
Da qualche giorno si sta parlando dell’introduzione del menu halal opzionale nelle scuole del Comune di Bologna, scelta che da subito ha suscitato molto scalpore. Se foste presidi o assessori all’istruzione, introdurreste menu halal per gli studenti musulmani o manterreste un menu unico per tutti? E dove traccereste il limite tra inclusione e frammentazione del servizio pubblico? Qui di seguito un dialogo socratico da me composto per stimolare proprio in voi la "maieutica".
Costante: Dunque, tu sostieni che sarebbe giusto introdurre pasti halal nelle mense scolastiche italiane, per rispettare la libertà religiosa degli studenti musulmani. Ma mi domando: sei certo che questa misura non comprometta il principio universale dell’eguaglianza davanti alla legge? Se la scuola pubblica, che è di tutti, comincia ad adattarsi alle esigenze di una religione particolare, non stiamo forse creando cittadini “diversamente serviti”, e quindi privilegiati?
E ancora: se una minoranza può ottenere una modifica al menù pubblico per motivi religiosi, in base a quale criterio razionale impediremmo a un’altra minoranza — o a una maggioranza — di chiedere, per esempio, che non vengano serviti cibi geneticamente modificati, o che la mensa rispetti regole ayurvediche, o animiste, o perfino ideologiche, come il cibo solo “a chilometro zero”?
Ti invito a riflettere su questo: quando cominciamo a pluralizzare il servizio pubblico in base alle convinzioni soggettive, dove ci fermiamo? E se non c’è un criterio universale per fermarsi, non stiamo forse disgregando lo spazio comune sotto il peso della differenza?
Tu inviti alla giustizia; io domando: che giustizia è quella che divide i cittadini in gruppi identitari con regole su misura?
Clemente: Tu argomenti la tua posizione chiamando in causa la legge, ma io ti chiedo: La legge, la quale rappresenta la giustizia, è realmente giusta se pur venendo applicata ugualmente per tutti non si adatta a limiti e necessità del singolo? Essa è una legge esclusiva, non inclusiva. La legge non deve essere un masso statico e inamovibile, bensì una maniera per tutelare l’armonia attraverso la tutela dei singoli secondo le loro peculiarità.
Costante: Parole nobili, le tue — e non indegne della tradizione della filosofia morale. Ma lasciami seguire il tuo ragionamento, e portarlo fino in fondo, con la lama del dubbio.
Tu affermi che la legge dovrebbe adattarsi alle peculiarità del singolo, per essere autenticamente giusta. Ma ti chiedo: quando la legge comincia ad adattarsi alle singolarità, resta ancora legge, o diventa una collezione di eccezioni?
La legge, proprio in quanto legge, deve astrarre dai particolari: non per ignorarli, ma per offrire una forma stabile e comune. Se ogni cittadino potesse piegarla alla propria soggettività — culturale, spirituale, simbolica — non smetterebbe forse la legge di essere un patto pubblico, e diventerebbe un mosaico frammentato di pretese individuali?
Riflettici: se due bambini si siedono alla stessa tavola pubblica, e uno dice “Io non posso mangiare questo, perché lo proibisce la mia religione”, e l’altro risponde “Io non posso mangiarlo perché lo proibisce la mia filosofia etica personale”, tu vorresti che la mensa pubblica rispondesse con due menù diversi, due filiere distinte, due certificazioni, due cuochi? E se venti bambini affermassero venti visioni del mondo — ciascuna sincera, profonda, vissuta — lo Stato dovrebbe farsi custode e interprete di tutte? E ancora: in base a quale principio selezioneresti le visioni “tutelabili” da quelle “non abbastanza serie”?
Tu dici: “la legge deve essere armonica, non rigida”. Ma io domando: non è forse proprio la rigidità della legge ciò che protegge dalla tirannia dell’arbitrio, dalla disgregazione degli interessi di parte, dal dominio delle identità sullo spazio comune?
E se l’armonia che tu invochi — bellissima parola — richiedesse non la diversità manifesta, ma un’etica del limite, della rinuncia, del compromesso? Se la vera giustizia fosse imparare a condividere ciò che non ci rispecchia, piuttosto che chiedere sempre che lo spazio pubblico ci somigli?
Ti chiedo dunque: la legge giusta è quella che si piega alla molteplicità, o quella che chiede a ciascuno di piegarsi un poco per il bene dell’insieme?
Clemente: Piegarsi un poco per il bene dell’insieme è certamente buono e giusto, il problema sorge quando intervengono regole morali intrinseche di ogni individuo e a volte divergenti. Non si tratta di collezionare eccezioni, bensì di prenderne atto e tutelarle. Non ci sono così tante norme da diventare insostenibili, e lo stato in quant laico, egualitario e pluralista deve dare a ognuno le stesse possibilità. L’armonia e la coesione si raggiungono con la vera uguaglianza, ovvero l’armonia e l’intreccio delle individualità. le individualità sono come un filo che forma una maglia, non come un liquido versato in un otre. La maglia rispetta le individualità, i colori e il tessuto dei fili per creare variopinte e gradevoli immagini, l’otre è un’accozzaglia di liquidi di diversa densità e quindi immiscibili. Ti chiedo: se un uomo cieco e un uomo sordo e un uomo normale chiedessero le indicazioni per recarsi in un luogo, daresti loro una sola risposta? Come sarebbero così in grado di recarsi nel luogo desiderato?
Costante: Il tuo esempio è potente — e acuto. Un cieco, un sordo, e un uomo normodotato non possono ricevere la stessa istruzione nella stessa forma, ed è giusto che l’uguaglianza consista nella differenza delle risposte in base ai loro bisogni. Qui, mi sembra, tocchiamo il cuore della tua tesi: l’eguaglianza autentica non è uniformità, ma equità dinamica. E non posso negare che ciò abbia una forza persuasiva.
Ma permettimi di affondare ancora il coltello del dubbio iperbolico: sei certo che le esigenze morali individuali — tutte — possano essere equiparate alle esigenze fisiche oggettive, come la cecità o la sordità? La cecità è un fatto, non una visione del mondo. Le pratiche alimentari religiose, invece, sono una libera adesione a un sistema di credenze, e in quanto tali non sono imposte dalla natura, ma scelte — o accettate — dall’uomo nella sua coscienza.
Dunque, ti domando: possiamo davvero trattare ogni convinzione soggettiva come se fosse una condizione oggettiva? Non rischiamo, così facendo, di eliminare la possibilità di un criterio comune per dire ciò che la scuola deve garantire a tutti, e ciò che invece può restare nello spazio privato, familiare, personale?
Tu parli di tessitura: bellissima immagine. Ma ogni tessuto ha un ordito, una struttura sottile e invisibile che regge l’intreccio. Se ogni filo va per conto suo, per quanto bello e colorato, non si ha più una maglia, ma un groviglio.
Allora ti chiedo: qual è, secondo te, l’ordito invisibile che tiene insieme questa pluralità di richieste? Dove collocheresti il limite tra ciò che lo Stato deve tutelare, e ciò che deve restare espressione libera, ma non pubblicamente sostenuta, della coscienza individuale?
Se ammettiamo i menù halal oggi, ammetteremo domani anche menù kasher, poi forse menù “cruelty free”, poi “spiritualmente puri”, poi “paleo”, poi “non contaminati da utensili industriali”… Dov’è, secondo te, il principio razionale che impedisce la frammentazione del servizio pubblico? E senza tale
principio, come possiamo garantire che lo Stato non diventi uno specchio frantumato, incapace di offrire a tutti una mensa comune, nonostante le diversità?
Clemente: Argomenti in maniera tecnicamente ineccepibile, ma dimentichi il soggetto del discorso, ovvero i bambini. Essi sono ancora dipendenti, soprattutto in età elementare, dalle credenze dei genitori. Esse sono in loro un fatto, non una concreta (ancora) visione del mondo. Bisogna pertanto tutelare la loro religione aspettando che crescano per decidere da se. Dici poi, ”Se ammettiamo i menù halal oggi, ammetteremo domani anche menù kasher, poi forse menù “cruelty free”, poi “spiritualmente puri””. Questo è un argomento molto fallace e inesatto. la tipica fallacia della brutta china. Se A porta a B, non è detto che B sia inaccettabile e catastrofico. Ogni situazione va valutata con spirito critico nella sua individualità.
Costante: Tocchi un nervo scoperto, amico mio. È vero: i bambini non scelgono ancora, e in questo senso la loro religione è per loro un dato di fatto, come la lingua che parlano in casa. Ma proprio per questo — proprio perché sono ancora in formazione — non dovremmo chiederci quale lezione impartisce loro la scuola? Se li abituiamo fin da piccoli a trovare nel mondo pubblico sempre qualcosa che si adatta esattamente a loro, li stiamo educando alla cittadinanza o alla pretesa?
E tuttavia… forse la mia rigidità nasconde una paura: quella che non esista più, in questa molteplicità, un luogo dove riconoscerci tutti come semplicemente umani, al di là delle nostre appartenenze.
Clemente: E forse la mia insistenza sulla differenza nasconde a sua volta un’altra paura: quella che l’universalità, per quanto nobile nei suoi intenti, finisca per essere l’universalità di chi ha il potere di definirla. Il bambino musulmano che non può mangiare quello che mangiano gli altri — cosa impara? Che per essere cittadino deve tacere una parte di sé?
Costante: Sai cosa mi colpisce di più in tutto questo? Non è tanto che io abbia ragione o che l’abbia tu. È che ogni volta che crediamo di aver risolto il dilemma, esso si ripresenta da un’altra angolazione, ancora più sottile e penetrante.
Clemente: Forse è questo il segno che stiamo toccando qualcosa di davvero importante. Le questioni che hanno una risposta semplice e definitiva raramente meritano di essere discusse così a lungo.
Costante: Già. E forse, … forse la saggezza non sta nel trovare la risposta giusta, ma nel continuare a fare le domande giuste.
Clemente: Nel non smettere mai di interrogarsi. Nel non accontentarsi né della rigidità né del relativismo, ma nell’abitare la tensione tra l’uno e il molteplice.
Costante: Allora continuiamo a cercare.
Clemente: Continuiamo a cercare.
https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/25_luglio_26/nelle-scuole-di-bologna-da-settembre-arriva-la-dieta-halal-la-lega-sottomissione-culturale-6aa75e33-2043-4b19-9444-0d56180aaxlk.shtml
di ElPingu_
8 commenti
Ho voluto affrontare questa questione perché credo tocchi uno dei nodi più complessi della società contemporanea: come conciliare l’inclusione delle minoranze con la coesione dello spazio pubblico.
La vicenda di Bologna mi ha fatto riflettere su una domanda fondamentale: quando lo Stato si adatta alle esigenze particolari dei cittadini sta realizzando la vera uguaglianza, oppure sta creando una società frammentata in cui ognuno ha le sue regole?
Da una parte c’è chi dice che la vera giustizia consiste nel trattare diversamente situazioni diverse – un bambino musulmano che non può mangiare certi cibi non dovrebbe essere penalizzato per questo. Dall’altra c’è chi teme che ogni adattamento apra la strada a infinite richieste che renderebbero impossibile gestire servizi comuni e lo spettro dell'”islamizzazione”.
Ho scritto questo dialogo perché penso che entrambe le posizioni abbiano argomenti validi, e che solo attraverso il confronto razionale possiamo trovare un equilibrio. Non cerco di convincervi di una tesi precisa, ma di stimolare una riflessione più profonda su cosa significhi davvero vivere in una società plurale.
Gradirei sentire le vostre opinioni, ben argomentate e civili.
Religione fuori dallo stato nel modo piu rigoroso possibile.
Nella mia mensa alle elementari (più di vent’anni fa) c’erano sempre piatti opzionali per chi aveva un’intolleranza o roba del genere, per cui non vedo il problema o la novità
Finché è opzionale va bene, basta che poi non vengano “tagliati i costi” e resa un unica possibilità
Se la maggioranza o comunque un numero consistente delle persone che gestisci diventa di un certo tipo, ti adatti per offrire un servizio specifico a quel tipo.
Sbaglierò, ma non mi sembra una cosa così nuova né un grosso problema.
Nel senso che so che da moltissimi anni nel mio comune d’origine (uno stupidissimo paesello della Brianza clericale) c’è la possibilità di chiedere un menù senza maiale o vegetariano, e non mi pare che nessuno ne abbia mai fatto una questione.
Da un lato sono contento per i bambini in questione. Non è colpa loro se vengono cresciuti in una certa religione. Si sentiranno più riconosciuti e meno discriminati.
Dall’altro, inutile fingere che non finirà come in Inghilterra o in Francia. Io per fortuna non avrò figli, e quindi non mi preoccupo del futuro dell’Italia, ma un po’ mi dispiace per chi ne ha.
Ho conosciuto genitori in Europa che portavano il cibo ai propri figli all’asilo per motivi religiosi, in questo caso cibo vegetariano senza cipolle e aglio, molto comune in India. Alla fine i figli hanno detto che volevano mangiare quello che mangiavano i loro amici senza eccezioni, peccato che qui come al solito si parli tra adulti e non si riesca a comprendere quello che i bambini vogliono, l’oppio dei popoli colpisce ancora .