Roma, 14 ottobre 2026 – La polizia turca oggi ha fatto irruzione a sorpresa nella sede di Halk TV, emittente di riferimento del Chp, principale forza di opposizione. Stamani è giunto l’ordine di commissariamento e le trasmissioni sono state interrotte. Decine di agenti di polizia hanno perquisito gli uffici, undici persone sono stata arrestate per presunti reati di “corruzione”, “turbativa d’asta” e “riciclaggio di denaro”. Un’operazione “degna di una dittatura”, secondo gli oppositori del presidente Erdogan.  

    —

    Una Turchia sempre più simile alla Russia nella gestione del dissenso interno e dove il presidente Erdogan, anche in mancanza di un’opposizione efficace, teme proteste causate dalla situazione economica non positiva e dalle tensioni sociali. Cengiz Aktar, politologo turco, ha spiegato perché la Turchia di Erdogan non può più essere considerata ‘solo’ un’autocrazia.

    Professor Aktar, l’ultima ondata di arresti e provvedimenti contro Halk TV, probabilmente l’unica televisione dell’opposizione ancora rimasta in Turchia, segna un ulteriore giro di vite. Perché proprio adesso?

    “Questo regime non ha più alcun margine di tolleranza nei confronti di una vera opposizione. Anzi, non tollera nemmeno la diffusione di informazioni sul Paese che contraddicano la versione ufficiale. Recentemente è emerso un enorme scandalo finanziario, legato al mercato obbligazionario, che coinvolgerebbe anche persone molto vicine ai vertici del potere. Naturalmente l’opposizione era particolarmente interessata a raccontarlo. E così le autorità sono intervenute per impedire le trasmissioni di Halk TV, approfittando anche della coincidenza con un’udienza giudiziaria che riguardava Ekrem Imamoglu, il sindaco di Istanbul, della quale l’emittente avrebbe dovuto riferire. Ma tutto questo non rappresenta una novità. È la prosecuzione di un processo iniziato molti anni fa”.

    TURKEY-POLITICS-MEDIA-OPPOSITION

    La redazione di Halk TV ad Ankara durante il blitz della polizia turca (Ansa)

    Lei fa risalire questa deriva al 2013, quando esplose un grande scandalo di corruzione che coinvolse Erdogan e il suo entourage…

    “Esattamente. Era il dicembre del 2013, tredici anni fa. Da allora, progressivamente, sono scomparsi tutti gli strumenti e tutte le possibilità di esercitare un giornalismo che potesse definirsi indipendente. La Turchia occupa ormai le ultime posizioni nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa. Non esiste lo Stato di diritto, non esiste libertà di espressione, non esiste libertà di stampa. Per questo, ciò che sta accadendo oggi è quasi normale, nel senso che rappresenta la naturale continuazione di una tendenza avviata più di dieci anni fa”.

    Eppure, la situazione sembra essere peggiorata ulteriormente. Il paradosso è che Erdogan dovrebbe sentirsi abbastanza sicuro: Imamoglu è in carcere, il partito curdo è stato fortemente indebolito e anche Ozgur Ozel, alla guida del Partito repubblicano del popolo, appare politicamente ridimensionato. Perché Erdogan continua ad avere tanta paura dell’opposizione?

    “Probabilmente avverte una pressione che deriva soprattutto dalla situazione economica. L’economia turca non va affatto bene e nemmeno la situazione sociale è positiva. Detto questo, la sua osservazione è giusta: siamo davanti a un vero paradosso. Da una parte, l’opposizione praticamente non esiste più. E la popolazione non scende in piazza come abbiamo visto accadere in diversi Paesi europei, sia occidentali sia orientali. Pensiamo alle mobilitazioni di Budapest o Belgrado, per esempio. In Turchia non succede nulla di simile”.

    E tuttavia il potere continua a rafforzare i propri strumenti repressivi…

    “Esattamente. Nonostante il silenzio della società e l’inerzia dell’opposizione, il regime ritiene necessario aumentare ulteriormente il livello di controllo sulla popolazione, utilizzando tutti i mezzi a disposizione. È una contraddizione evidente: non hanno praticamente più nessuno da temere, eppure continuano ad avere paura. Devo ammettere che anch’io faccio fatica a comprenderne fino in fondo le ragioni. Nessuno si ribella, nessuno scende nelle strade, nessuno alza la voce. L’opposizione è stata decimata”. Nemmeno Ozgur Ozel sembra essere riuscito a rappresentare un’alternativa credibile.  “Ozel era considerato una grande speranza per l’opposizione turca. Ma nel giro di pochi mesi è diventato politicamente irrilevante. E nonostante questo il governo continua a sentire il bisogno di contenere la possibilità di eventuali proteste. Non parlerei necessariamente del timore di una sollevazione popolare, quanto piuttosto della volontà di prevenire qualsiasi manifestazione di dissenso. Il fatto interessante è che queste proteste, almeno per il momento, non arrivano. Eppure, il regime si comporta come se fossero una minaccia concreta”.

    Possiamo dunque dire che la Turchia sta diventando sempre più simile alla Russia di Putin? Che assistiamo a una sorta di russificazione del sistema politico turco?

    “Certamente, al cento per cento. Il problema è che continuiamo a definire questi Paesi come regimi autoritari, ma secondo me questa definizione non è più sufficiente. Non si tratta soltanto di governi autoritari che reprimono la popolazione. Sono regimi che possono contare sul sostegno di una parte consistente della società, almeno un terzo della popolazione. Lo stesso accade in Russia. Ed è proprio questo il punto fondamentale”.

    Lei sostiene quindi che non si possa più parlare semplicemente di autoritarismo?

    “Esattamente. Secondo la mia analisi, siamo di fronte a sistemi totalitari. E lo sostengo da anni. Il regime di Ankara funziona esattamente come quello di Mosca anche sotto questo aspetto: esiste una parte significativa della popolazione che continua a sostenerlo, per ragioni diverse, ma che comunque gli garantisce una base di consenso. È questo elemento che bisogna comprendere. Non è soltanto una questione di repressione imposta dall’alto. È un sistema di potere che continua a trovare sostegno all’interno della società. Ed è per questo che, a mio giudizio, la definizione corretta non è più autoritarismo, ma totalitarismo”.

    Share.
    Leave A Reply