L’avvocato turco di origine curda, Sedat Buldan, è stato scarcerato su disposizione della Corte d’appello di Brescia. L’uomo era stato arrestato alla fine di agosto, appena arrivato a Sirmione per trascorrere con la compagna alcuni giorni di vacanza (si veda anche Il Dubbio del 7 ottobre), a seguito di un provvedimento di cattura emesso dall’autorità giudiziaria turca risalente al 22 febbraio 2022.
Buldan è stato condannato in Turchia a 15 anni di reclusione per traffico di stupefacenti. La liberazione del 43enne arriva dopo oltre quaranta giorni di permanenza nel carcere bresciano di Canton Mombello. Prima della condanna in Turchia, l’uomo decise di trasferirsi in Germania; riposta la toga nell’armadio, ha voluto di rimettersi in gioco e dedicarsi ad un altro lavoro. Ora Buldan vuole ritornare a Colonia. Il diniego all’estradizione e la conseguente scarcerazione sono state disposte per il mancato invio alla Corte d’appello di Brescia della copia autentica e tradotta della sentenza, costituente titolo idoneo per la conservazione della misura della custodia nell’istituto penitenziario – circostanza già rilevata dagli avvocati Antonio Chianese e Giulia Danesi -, da parte dell’autorità giudiziaria turca.
Ankara, inoltre, non ha fornito idonee garanzie e informazioni sulle modalità di esecuzione della carcerazione in Turchia (dimensione della cella, presenza di altri detenuti con cui condividere gli spazi, rispetto della dignità umana dell’incarcerato). La mancata trasmissione di copia autentica e tradotta della sentenza di condanna è considerata una allegazione indispensabile prevista dal Codice di procedura penale e dalla Convenzione di Parigi. Pertanto, essendo scaduti i termini di quaranta giorni dall’arresto, la misura della carcerazione ha perso la sua efficacia facendo venir meno pure la richiesta di estradizione.
Il 1° ottobre si è svolta a Brescia l’udienza in cui si è discusso sulla richiesta di revoca della misura cautelare. Il Sostituto procuratore generale in quella occasione espresse parere contrario, rilevando la necessità di attendere l’invio di una serie di documenti da parte della Turchia, che però non sono stati mai inviati all’Italia. L’autorità giudiziaria turca ha fatto pervenire dodici giorni fa, tramite l’Interpol, soltanto la richiesta di estradizione, in cui sono riassunti i fatti e le circostanze che hanno portato alla condanna di Buldan. Nessuna sentenza è stata inserita tra gli allegati.
Nel processo per traffico di stupefacenti, celebrato in Turchia, Sedat Buldan è stato assolto in primo grado. La vicenda ha riguardato la presenza dell’avvocato curdo in macchina con un cugino coinvolto nel narcotraffico e che sin dal primo momento ha scagionato Buldan. La sentenza di primo grado è stata però ribaltata in appello con la condanna a 15 anni di carcere. In un manoscritto consegnato da Buldan ai difensori italiani vengono richiamati i soprusi e le persecuzioni subite dal governo turco per l’appartenenza all’etnia curda, per essere membro di una famiglia politicamente attiva a favore della popolazione curda e per aver esercitato la professione di avvocato, occupandosi del rispetto dei diritti delle minoranze. Nella memoria, Sedat racconta di essere stato contattato da un avvocato vicino ai servizi segreti turchi con la proposta di diventare un informatore delle autorità di Ankara. Oltre alla proposta, considerata indecente dal diretto interessato, la minaccia: in caso di rifiuto l’assoluzione nel processo per traffico di droga sarebbe stata trasformata in condanna in appello. È andata proprio così.
Gli avvocati di Buldan hanno sempre sostenuto che l’estradizione lo avrebbe fatto finire nelle mani di un governo noto alle cronache per le numerose violazioni dei diritti umani. In Corte d’appello i difensori di Buldan hanno ricostruito la vicenda processuale, ricollegandola alla professione svolta in patria dal proprio assistito. In Turchia l’avvocato curdo si è occupato di diversi casi giudiziari politici. Ha ricoperto l’incarico di difensore di una zia, impegnata in prima linea nella difesa dei diritti della minoranza curda invisa al governo Erdogan. Chianese e Danesi hanno depositato alcuni messaggi ricevuti da Buldan in cui veniva minacciato pesantemente per l’incarico professionale assunto. In uno di questi si legge: «Finirai sottoterra se non la smetti di difendere i terroristi e la traditrice» (il riferimento è alla zia impegnata nella difesa dei diritti umani). Inoltre, uno zio di Buldan fu torturato e ucciso trent’anni fa. La Cedu ha condannato la Turchia per questo grave episodio.
La scarcerazione di Buldan è stata accolta con soddisfazione dai difensori Chianese e Danesi. «Finalmente – commentato – il nostro collega turco ha ritrovato la libertà in attesa della definizione dei procedimenti per estradizione in Italia e in Germania. Sedat non si è mai sottratto alla giustizia, si è sempre difeso nelle sedi opportune e in più di un’occasione sono stati violati i suoi diritti fondamentali».
