo di pace. Il Viceministro della Difesa Cezary Tomczyk ha spiegato che la decisione nasce anche dalla possibilità, ormai quotidiana, di incursioni di droni: «Non possiamo restare inerti di fronte alle minacce». Varsavia, principale snodo degli aiuti occidentali destinati all’Ucraina, denuncia violazioni dello spazio aereo e azioni ibride attribuite a Mosca.

    Per Kiev, la priorità resta la difesa aerea. L’Ue ha approvato piani di acquisto per 28,3 miliardi di euro nell’ambito del prestito destinato all’Ucraina, comprendenti anche missili Patriot di futura produzione statunitense. Ma il problema è il tempo: «Produrre missili richiede tempo e Kiev ha bisogno dei Patriot adesso», ha sottolineato Kallas, proponendo che Stati membri e partner cedano intercettori dalle proprie scorte per essere successivamente rimpiazzati attraverso il finanziamento del prestito.

    La proposta, però, non ha prodotto nuovi impegni. Sul piano finanziario, i ministri hanno concordato la ripartizione di 6,6 miliardi di euro dello Strumento europeo per la pace e compiuto il primo passo verso la proroga di due anni della missione Eumam, destinata all’addestramento delle forze ucraine, con una cellula di coordinamento a Kiev. Kallas ha inoltre indicato la possibilità di destinare a Kiev fino a 20 miliardi di euro attraverso i fondi residui dell’iniziativa Safe.

    Il passaggio più strutturale riguarda però l’industria. Il Consiglio ha infatti individuato i primi cinque progetti europei di interesse comune: sistemi per droni e contro-droni, difesa marittima e dei fondali, capacità spaziali, difesa aerea e missilistica e protezione del fianco orientale. L’obiettivo è trasformare l’aumento della spesa militare in una politica industriale coordinata, evitando che i nuovi bilanci si traducano semplicemente in acquisti separati da parte dei singoli Stati.

    Una missione dura ma non impossibile, che determinerà il futuro dell’Unione e su cui nessuno si può permettere di fallire.

    Il commissario Kubilius: «Se ci troviamo di fronte a minacce o azioni dolorose, la nostra risposta dovrà essere altrettanto dolorosa»

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