
“Non mandare mai a sapere per chi si fa suonare il campanello; è a pedaggio per te.”
John Donne, Meditazione XVII
Oggi, mentre ci fermiamo per ricordare, il suono di una campana risuona. Suona non solo per coloro che hanno perso la vita nel genocidio armeno, ma per tutti noi- per l’umanità nel suo insieme.
Oltre un secolo fa, 1,5 milioni di armeni furono brutalmente uccisi nell’Impero ottomano. Un’antica cultura fu sradicata, sparsa e messa a tacere. Eppure, come sottolinea saggiamente John Donne, “Nessun uomo è un’isola”. Il dolore di uno colpisce tutti noi. Il campanello che suonava per i nostri antenati ora fa impazzire per tutto il mondo.
Li onoriamo non come semplici statistiche, ma come individui-bambini, genitori, artisti, insegnanti, abitanti del villaggio e poeti. Denochiamo non solo l’atrocità stessa, ma anche la negazione in corso di quell’atrocità, che approfondisce le ferite e sostiene l’ingiustizia. Ignorare la verità non è una posizione neutrale; È un atto di complicità.
Il campanello suona per gli Stati Uniti, i discendenti del genocidio, che hanno il peso della sopravvivenza. Suona non solo come segno di dolore, ma come invito all’azione. È a pedaggio per il ricordo. È un pedaggio per la giustizia. Tolls per ogni verità inespressa e ogni diritto che rimane non reclamato.
Dichiariamo coraggiosamente, senza esitazione: il genocidio armeno è un fatto storico. Negarlo è un tradimento della nostra umanità condivisa. Il nostro ricordo serve non solo come omaggio a coloro che sono passati, ma anche come impegno per coloro che sono ancora con noi.
Perché quando riflettiamo per chi suona il campanello, la risposta è già chiara.
Tolls per tutti noi.
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di Hayasdan2020